L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 6 luglio 2014

solo degli imbecilli possono pensare che la Germania dia la possibilità all'Italia di fargli concorrenza ricreando il tessuto industriale che gli stessi imbecilli hanno concorso a distruggere


Italia-Germania: l’eterna sfida delle due culture

Italia-Germania: l’eterna sfida delle due culture
(Enzo Coniglio) Bisogna riconoscerlo senza giri di parole. Matteo Renzi ha saputo essere un grande provocatore e far emergere in tutta la sua forza, il punto di differenza e in un certo senso di non ritorno tra le due Europe: quella che fonda la sua “volontà di potenza” sulla centralità del successo finanziario e che non accetta lezioni alternative da nessuno e tanto meno da un giovane italiano, “fratello di Telemaco”, ammalato di reminiscenze epiche e, quell’altra Europa, che si ostina a sostenere che la finanza non può essere in nessun caso il punto fondante del nostro stare insieme in Europa ma piuttosto lo strumento per rafforzare la propria identità storicamente definita e, suo tramite, migliorare la qualità di vita dei 500 milioni dei cittadini che fanno parte di una entità ancora zoppa, denominata Unione Europea.
E quello che è più singolare è che la frattura appena ricordata, non avviene – almeno apparentemente – tra due o più Paesi, l’Italia e la Germania – ma all’interno di uno stesso Paese – la Germania appunto - attraversata da una continuità culturale che va da Bismark al primo conflitto mondiale e poi da Hitler alla ricostruzione post bellica e alla nuova Germania unita che non ha mai rinunciato alla sua volontà di potenza e che la vede leader protagonista del successo economico e nello stesso tempo, del disastro umanitario di oltre 70 milioni di morti soltanto durante il secondo conflitto mondiale.
E’ questa la profonda contraddizione che Matteo Renzi ha fatto emergere e non è poco: si può essere una potenza finanziaria ed economica e nello stesso tempo costituire un fattore di disgregazione e di disastro per la nuova Europa di cui l’Italia assume la Presidenza anche se per un tempo limitato. Il tedesco, Herr Manfred Weber esponente di spicco della Unione Democratica Cristiana (CDU) e capogruppo del Partito Popolare Europeo (PPE)non rappresenterà tutta la Germania ma esprime certamente una parte significativa del popolo tedesco che si oppone alla visione espressa da Renzi. Ci sarebbe da chiedersi che cosa abbia di cristiano…
Il dissenso della CDU è confermato da quello espresso dalla potentissima Bundesbank che , attraverso il suo presidente, Herr Jens Weidmann, ha dichiarato che non intende prendere lezioni da Matteo Renzi e ha confermato il suo netto dissenso sulle variazioni del patto di stabilità. Le autorità politiche tedesche si sono premurate ad affermare che la banca centrale non rappresenta il Paese ed è un organismo indipendente. Ma è proprio così?
Che ne pensa, almeno formalmente, Matteo Renzi? “In Europa le regole devono rappresentare la stabilità e la crescita. Senza stabilità non c’è crescita e senza crescita non c’è stabilità. Nel momento che noi parliamo soltanto di stabilità, distruggiamo un pezzo di futuro. Se ci si riferisce non al punto di vista di politici tedeschi ma di qualche banchiere tedesco, credo che il compito della Bundesbank sia quello di assicurare il proprio obiettivo statutario; non credo sia quello di partecipare al dibattito politico italiano… Quando la Bundesbank decidesse di parlare con noi è la benvenuta partendo dall’assunto che l’Europa è dei cittadini europei e non dei banchieri tedeschi o italiani“. In ogni caso, precisa in altra sede lo stesso Renzi, l’Italia non ha paura della Bundesbank e tanto meno il Governo italiano.
Renzi ne è consapevole: la guerra senza esclusioni di colpi è appena iniziata e sarà durissima.
La sua risposta appena ricodata, è formalemente corretta. Resta però il fatto che la politica non la fanno sempre i “politici di professione” ma soprattutto i poteri forti che non accettano di essere messi da parte come la tragica storia passata conferma e dalle cui ceneri è nata appunto l’idea di dar vita a quella che oggi è l’Unione Europea.
Oggi più che mai, ogni cittadino italiano deve partecipare attivamente alla vita politica perché siamo di fronte ad una sfida epocale dalle conseguenze preoccupanti per il futuro del nostro Paese e in particolare della nostra martoriata Sicilia. Di certo, Herr Weber e Herr Weidmann non avranno mai la nostra cittadinanza onoraria.
http://www.italiainformazioni.com/75327/italia-germania-leterna-sfida-delle-culture

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