L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 11 luglio 2014

Solo l'uscita dall'Euro può portare ad investimenti e crescita, la Germania non darà mai la possibilità all'Italia di risorgere


Governo:incognita Tesoro,spunta ipotesi spacchettamento

I lavori dell’Eurogruppo confermano la poca considerazione di cui gode l’Italia in Europa. E l’appello di Padoan per il rilancio della crescita, bocciato da Schäuble e Juncker, non trova sponde politiche. La nostra presidenza Ue comincia male
Chi sperava in un discorso dai toni forti è rimasto deluso. L’intervento del ministro Giancarlo Padoanall’Ecofin (Economic and Financial Affairs Council) non lascia il segno e le sue parole sono coerenti con i proclami cui abbiamo assistito dieci giorni fa, quando Renzi ha aperto il semestre italiano. «Fare miglior uso della flessibilità insita nelle esistenti regole del Patto» è tutto ciò che il ministro italiano è riuscito ad ottenere dai colleghi europei. Un risultato neppure mediocre, che mostra ancora una volta la rigidità delle politiche europee e conferma il dominio politico della Germania di Angela Merkel. Insomma, tutto rimandato a settembre, quando si tornerà a discutere dei margini di manovra dei paesi dell’eurozona. Per ora il Patto di stabilità e crescita non verrà rivisto, come la credibilità dell’italia presso l’Unione europea.
L’ECOFIN – «Il Consiglio supporta gli obiettivi indicati dalla presidenza italiana di sostenere la crescita e l’occupazione, in uno sforzo comune di riforma per fare il miglior uso della flessibilità che è già inclusa nel Patto di stabilità e crescita». In poche parole, le regole non cambiano ma la crescita è necessaria. Una scelta, però, che si possono permettere la Germania, i paesi del nord, forse la Francia e nessun’altro. Perché la rigidità nelle politiche di bilancio ha pressocché azzerato gli investimenti nei paesi maggiormente colpiti dalla crisi.
Padoan ha fatto la sua parte, evidenziando ancora una volta come l’Europa necessiti di una svolta e come i vincoli attuali impongano dei limiti evidenti alla crescita. Ma sarebbe servita maggiore incisività, quella che avrebbe dovuto dimostrare prima di ricoprire un ruolo super-partes all’Ecofin. I tempi sarebbero maturi per una prova di forza, ma Padoan non sembra proprio quel genere di persona in grado di incarnare la rabbia e le difficoltà del paese che rappresenta. «Si possono utilizzare a questo proposito gli spazi insiti nel patto di stabilità: non si tratta di cambiare le regole, ma di usare nel modo migliore quelle che già ci sono» ha affermato il nostro ministro, suggerendo ancora una volta la soluzione che tutta l’Europa di sponda tedesca propone da tempo: lasciare le cose invariate, promettendo di sfruttare quel che si ha al meglio.
soldi
È vero, il documento finale dell’Ecofin spinge molto sulla necessità di riforme e miglioramenti delle politiche attuali, ma ribadisce con altrettanta enfasi la necessità di rispettare i “paletti” che ben conosciamo: il vincolo del 3% del rapporto deficit/Pil e il pareggio di bilancio. Inoltre, e questo dovrebbe indurre una profonda riflessione negli italiani, è fatto esplicito il riferimento a nuovi e ulteriori sforzi per rispettare il Patto. In breve, anche se l’Italia può scordarsi di ottenere il pareggio nel 2016, dovrà inventarsi qualcosa per raggiungerlo nell’immediato. Una bocciatura evidente dei propositi di Padoan, che tuttavia si ostina a smentire l’ipotesi di qualsiasi manovra correttiva.
L’assist per i rigoristi è stato servito da Matteo Renzi che, in occasione del Digital Venice, ha pensato di approfittare per chiedere che gli investimenti in infrastrutture digitali fossero escluse dal calcolo del deficit. La proposta, del tutto sensata per facilitare gli investimenti, non è passata inosservata e Siim Kallas, il ministro estone filo tedesco non ha perso l’occasione per ricordare a Padoan che «nessuna spesa può essere esclusa dal calcolo del deficit. Non può esserci una spesa buona e una cattiva. E comunque prima si devono fare le riforme, poi, eventualmente, si discuterà di cavilli e metodi di calcolo». Colpito e affondato.
LA BOCCIATURA DEI PROPOSITI ITALIANI - In un mare di proposte confusionarie ed esternazioni tutt’altro che diplomatiche, esiste un elemento di continuità che accomuna le ultime settimane dell’agenda europea e l’inizio del nostro turno di presidenza Ue, ovvero l’incondizionata bocciatura delle iniziative italiane. Sarà lo spettro di un Renzi che per molti incarna uno spirito innovatore, o più probabilmente lo scarso peso politico del nostro paese, fatto sta che ogni volta che un nostro rappresentante apre bocca, poco dopo arrivano dai rappresentanti di altri paesi partner dichiarazioni contrarie o screditanti. Anche stavolta è bastata poco più di un’ora dopo il discorso di Padoan perché Wolfgang Shäuble rendesse pubblica la propria interpretazione rigorista affermando che «l’attenzione sulla crescita e sulle riforme è giusta e la sosteniamo pienamente, è decisiva per rafforzare gli investimenti e la competitività, ma le riforme non devono essere una scusa per evitare il consolidamento di bilancio».
Angela Merkel

La frenata tedesca ha fatto dunque da contraltare ai giudizi positivi espressi dai paesi deboli dell’Unione, ansiosi per lo più di rompere gli schemi austeri della condotta europea e invertire una tendenza autolesionista ormai radicata. Ma si sa, non tutti i pareri pesano ugualmente, e se le parole di Shaeuble sono immediatamente seguite dalle esternazioni dJean Claude Junker, ecco che lo sforzo italiano perde anche di credibilità. «Sono allergico al deficit e al debito pubblico e la stabilità finanziaria non è un problema già superato» ha affermato Il presidente in pectore della Commissione europea non lasciando adito ad interpretazioni. Insomma, nemmeno il tempo di recepire un’idea che già viene ridimensionata.
È difficile non vedere del marcio nella gestione della politica europea. Ed è impossibile non notare una fastidiosa e sgradevole pressione esercitata dai sostenitori del rigorismo, che marcano a uomo i rappresentanti più propositivi, schermandone le proposte con un muro di dichiarazioni critiche che ne vanificano gli sforzi. La sfida di questa presidenza italiuana e di Renzi non è tanto cercare di ricostruire la credibilità del nostro paese, quanto interrompere un meccanismo di esclusione dei più deboli ormai fin troppo radicato. Ma perché accada è anzitutto necessario un cambio di passo dei nostri rappresentanti, partendo dall’innalzamento dei toni e dall’attacco diretto di politiche a noi sconvenienti.
Vanno bene i vincoli dell’Unione, va bene il rispetto dei trattati, ma un documento non può continuare a legittimare nefandezze economiche che pesano sull’economia reale di molti paesi. E lo stesso vale per la complicità politica dei nostri rappresentanti, troppo impegnati a ricostruire l’immagine dell’alleato fedele piuttosto che a garantire la prosperità del paese. L’Europa ha bisogno di regole democratiche e non di un sistema oligarchico di disomogenee pressioni politiche. Ma forse non sarà Renzi, né Padoan, a gridarlo.

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