L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 6 luglio 2014

uscire dalla Nato e dall'Euro non è tabu, ma normale presa d'atto di istituzioni non adeguate alla realtà

Marine Le Pen all’attacco

marine le pen
di Andrea Marcigliano
(Il Borghese – Luglio 2014) – L’affermazione dei partiti chiamati troppo genericamente «euroscettici» nelle Elezioni Europee dello scorso Maggio ha fatto versare i classici fiumi di inchiostro, o meglio di parole, in una sorta di logorrea analitica senza fine. Logorrea tutta, per lo più, protesa a ricercare, solo ed esclusivamente, le cause endogene di tali affermazioni, procedendo, inevitabilmente a balzi di canguro. Così abbiamo sentito parlare sino alla nause del razzismo (vero o presunto) dell’Ukp, di quanto si bello buono e bravo Tsipras e quanto brutti sporchi e cattivi quelli di Alba Dorata; di come la Le Pen abbia rinnovato il vecchio partito nazionalista di suo padre. Talvolta abbiamo sentito qualche analisti spingersi sino a parlare dell’Ungheria, dell’Olanda, della Finlandia, tutte più o meno minacciate dalla tabe del nazionalismo più vieto. Per lo più, però, in Italia, in ossequio alla
nostrana pratica di contemplazione dell’ombelico, si è parlato tanto, proprio tanto di Matteo Renzi, del declino di Berlusconi, dei problemi di Beppe Grillo; insomma si è parlato, al solito, degli affari di casa nostra, riducendo tutto a mere questioni di bottega elettorale. Della scena internazionale dopo questo terremoto elettorale che ha sconvolto l’Unione, poco o nulla. Al massimo, si è parlato dello stramaledetto Euro e dei problemi creati dall’unione monetaria; dimenticandosi, però, che la Gran Bretagna, dove l’Ukp è ormai il primo partito, di questa unione non ha mai fatto parte. Come, d’altra parte la Polonia, dove, certo, hanno vinto partiti «europeisti», ma soltanto per mancanza di organizzazioni alternative in grado di competere; e dove, per altro, non ha votato neppure il 20 per cento degli aventi diritto. Come dimostrazione di affezione all’Unione Europea, da parte di chi dovrebbe avere ancora l’entusiasma del neofito, non è proprio un granché. Con questo non voglio certo sostenere che la crisi economica generale e in particolare la scellerata gestione delle politiche comunitarie non abbia avuto un ruolo fondamentale in questi risultati; né che questi siano stati determinati, a macchia di leopardo, da fattori, e umori, interni ai singoli Paesi. Mi sembra, però, che tenda a sfuggire un quadro d’insieme più generale.
Uno scenario nel quale la crisi – ormai indiscutibile e acclarata – della Ue si inserisce in una vera e propria rivoluzione degli equilibri globali e del sistema di alleanze, tanto politiche che economiche, su cui questi si sono bene o male (e più spesso male) retti dalla Caduta del Muro di Berlino ad oggi.
Crisi in atto da tempo, e che di fatto ha favorito e potenziato gli effetti della crisi economica mondiale esplosa nel 2008, permettendo ai nuovi corsari – annidati per lo più tra la City e Wall Street, ma che allignano un po’ in tutto il globo – di correre impunemente gli Oceani finanziari, dandosi al saccheggio ed al massacro.
Non è, infatti, da prendere sottogamba l’affermazione di Marine Le Pen, all’indomani del trionfo elettorale, che prospetterebbe una prossima rottura della Francia con la Nato. E non si deve neppure – come per altro è stato fatto – ricondurla semplicemente ad antichi umori nazionalisti e
gollisti ancora fortemente radicati nel ventre profondo dei francesi. Piuttosto andrebbe interpretato come un preciso segnale di quello sconvolgimento dei vecchi sistemi di alleanza – ovvero di equilibri – che sono in crisi latente da molto tempo. E che la Nato di questo sistema rappresenti un perno fondamentale è, certo, cosa indubbia; ma è invece assai dubbio che essa possa ancora continuare ad assolvere al ruolo avuto nel recente passato. Passato, per altro, critico, giacché la Nato che lungo tutta la stagione della Guerra Fredda aveva avuto la funzione di fronteggiare e frenare l’espansione di quello che Reagan chiamò l’Impero del Male sovietico, con il crollo del Muro si ritrovò a dover ridefinire i suoi compiti e funzioni. Così, di volta in volta, è divenuta lo strumento privilegiato di garanzia degli equilibri globali – il Gendarme del Mondo, in parole povere – che nella stagione di Bill Clin ton intervenne in Bosnia, Kosovo, Somalia. Poi, con George W. Bush, è stata messa sempre più in discussione, definita «vecchia» dall’ineffabile Dick Cheney; si è tentato di sostituirla con un sistema di coalizioni a geometria variabile, quella «willings’coalition» che diede prova di sé nella seconda Guerra del Golfo. Sempre, però, chiunque sedesse nello Studio Ovale e qualunque lettura venisse data da Washington del ruolo/funzione della Nato, la linea di tendenza è stata quella di dilatare a macchia d’olio i confini dell’alleanza, soprattutto per spogliare una Mosca indebolita dei suoi satelliti e delle sue appendici occidentali. Che è poi, a ben vedere, una delle concause, e non certo la meno incidente, del conflitto esploso oggi in Ucraina. Con Barack Obama questa tendenza sembra, però, destinata a mutare radicalmente. E non tanto per una qualche precisa strategia di questa Amministrazione, né per diretta volontà dell’ormai invecchiato «fanciullo prodigio» venuto da Chicago. Piuttosto per una metamorfosi interna degli States che sta facendo sempre più riaffiorare un sentimento diffuso ab origine tra gli Americani; un sentimento viscerale, che sarebbe superficiale interpretare con la vecchia e frusta categoria
dell’isolazionismo. Categoria contestata in un recente saggio – rilanciato in Italia su Il Foglio – da Robert Kagan, il neo con che, all’alba della stagione di Bush junior, con il suo famoso/ famigerato Paradiso e potere, in qualche modo ne tracciò le linee strategiche generali. E Kagan, appunto, mette oggi in luce come, negli States stia riemergendo una tradizione che risale addirittura a George Washington, che invitò i suoi eredi a non farsi coinvolgere dalle turbolenze delle potenze europee. Un riemergere che si radica, anche, nella crescita d’importanza economica degli Stati del Mid West, di una nuova borghesia imprenditoriale che sente molto lontani i legami con il Vecchio Mondo. A tutto questo corrisponde una Presidenza, quella di Obama, perennemente sospesa tra l’interventismo e la paura di rischiare nuove avventure belliche. Di qui una sorta di strategia «bizantina» – per dirla con un altro «cattivissimo» della politologia, Edward Luttwak – protesa a far combattere ad altri le proprie guerre e ad interventi mirati e limitati. Strategia che è stata provata, con successo alterno, nella crisi libica – dove gli interessi dell’alleato francese hanno finito per prevalere e dettare l’agenda – e che si è oggi malamente arenata tra le sabbie della Siria. Inoltre a questo disimpegno statunitense corrisponde il prepotente emergere di nuove geometrie di coalizione, effettive o potenziali che siano. Sistemi di alleanze come la neonata Unione Eurasiatica guidata da Mosca, che potrebbero, in breve, da economiche diventare politiche e strategiche. Ed anche Pechino sembra sempre più muoversi in questa direzione sugli scenari internazionali, non in Oriente soltanto, ma anche, forse soprattutto nell’Africa subsahariana. Questa sempre maggiore incertezza nella guida statunitense della Nato non può non avere riflessi sul destino dell’Unione Europea, da troppo interpretata come una sorta di appendice/mosca cocchiera economica delle strategie di Washington. Un ruolo subalterno reso palese dall’evolvere della crisi ucraina. E mentre la «vecchia Nato» rischia di perdere pezzi pregiati – si pensi alla Turchia – in Europa il malcontento verso la direzione, se così si può chiamarla, dell’Unione, gonfia le vele anche di coloro che – a destra come a sinistra, dalla Le Pen a Tsipras – vorrebbero chiudere con la lunga transizione post-Guerra Fredda. Che significa, poi, chiudere con la Nato e tornare ad un sistema di alleanze variabili. Il Concerto delle potenze – vere o presunte – di bismarkiana memoria.

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