L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 17 settembre 2014

Le peggiori ipotesi ma nessuno vuole prendere in considerazione l'uscita dall'Euro

Guerra tra economisti della Bocconi: tagliare 80 miliardi di tasse? Contrario un consigliere di Renzi: «Irrealistico, un azzardo morale»

 di Tino Oldani  

Sul sito lavoceinfo.it è in corso una polemica sul come fare ripartire la ripresa, che offre notevoli spunti di interesse. I protagonisti sono economisti di primo piano, alcuni di questi sembrano essersi convertiti di colpo dal liberismo al keynesismo, e le loro proposte devono avere suscitato la curiosità perfino del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Ecco i fatti. Il 3 settembre uno stringato comunicato del Quirinale ha reso noto che Napolitano aveva ricevuto il professor Francesco Giavazzi, economista bocconiano, editorialista del Corriere della sera. Tema dell'incontro? Nel comunicato, neppure un accenno.
Il giorno prima lo stesso Giavazzi aveva cofirmato insieme a Guido Tabellini, economista ed ex rettore della Bocconi, una proposta shock sul sito lavoceinfo.it, intitolata «Come far ripartire l'economia europea». In sintesi: operare un taglio delle tasse pari al 5% in tutti i Paesi dell'eurozona, Italia compresa, con l'obbligo immediato per la Bce di Mario Draghi di coprire l'inevitabile deficit attraverso l'acquisto di bond trentennali emessi dai singoli Stati nazionali, in modo da rendere possibile finanziare la ripresa europea con un deficit accollato non ai singoli Stati, ma alla Banca centrale europea. Deficit che i singoli paesi, grazie alla ripresa da consolidare nel giro di tre-quattro anni, si prevede che possano coprire in seguito, dopo il ritorno alla crescita. Nel complesso, visto il peso dell'intervento pubblico, una ricetta fortemente keynesiana, con la quale Giavazzi e Tabellini sembrano avere improvvisamente ripudiato il credo liberista e mercatista che li ha sempre distinti.
Non sappiamo come il presidente Napolitano abbia accolto la loro idea. Ma a Palazzo Chigi, dove il premier Matteo Renzi sta insediando una mezza dozzina di consiglieri economici, hanno già alzato il disco rosso. Lo conferma il commento negativo che Roberto Perotti, pure lui economista bocconiano, nonché tra i consiglieri di Renzi della prima ora, ha dedicato il 12 settembre alla proposta Giavazzi-Tabellini, sempre sul sito lavoceinfo.it. In sintesi: il piano suggerito dai due pezzi grossi della Bocconi equivale in Italia a un taglio delle tasse di 80 miliardi di euro in un colpo solo. Taglio che dovrebbe essere finanziato interamente dalla Bce e accompagnato da una riduzione non immediata, ma futura, della spesa pubblica.
Purtroppo, sostiene Perotti, l'esperienza dimostra che un piano simile non può funzionare per diverse ragioni. Quasi certamente la Germania si opporrebbe. E anche se non lo facesse, il piano non funzionerebbe perché un taglio della spesa pubblica così ampio non ha mai funzionato in nessun Paese europeo, neppure in Finlandia e in Svezia, che sono più credibili dell'Italia in materia di finanza pubblica. Negli anni Novanta, questi due Paesi si erano impegnati a tagliare la spesa pubblica, nell'arco di cinque anni, per importi mai visti prima: del 12,1% la Finlandia e del 6,8% la Svezia. Al termine del programma, i tagli risultarono appena dello 0,4% in Finlandia e del 3,6% in Svezia. «Per la ripresa non ci sono scorciatoie», conclude Perotti. «L'unica alternativa è ridurre le tasse insieme alla spesa, un processo graduale che richiede tempo, miliardo dopo miliardo, con un approccio realistico».
En passant, Perotti, che stando a Palazzo Chigi conosce bene i conti pubblici, fa notare che a fronte dell'iperbolico taglio di 80 miliardi di tasse immaginato da Giavazzi-Tabellini, «i tagli di spesa individuati in un anno di lavoro dal commissario Cottarelli sono al più di 12-15 miliardi, e presumibilmente non tutti verranno approvati dal governo». Insomma, quella di Perotti è una bocciatura totale sul piano economico, accompagnata da considerazioni politiche ancora più dure. La proposta Giavazzi-Tabellini «crea un insormontabile problema di azzardo morale». Più avanti: «Si potrebbe pensare che se le cose non dovessero andare come ci si aspetta, si possono sempre ritirare i tagli alle tasse. Ma un taglio e poi un aumento di tasse per 80 miliardi creerebbe un disastro politico, ed enorme incertezza economica”.
La bocciatura di Perotti ha suscitato numerosi commenti tra i lettori del sito. C'è chi richiama l'attenzione sui problemi veri dell'economia reale, come il rapporto banche-imprese e il credit crunch, ignorati da Giavazzi e Tabellini nella loro proposta. Un lettore, Maurizio Cocucci, osserva che il piano dei due economisti bocconiani «è inattuabile in quanto ogni intervento diretto della Bce è espressamente vietato dall'art. 123 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea». Altri invocano interventi del governo su questioni irrisolte, come i costi standard, gli sprechi delle Regioni (Sicilia in testa), l'Iva, l'evasione fiscale, la corruzione, il fondo di garanzia per le imprese, e così via. Nel complesso, una dimostrazione di grande attenzione dei lettori alle molte sfide che dovranno essere affrontate da Renzi nella prossima legge di stabilità, entro il 15 ottobre. Legge che per il governo si annuncia come un vero redde rationem.

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