L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 14 settembre 2014

Pd sotto la mannaia di una magistratura che protegge i propri privileggi

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Il Frankenstein del PD

di Valerio Guizzardi

In Emilia Romagna c’è una guerra, ormai da tempo, che oppone il Pd a una parte consistente e maggioritaria della Procura e della magistratura giudicante. Per il momento il secondo “esercito” pare vincente: ha detronizzato il Presidente Vasco Errani e ora si avvia, a colpi di avvisi di garanzia, a mettere mano alle primarie per l’elezione del prossimo Presidente. Infatti Matteo Richetti e Stefano Bonaccini, due dei tre candidati avatar di Renzi, sono stati colpiti e affondati. Vedremo in seguito che si deciderà del terzo candidato Roberto Balzani.
Per non perderci in chiacchiere e senza scomodare analisi raffinate potremmo riassumere così: il Pd sta alla Magistratura come gli Usa stanno all’Isis. Prima li hanno creati, organizzati e armati scagliandoli contro il nemico di turno. Poi autonomizzatisi, gli “amici” di un tempo si sono rivolti contro i loro creatori in una strategia di comando e potere propria. Con gli stessi metodi: la decapitazione pubblica mediatizzata.
Questa tattica suicida del Pd è però una storia antica: rimanda infatti almeno ai “favolosi Settanta” quando Pci e Cgil usarono la fazione Picista di Magistratura Democratica contro l’autonomia di classe, nella sua caleidoscopica composizione politica. L’intento, purtroppo riuscito, era di sbarazzarsi non solo delle forme autonome che in quegli anni agivano un conflitto volto ad “abolire lo stato delle cose presenti” ma anche della sua stessa base sociale in continuità strategica con il Compromesso Storico, e la consegna dell’intera classe al modo capitalistico di produzione, allora in piena transizione verso l’era neoliberista.
Oggi hanno cambiato il nome ma non il metodo: sbarazzarsi del nemico, che sia Berlusconi o i movimenti, usando la magistratura come una clava. Ma qualcosa è cambiato. Sì, perché quando si crea un Frankenstein e poi se ne perde il controllo si va incontro a grossi guai. Infatti hanno spinto di fatto la Magistratura a evolversi da un Ordine dello Stato a un Potere autonomo vero e proprio, che ha come obiettivi strategici l’autoconservazione corporativa, anche a mezzo di utili torsioni del Codice penale, comando e privilegi. Ma soprattutto il monopolio della verità in sentenza, la quale viene misurata in ragione della sua utilità alla piena conservazione dello status quo. Che, tra l’altro, sono anche i mezzi di selezione utili ad ottenere di volta in volta, di elezioni dopo elezioni, una “qualità” di governo più morbida e accomodante verso se stesso.
Altrimenti sono guai: infatti, per esempio, ogni volta che il Governo di turno annuncia la riforma di quel Potere partono grappoli di arresti o avvisi di garanzia a scopo dissuasivo verso chiunque voglia provarci. Tattica di guerra si direbbe fino ad ora ben riuscita, visti i risultati.
Ma torniamo da dove eravamo partiti: il piano regionale. Certo qui si gioca una partita importante, foriera di risvolti nazionali di non poco conto. Pare evidente che la Magistratura locale stia tentando di modificare gli antichi equilibri che hanno garantito – dal Pci al Pd – il monopolio del potere dal 25 aprile 1945. E, attraverso questo, il regno incontrastato dei potentati economici di diretto riferimento: il cosiddetto Modello cooperativo emiliano. Quest’ultimo ha, incontestabilmente, trasformato nel tempo quello che dalla seconda metà dell’Ottocento era una virtuosa idea di economia sociale inclusiva, a tratti anche sovversiva dell’allora ordine esistente, in una piovra neoliberista che pompa giganteschi profitti a mezzo di predazione e sfruttamento fino all’osso del lavoro vivo.
Sia chiaro, qui nessuno grida al complotto. Questa guerra tra Magistratura e Pd non ha nulla di nascosto: gli eserciti in campo sono noti, tattiche e strategie evidenti. Per il momento la Magistratura pare vincente, le teste che cadono non si contano più. Il Pd grida berluschianamente «Giustizia a orologeria» e le sue fila sono allo sbando. Vedremo come evolverà la situazione.
A noi non resta che approfittarne e organizzarci per un autunno di lotte che promettiamo molto caldo
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