L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 14 settembre 2014

TTIP, si accorgono dell'accordo impossibile, mai troppo tardi



Ue frena su accordo commerciale con Usa: troppi rischi



Il mistero comincia con la sigla, che più oscura non si può: Ttip, ovvero Transatlantic Trade and Investment Partnership. In chiaro, il grande accordo commerciale Usa-Europa, che dovrebbe dare un impulso decisivo all'economia delle due sponde dell'Atlantico. Come, non si è mai ben capito, perché il mistero della sigla è niente, rispetto alla segretezza che avvolge i negoziati in corso da oltre un anno, con il rischio di arrivare ad un accordo fra tecnici, prima ancora che politici ed opinione pubblica abbiano capito di cosa si tratta. Ma forse no. Quello che doveva essere un impetuoso fiume di scambi e opportunità potrebbe rivelarsi un modesto rigagnolo. E, probabilmente, è meglio così.

L'obiettivo del patto è abbattere le barriere commerciali fra Usa e Ue. Non tanto quelle doganali - già assai basse, non arrivano al 4 per cento - quanto quelle normative, cioè le differenze di regolamenti e legislazioni. Secondo i calcoli fatti propri dalla Commissione Ue, l'economia europea ne trarrebbe un cospicuo vantaggio, calcolabile in un aumento del Pil di quasi 120 miliardi di euro l'anno. Una manna, in questi tempi difficili. Solo che i benefici di cui parla la Ue sarebbero quelli verificabili nel 2027, dopo 10 anni di funzionamento del patto. E non sono neanche, a ben vedere, così grandi. Si tratta di mezzo punto di Pil che si accumula nell'arco di dieci anni: dunque, 0,05 per cento in più l'anno.

E i costi? Difficili da calcolare. Però, in Europa, le norme a protezione
dell'ambiente e dei consumatori sono più stringenti di quelle in vigore negli Usa. Se si parificano, è l'Europa che ci perde. Per esempio, spiega un economista americano, Dean Baker, in America, la competizione nei telefonini è assai minore che in Europa e i prezzi, di conseguenza, più alti. Ancora, le compagnie petrolifere attuano il "fracking" senza dover neanche rivelare cosa sparano nel sottosuolo e se può inquinare l'acqua potabile. Soprattutto, le aziende farmaceutiche riescono a proteggere i loro brevetti, molto più a lungo che in Europa, impedendo l'avanzata dei generici. Il risultato sono prezzi anche dieci volte superiori.

Qui, però, si potrebbe obiettare, siamo in Europa, non in America. E invece no, grazie a quello che, finora, si è capito del Ttip. Perché le compagnie potrebbero portare i governi in tribunale per aver visto penalizzare i loro profitti attesi. Al di là dell'Atlantico, la Eli Lilly sta facendo causa al Canada, perché il governo canadese ha approvato la vendita come generici di due medicinali dell'azienda. Attenzione, perché non è neanche questo il punto più inquietante. Che è invece quello dei tribunali che sarebbero chiamati a decidere, grazie al Ttip. Non la magistratura ordinaria, nazionale o comunitaria. I governi sarebbero portati davanti a corti di arbitrato internazionali, che decidono a porte chiuse, senza possibilità d'appello e con assoluta discrezionalità nell'imporre multe e sanzioni. Non basta: i giudici non sono giudici, ma professionisti che, come in una porta girevole, passano dal ruolo di avvocati di una parte in un processo a quello di arbitri in un altro. In America, hanno calcolato che oltre la metà dei processi aziende-governi sono finiti nelle mani degli stessi 15 arbitri.

Un terreno minato, che ha già sollevato proteste, soprattutto in Germania, anche se manca un testo pubblico di cui discutere. Ma che, forse, ha convinto Bruxelles ad una ritirata rispetto agli impegni della Commissione Barroso. Nei giorni scorsi, a nome della presidenza italiana della Ue, Carlo Calenda, il ministro che segue specificamente il Ttip, ha comunicato al Parlamento europeo che la firma del patto potrebbe slittare al 2015 e, soprattutto, che ci si limiterà, probabilmente, ad un accordo limitato e transitorio. A Bruxelles, ha sottolineato il ministro, si sta rivedendo l'intera strategia del patto o, almeno, c'è "una profonda riflessione sulla strategia negoziale". Una delle prime mosse della nuova Commissione di Juncker sembra essere una precipitosa marcia indietro su un tema potenzialmente esplosivo.


http://www.repubblica.it/economia/rubriche/eurobarometro/2014/09/12/news/l_ue_frena_sull_accordo_commerciale_con_gli_usa_troppi_rischi_pochi_benefici-95600806/

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