L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 20 ottobre 2014

2 - Il ritorno del Principe - Roberto Scarpinato


Questo libro
di Saverio Lodato
Questo non vuole essere un libro sulla mafia. Non è un libro sulle stragi. Non è un libro sulla corruzione. Semmai è la spietata radiografia che mostra la faccia scura e nascosta, la storia inconfessabile, di un Giano bifronte: lo Stato italia- no. Si sarebbe fatto ancora una volta il gioco del Principe rinunciando finalmente a una visione panoramica, pur nei limiti di un singolo libro, di mafia, stragi e corruzione, messe finalmente tutte insieme. È proprio in questo intrec- cio la chiave di volta per capire ciò che altrimenti restereb- be incomprensibile, indecifrabile, inspiegabile. C’è un solo filo da scoprire, se si vuole dipanare l’intera matassa.
Rivedo a ritroso i miei ultimi trent’anni, trascorsi a rac- contare per «l’Unità» quello che accadeva in Sicilia. Quante volte, dietro i grandi fatti di cronaca che succedevano, ho avvertito la presenza oscura di una mano forte che tirava le redini. Quante volte ho avuto la sensazione che la parolina «mafia», tanto usata e abusata, non potesse essere, da sola, la combinazione esatta per scardinare il forziere dei segreti e dei misteri. Quante volte le campagne dei veleni che infe- stavano Palermo e la Sicilia mi davano la sensazione di rimandare ad altro, alludere ad altro, sottintendere altre spaventose verità.
E se fosse stato vero che il «mostro criminale» era cresciuto da solo, all’insaputa del Potere, come spiegare che la lotta alla mafia, anche nell’ultimo trentennio, è stata un’i- ninterrotta via crucis di polemiche e alti tradimenti, cla- morose omissioni e perniciosi ritardi, grandi cavalcate in territorio nemico e brusche frenate, improvvise ritirate, mentre la mafia, di contro, si caratterizzava, e si caratteriz- za ancora, per la sua longevità quasi unica nell’intero mondo dei poteri criminali?
Ma il giornalista, almeno in Italia, non è pagato per capi- re, per ragionare sui misteri o sull’ignoto. Gli viene chiesto di coprire la quotidianità. Di vedere solo ciò che appare. Di assecondare la corrente. Di avere buon fiuto per indovinare da che parte tira il vento. Ci sono voluti anni e anni perché sui quotidiani nazionali, con pagine suddivise in base a cri- teri apparentemente immacolati, le cronache sui potenti e sui colletti bianchi finiti sotto processo o in manette fosse- ro trattate al pari della cronaca politica. Non si voleva vede- re. Si preferiva ignorare. Si esorcizzava il mostro della cui esistenza, invece, tutti erano bene informati.
Il risultato è che all’opinione pubblica è stata scippata la possibilità di capire, sottratto il diritto alla verità, negato un fondamentale principio di democrazia. E si avvertiva costantemente la presenza di un limite. Una sottile linea di confine – non indicata dalle mappe ufficiali – che non andava in alcun modo superata.
Noi non sappiamo se il libro che il lettore ora ha tra le mani è riuscito a rispondere agli interrogativi che ci siamo posti.
Sappiamo però che, nelle pagine che seguono, quella sottile linea di confine è stata abbondantemente superata. 

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