L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 4 ottobre 2014

Avoletto, il precario dei Block-Bce: «Così ho violato

NAPOLI - Quando lascia la questura dopo un paio d’ore di fermo, con una denuncia in tasca per invasione di edificio, Mario Avoletto è accolto da quel che resta del corteo anti Bce con un applauso. Per i manifestanti, è l’eroe della giornata, l’attivista che ha beffato il dispositivo di sicurezza costruito intorno al bosco di Capodimonte arrampicandosi su una scala in metallo di cinque metri ed introducendosi nel parco, nonostante il getto poderoso dell’idrante della polizia che avrebbero potuto farlo cadere e provocargli guai molto seri.
«Spero con questo gesto — dice — di avere guadagnato visibilità alla manifestazione contro i signori delle banche che tanti disastri e sciagure stanno causando». Non è un novellino delle proteste Avoletto. Quarantacinque anni, università a Scienze Politiche della Federico II, è stato all’inizio degli anni Novanta uno dei promotori dell’occupazione del centro sociale Officina 99. Ha tre figli e vive a Materdei, dove è tra gli animatori del «Giardino liberato », un’area verde che era abbandonata nell ex convento delle teresiane prima di essere recuperata e destinata alla socialità del quartiere. Come e quando è nata l’idea di scalare il muro di cinta del bosco di Capodimonte? «Era una iniziativa concordata tra le diverse anime del corteo».
Perché proprio lei? «Dicono che sono piuttosto agile. In effetti — spiega —su quella scala mi sono arrampicato in fretta. Poi è arrivata la reazione spropositata della polizia e per un attimo ho pensato potesse finire male. Ero già in alto sulla scala quando il blindato ha puntato l’idrante sulle mie gambe. Ho rischiato di perdere l’equilibrio e di cadere da 5 metri. Per fortuna sono riuscito a proseguire ed ho scavalcato il muro di cinta». A quel punto è entrato nel cuore della zona interdetta ai manifestanti. Cosa è accaduto? «Quando i poliziotti che erano nel bosco mi hanno visto — dice — lì sopra, dove mai si sarebbero aspettati di trovarmi, sono rimasti per un attimo basiti. Una funzionaria mi è venuta incontro e mi ha intimato di allontanarmi immediatamente. La scala, però, non c’era più e con tutta la buona volontà non sarei potuto scendere. Diciamo che mi sono consegnato».
Come è stato trattato in questura? «Non ci sono state violenze né intimidazioni — ammette — . Sono stati tranquilli. Si sono limitati a formalizzare la denuncia.Ero in piazza perché sono un lavoratore precario della formazione. Vivo sulla mia pelle i disastri provocati dalle politiche di tagli allo stato sociale, alla scuola, alla sanità. Non mi rassegno a pensare che tutto ciò sia ineluttabile. Bisogna alzare la testa contro quelli che, in nome del profitto, distruggono le nostre vite». Colli Aminei spettrali: negozi chiusi, un clima da guerra. Poi, però, la tensione si è sciolta e siete stati anche applauditi da chi osservava dai balconi. Una vittoria, per voi? «Certamente sì. Alla vigilia i media avevano montato un clima di ingiustificata tensione. Si è evocato lo spettro dei black block, della guerriglia, della violenza. I napoletani non ci sono cascati. Hanno visto sfilare donne ed uomini esasperati dalla precarietà, dalla povertà, dalla crisi. Persone come loro, non i mostri che erano stati dipinti alla vigilia».

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