L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 20 ottobre 2014

Il Pd è un falso ideologico

Augusto Illuminati: Democrazia della catastrofe

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dinamopress

Democrazia della catastrofe

di Augusto Illuminati

Il populismo neo-liberale o democrazia del pubblico è la categoria politologica dominante dell’ultimo decennio, indicante il rapporto diretto fra leadership e consenso mediatico. In Italia se n’è inventata una variante: la gestione del fallimento, della caduta associata di occupazione, consumi e felicità.
Prima Berlusconi e poi Renzi –con il significativo intermezzo dei governi tecnici che hanno esonerato il Premier dai fastidi di una campagna elettorale– hanno risolto la crisi universale della sovranità e della rappresentanza con il dissolvimento del sistema dei partiti di massa che ne era stato il supporto e con l’accelerato svuotamento delle istituzioni parlamentari mediante due strumenti: la delegittimazione del prestigio con la corruzione e impopolari privilegi, l’inceppamento dei meccanismi con il ricorso permanente a maxi-emendamenti e voti di fiducia sulle leggi. Ne è seguito il crollo della partecipazione popolare al voto, la ridondanza delle assemblee, l’accentramento del potere decisionale nel governo, il cui rapporto con gli elettori ha assunto un carattere vieppiù plebiscitario e mediatico, fondato su stile personale del leader, annunci e promesse non verificabili per contenuti e tempistica.
L’Italia è un laboratorio avanzato, sia per quanto riguarda il dissolvimento dei partiti di massa, che nel secolo scorso erano più partecipati e organizzati che nel resto d’Europa, sia per la riduzione dei poteri parlamentari –ancor più evidente a causa della passata predominanza assembleare, determinata dalla dialettica dei grandi partiti nella seconda metà del Novecento.
Purtroppo per gli apologeti della democrazia del pubblico, i trionfi di Berlusconi e Renzi (dopo la falsa partenza di Craxi) hanno coinciso con un declino economico italiano nell’ambito di un più generale scacco della politica economica europea e in una situazione di difficoltà, sia pur diseguale, di tutto il sistema capitalistico. A questa demagogia neo-liberale minore non corrisponde quel minimo di successo che ha consolidato temporaneamente altre fasi di definizione istituzionale –fossero il New Deal o l’industrializzazione staliniana o il complesso militar-dirigista nazista. Nella versione Ue e italiota essa non passerà alla storia, anche se è passata da rullo compressore sopra il nostro disgraziato Paese.
La vicenda del Jobs Act è altamente sintomatica, riassumendo tutte i vizi sopra elencati. Si vocifera –e tanto basta, anche se le cose magari andranno in modo diverso– che pure alla Camera il governo strozzerà il dibattito e ricorrerà al voto di fiducia su una delega in bianco, senza neppure la scusa di una scadenza mediatica quale il vertice Ue sull’occupazione dell’8 ottobre. Diventa così assoluto e incondizionato sia l’uso della delega, che espropria il Parlamento a favore del governo, sia della fiducia, che impedisce emendamenti parlamentari e differenziazione di posizioni. Effetto collaterale simultaneo: la distruzione dell’unica parvenza di partito di massa che tuttora permaneva, il Pd, bloccando anche la possibilità di un’evoluzione del partito padronale berlusconiano in qualcosa di simile alle formazioni conservatrici del resto d’Europa e spalancando praterie al populismo selvaggio grillino e leghista.
Cosa ha distrutto il non rimpianto Pd? In apparenza il precipitarsi opportunista di gran parte dell’apparato sotto la guida ondivaga del tuittante Matteo (ultimo l’impagabile Fassino), in realtà la capitolazione dell’opposizione, cioè del ceto dirigente responsabile dell’ascesa di Renzi e del suicidio delle primarie. Tenendo fede a un modello di partito rinnegato dalla maggioranza, la minoranza ha spinto la disciplina interna a un paradosso, mancando l’occasione di rovesciare il governo e fermare Renzi (la fiducia è la prova del fuoco per un partito di soli elettori) e promettendo l’insubordinazione solo in caso di un secondo voto di fiducia, per cui però alla Camera non ha i numeri né per vincere né per mettere in evidenza il soccorso azzurro. Con l’estinzione della dialettica interna di partito, ben più che con il crollo del tesseramento, la metamorfosi in comitato elettorale pigliatutto si è compiuta e la minoranza ci fa pure la figura di una canea di cavernicoli.
A questo punto, il secondo voto di fiducia non ha alcuna necessità tecnica, ma è solo il modo, per Renzi, di dare uno schiaffo definitivo all’opposizione interna e alla logica parlamentare, imponendo una misura vistosamente inutile. Del resto, lo stesso Jobs Act e la sua forma di delega generica sono un guscio vuoto, non operativo rispetto ai nodi economici e ai rapporti con l’Europa (che saranno piuttosto materia della legge di stabilità), sono un provvedimento simbolico per chiudere con la vecchia forma partito della sinistra e sgominare il sindacato, hanno più la funzione spettacolare del licenziamento di 11.359 controllori di volo decretato da Reagan nel 1981 che quella materiale della repressione thatcheriana degli scioperi minerari nel 1984-1985.
Renzi imposta così (forse senza rendersene conto, nel suo ignorante empirismo) una svolta nella Costituzione materiale, spostando la formazione della legge nella decretazione governativa concordata con le autorità monetarie ed europee, Fmi, Bce e Commissione, e stabilendo un cortocircuito fra Premier e legislazione che non ha paragoni in Occidente, certo non con la laboriosa contrattazione statunitense fra Presidenza e Camere. In tale processo il partito di maggioranza diventa una cassa di risonanza personale da cui il dissenso è estromesso (il PdR a centralismo sovietico) e l’opposizione è tenuta al guinzaglio con uno spostamento al centro e qualche ricattuccio.
Di elezioni e di legge elettorale non si parla, almeno per il momento. Tanto il consenso c’è, no? I gruppi parlamentari formati con il Porcellum si sono adeguati, alle europee il Pd ha preso il famoso 40,8% (sebbene con altro mandato), i sindacati sono divisi e depotenziati, poiché esclusi dalla concertazione e da una contrattazione nazionale dei salari, l’Italicum sonnecchia e i sondaggi sono favorevoli –così come lo erano per Berlusconi, così come La Palisse era vivo fino al giorno prima di morire.
Però i sondaggi non sono tutta fuffa –un po’ farlocchi sì. Esigono qualche ipotesi esplicativa.
Abbiamo parlato di caduta di felicità (quella di occupazione, consumi e produttività è un’evidenza statistica): ecco, il tenace consenso che prima ebbe l’ex-Cav o poi il finto gianburrasca di Rignano (per non parlare del M5s) testimonia, nella sua tonalità rancorosa, la conversione da speranza in rabbia dei sentimenti di quella parte sempre più ridotta che si reca alle urne –gli altri chiudendosi per lo più in un opaco silenzio, qualcuno in più ribelle esodo.
La catastrofe non è solo la caduta del Pil, ma la diffusione della rassegnazione che accompagna, in assenza di una nuova egemonia, una decadenza endemica della vita economica e social. L’Italia è un laboratorio del fallimento neo-liberale.

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