L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 24 ottobre 2014

Infrastrutture digitali ed energia pulita soldi per investire solo fuori dall'Euro

Jeremy Rifkin: “L’unica industria che non avrà futuro è quella delle fonti fossili”

Nel nuovo “The Zero Marginal Cost Society”, si descrive il paradosso che ha portato il capitalismo alla grandezza, ma che ora ne minaccia il futuro: moltissimi beni e servizi stanno diventando praticamente gratuiti e abbondanti



23/10/2014
Parla come un fiume in piena Jeremy Rifkin, l’economista statunitense teorico della Terza Rivoluzione Industriale, che ha recentemente pubblicato un nuovo libro, “The Zero Marginal Cost Society” (Mondadori) dove descrive il paradosso che ha portato il capitalismo alla grandezza, ma che ora ne minaccia il futuro: moltissimi beni e servizi stanno diventando praticamente gratuiti, abbondanti, e non dipendono più dalle grandi aziende. 

Questa rivoluzione, dopo la musica e la comunicazione inizia ad interessare anche l’energia?  

Esatto. Tutto è iniziato nel 1999, quando Napster sviluppò un network che permetteva a milioni di persone di condividere brani musicali senza dover pagare i produttori e gli artisti, creando scompiglio nell’intera industria musicale. Poi con il giornalismo on line tutti siamo diventati consumatori ma anche produttori di informazione, immettendo una massa di testi, foto e video. Da consumers a pro-sumers, produttori. E lo stesso avviene ora con le fonti rinnovabili dove l’energia in eccesso prodotta dai pannelli solari sopra la nostra casa la immettiamo in rete. Nonostante il fatto che i costi fissi delle tecnologie solari ed eoliche siano ancora alti, il costo per la “cattura” di ogni unità di energia è basso. Ci stiamo avvicinando a un costo marginale vicino allo zero ed emergono milioni di piccoli produttori di energia, mentre le grandi aziende energetiche sono sempre meno rilevanti. Il costo fisso per l’energia sta scendendo rapidamente così com’è avvenuto con quello dei computer: siamo passati da 68 dollari al watt a 60 centesimi di dollaro al watt. D’altronde sole e vento sono gratis, non ci spediscono la bolletta a casa! 

A dare una grande spinta all’economia a costo marginale zero c’è una realtà che lei chiama l’Internet delle Cose, ovvero?  

Questa nuova piattaforma tecnologica sta iniziando a interconnettere tutto. Già oggi più di 11 miliardi di sensori sono applicati a risorse naturali, linee di produzione, reti elettriche, network logistici e cicli di riciclo, e impiantati in case, uffici, negozi e veicoli, immettendo immani quantità di dati nell’Internet delle Cose. Entro il 2020 si prevede che almeno 50 miliardi di sensori saranno connessi ad esso. Per fare un esempio, 37 milioni di edifici negli Stati Uniti sono stati dotati di misuratori e sensori connessi all’Internet delle Cose, fornendo informazioni in tempo reale sull’utilizzo e sulla variazione dei prezzi dell’elettricità nella rete di distribuzione. In futuro questo permetterà agli edifici – che produrranno e immagazzineranno energia rinnovabile grazie ai loro sistemi solari ed eolici – di programmare software che li escluderanno dalla rete di distribuzione quando i prezzi raggiungono i livelli massimi, in modo da alimentare i propri edifici con la propria energia verde e condividere i surplus con i vicini a costi marginali vicini allo zero. 

Qual è l’entità di questo cambiamento?  

Immensa. Se nella prima rivoluzione industriale dominava il petrolio a basso costo, la tv e le grandi fabbriche di automobili, ora sta nascendo un nuovo modello economico in cui l’energia ce la produciamo da soli, la tv la vediamo sul web e le macchine si stampano con una stampante 3D. Pensi che la prima auto di questo tipo è “made in Italy”! L’Italia è stata leader del mercato nella prima rivoluzione industriale con industrie come la Maserati, lo sarà anche nella Terza rivoluzione industriale. 

L’Italia quindi ha la possibilità di giocare un ruolo importante in questa nuova economia?  

Certo, io l’ho detto al primo ministro Renzi a Venezia lo scorso luglio. Dovete dotarvi subito di infrastrutture. Così come l’Italia del boom costruiva le autostrade, ora bisogna ripensare la rete elettrica con le smart grid per favorire le rinnovabili e la produzione decentralizzata di energia. Tutti ne guadagneranno e si creeranno subito posti di lavoro qualificati e non. Nell’arco di due generazioni si può effettuare questa transizione. L’unica industria che non avrà futuro è quella delle fonti fossili. L’Italia deve seguire però l’esempio della Germania dove tutti i partiti, nessuno escluso, hanno abbracciato la strada delle rinnovabili, non ci si può dividere su scelte come questa, che hanno a che fare con il nostro futuro. Il mondo va altrimenti dritto verso la sesta estinzione e questa volta l’uomo sarà l’unica specie responsabile. 

Lei parla molto dell’economia della condivisione. Si sarebbe mai aspettato che in poco tempo a Milano ci sarebbero stati 100 mila utenti del car sharing, con Roma che sta andando nella stessa direzione?  

Sì, i giovani non vogliono più essere proprietari di un’automobile, è molto più semplice per loro connettersi a Internet e grazie al Gps localizzare l’auto più vicina disponibile e salirci in pochi minuti senza aprire il portafogli grazie al pagamento on line con paypal. Ogni auto condivisa permette l’eliminazione di altre 10-15 auto. Con lo sviluppo del car sharing ne toglieremo dalle strade l’80 per cento. Già oggi un miliardo e 700 milioni di persone in tutto il mondo sono membri di servizi di car-sharing. 

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