L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 4 ottobre 2014

L'Euro verso l'implosione

Anche Merkel deve fare i compiti a casa per riportare il surplus commerciale entro i limiti del Fiscal Compact 

 di Tino Oldani  

Fino a pochi mesi fa Angela Merkel incuteva timore in Europa, i suoi moniti sui «compiti ai casa» erano un vero incubo per i Paesi con i conti pubblici in deficit. Ora la musica sembra cambiata, e non di poco. Se i governi di Francia e Italia hanno deciso di fare uno strappo alle regole del Fiscal Compact, rinviando entrambi al 2017 il pareggio di bilancio, è perché sanno di poter dimostrare che anche la Germania sta violando il medesimo trattato. In proposito, bastano alcune pagine di un saggio recente di Veronica De Romanis («Il caso Germania: così la Merkel ha salvato l'Europa»; Marsilio), che fa parte dello staff dei consiglieri economici del premier Matteo Renzi. «In base alle nuove norme introdotte nel Fiscal Compact», scrive De Romanis, «se un Paese registra per lungo tempo un attivo commerciale superiore al 6% può subire richiami ed essere sanzionato». E questo è esattamente il caso della Germania, «che dovrebbe dare il proprio contributo al riequilibrio dell'area europea attraverso maggiori consumi interni e un aumento degli investimenti». Compiti a casa, questi ultimi, che la Merkel non sta facendo, e neppure sembra intenzionata a fare.
Ma questo non è l'unico motivo per cui l'ipotesi avanzata ieri dalla Repubblica di una sanzione europea contro la Francia pari allo 0,2% del pil, e di un richiamo Ue all'Italia, non spaventa Francois Hollande, né Renzi. C'è infatti un altro motivo, una regola pressoché sconosciuta del Fiscal Compact, che la De Romanis riassume così: «In base alle nuove norme, le raccomandazioni della Commissione Ue, volte a punire i Paesi che non rispettano i target, possono essere disattese solo se non hanno l'appoggio della maggioranza qualificata degli Stati membri. In altre parole, si applica il meccanismo del reverse voting, della maggioranza qualificata invertita». In concreto: se due terzi dei Paesi membri dell'Unione decidessero di non votare a favore di eventuali sanzioni contro la Francia o contro l'Italia, tali sanzioni resterebbero lettera morta.
Un'eventualità per ora solo teorica, ma tutt'altro che remota di fronte al dilagare della recessione, che sta mettendo a dura prova quasi tutti i Paesi dell'Unione europea, molti dei quali hanno già i bilanci in deficit e nessuno può vantare un surplus commerciale come quello tedesco.
Pur tessendo ampi elogi della Merkel, che considera «la salvatrice dell'Europa unita», nel suo saggio la De Romanis non ne trascura i punti deboli, con annotazioni di grande attualità. «La cancelliera naviga a vista, applicando il motto 'si può fare oggi il contrario di ciò che si è annunciato ieri», scrive la consigliera economica di Renzi, citando il sociologo Ulrich Beck. Giudizio condiviso dalla scrittrice Gertrud Hohler, che ha sintetizzato nel «sistema M» il modo di fare politica della Merkel: «Non fa distinzioni tra valori di destra e di sinistra, che per lei sono intercambiabili; così elimina quelli che non le paiono utili, e adotta quelli che soddisfano i cittadini, anche se provengono da una cultura che non le appartiene».
Poiché i tedeschi sono un popolo di forti risparmiatori (16,4% di propensione al risparmio, contro la media dell'11,2% europea), e poiché, dopo Weimar, sono convinti che i conti pubblici in ordine sono il modo più sicuro di proteggere i risparmi, ecco spiegato perché il monito più frequente della Merkel sui «compiti a casa» per i Paesi in deficit. Per giustificare la politica di austerità imposta al resto d'Europa, quando parla ai suoi connazionali la cancelliera ama ricordare tre numeri: la popolazione europea è appena il 7% di quella mondiale, ma da sola copre il 50% della spesa sociale mondiale, e poiché nel 2050 gli ultrasettantenni saranno pari a un terzo della popolazione dell'Europa, il sistema del welfare attuale non potrà reggere senza i conti in ordine. Il che autorizza, a suo dire, la severità delle regole imposte con il Fiscal Compact.
È però un fatto che la politica di austerità ha portato la recessione, impoverito l'Europa e reso inevitabili per molti Paesi i deficit di bilancio. Un fallimento a cui la Bce di Mario Draghi sta cercando di mettere una pezza, con acquisti dei titoli di Stato, politica a cui la Bundesbank di Jens Weidman, custode del rigore teutonico, si oppone duramente, ma in solitudine. Finora la Merkel se l'è sempre cavata con una serie di mediazioni tra la Bce e la Bundesbank. Ma, da qualche tempo, questo gioco si è fatto più difficile, perché alla sua destra è nato un partito euroscettico, Alternative fur Deutschland (AfD), che le sta portando via consensi proprio accusandola di debolezza verso la Bce e i Paesi europei più spendaccioni. Per questo il suo monito contro la Francia e l'Italia, che rinviano il Fiscal Compact, è stato duro e immediato. Ma questa volta sembra solo l'inizio di una partita europea diversa dal passato, tutta da giocare, dove l'egemonia tedesca dovrà fare i conti con l'accusa di eccessivo surplus commerciale, dunque di violare il Fiscal Compact per scarsa solidarietà europea. In definitiva, di compiti a casa non fatti. 

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