L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 8 novembre 2014

Il terrorismo è l'arma dell'Arabia Saudita contro l'Iran

L’ARABIA SAUDITA FA GUERRA ALL’IRAN ABBASSANDO IL PREZZO DEL #PETROLIO

Il conflitto tra le due potenze del Golfo, Arabia Saudita e Iran, non si riflette solo sulla regione con forti ripercussioni sulla guerra in Siria, in Iraq e in Yemen ma anche e soprattutto sul fronte dell’economia. Secondo quanto ha rivelato una fonte saudita a FUTURO QUOTIDIANO , la strategia di Riad per fermare l’avanzata sciita, dopo le vittorie conseguite dall’Iran sul campo in Siria e in Yemen dove le milizie sciite al Houthi hanno occupato Sana’a, è quella di provocare una crisi economia e finanziaria a Teheran. Il regime iraniano infatti, che ora con lo Yemen controlla quattro capitali arabe dopo Damasco, Beirut e Baghdad, è già in sofferenza per le grosse spese alle quali ha dovuto fare fronte per la guerra in Siria e per finanziare i movimenti sciiti nella regione.
Saudi ArabiaOra l’obiettivo di Riad è quello di provocare un ribasso del prezzo del petrolio fino a portarlo a quota 70 dollari al barile. E la prima mossa fatta in questa direzione dall’Arabia Saudita con la complicità degli Stati Uniti è stata quella di aumentare la produzione di greggio inondando i mercati per provocarne il crollo del prezzo. Settanta dollari, secondo gli esperti di Riad,  è la quotazione  che provocherebbe  il collasso dell’economia iraniana fermandone l’ espansione nella regione. Il piano saudita si rendebbe ancora più urgente e importante alla luce dell’attacco compiuto nella notte tra lunedì e martedì scorso nella zona di al Ihsa, abitata da una forte maggioranza sciita, nell’est dell’Arabia Saudita. Nell’azione un commando di qaedisti ha ucciso 7 sciiti che uscivano da una moschea innescando un pericoloso scontro settario, simile a quelli già in corso tra sunniti e sciiti in Yemen, Siria e Iraq.
Il prezzo del petrolio è già sceso ai minimi da 3 anni, dopo la decisione di Riad di tagliare il prezzo del greggio agli Stati Uniti. arrivando a 77 dollari al barile. I rapporti tra Arabia Saudita e Iran sono senza dubbio indicativi dei conflitti nella regione mediorientale, scrive il giornale libanese “al Safir”,  vicino alle milizie sciite Hezbollah. L’incostanza delle relazioni tra i due Paesi si riflette direttamente sui campi di battaglia in Iraq, Siria, Libano e Yemen.
Nonostante gli inviti al dialogo, sembra che le relazioni tra Riad e Teheran siano destinate a essere conflittuali anche nel prossimo futuro. Di questo è indice la decisione di Riad di trasferire il conflitto regionale con Teheran sui mercati internazionali dei prezzi del greggio: nelle ultime settimane l’Arabia Saudita ha ridotto i prezzi del petrolio leggero sui mercati asiatici; una mossa che ha costretto l’Iran a fare altrettanto per mantenere la sua quota di mercato.
Ma è noto, scrive “Al Safir”, che a soccombere sarà Teheran in quanto l’Arabia Saudita produce ogni giorno circa 10 milioni di barili, a fronte di una produzione iraniana di un milione e mezzo di barili giornalieri. Il prezzo del petrolio è crollato ai minimi da due anni dopo che l’Arabia Saudita ha tagliato a sorpresa il prezzo del greggio esportato verso gli Usa, proseguendo così la sua offensiva ribassista ai danni degli altri produttori dell’Opec e di paesi fortemente dipendenti dalle esportazioni dell’oro nero, quali Russia e Venezuela.
La decisione del primo esportatore di petrolio mondiale, però, ha messo sotto pressione anche le compagnie statunitensi legate al boom del petrolio da scisti, tanto che l’indice Dow industrials è scivolato più di una volta in territorio negativo. Il boom dell’industria petrolifera statunitense, consentito dallo sviluppo delle nuove tecnologie estrattive, non ha mai affrontato la prova di un calo significativo e prolungato dei prezzi. Il calo dei prezzi del petrolio, scrive il “Wall Street Journal” è una buona notizia per i consumatori, ma danneggia i margini delle compagnie del settore energetico, in particolare le più piccole e quelle maggiormente indebitate.
Hamza Boccolini

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