L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 8 dicembre 2014

4 miliardi servivano per la sanificazione del processo di produzione e la gestione deve essere data alla Comunità di Taranto

Non e' sensato nazionalizzare l'Ilva. Vi spieghiamo il perche'

Il governo Renzi, i sindacati, stampa ed economisti prezzolati raccontono enormi bufale in relazione all'impianto jonico. E, intanto, non c'è alcuna traccia di Taranto nel Piano Junker. Fatto gravissimo che dimostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che della città pugliese e dei preoccupanti problemi dei suoi cittadini non interessi a nessuno
di Erasmo Venosi
Il prossimo 12 dicembre, probabilmente, conosceremo le reali intenzioni intorno all’Ilva di Taranto. Si svolgerà a Brescia il convegno di Siderweb. Due osservazioni preliminari intorno a cambi di proprietà e piani industriali per il rilancio della impresa. Sul cambio di proprietà i recenti rumors, indicherebbero una soluzione pubblica. La “ristatalizzazione” di Ilva attraverso la replica del modello Alitalia: ovvero la costituzione di una “newco” e di una “badcompany”. Una sorta di “IRI 2.0” di Ilva utilizzando, in sostanza, i risparmi postali che finanziano la gestione separata della Cassa Depositi e Prestiti. Difficile credere a una Cdp che partecipa attraverso l’attività ordinaria. Bisogna anche decidere rapidamente perché con il prestito ponte di 125 mln euro siamo arrivati al punto critico. Da gennaio non ci sono in cassa nemmeno i soldi per pagare gli operai. Allora quale sarebbe la proposta, visto che la difficoltà di vendita ai privati ha convinto Palazzo Chigi, in maniera distorta e strumentale, della possibilità di “fallimento del mercato” per  l’Ilva (sic!!) ?
Si crea una bad company nella quale si fanno rientrare tutte o gran parte delle passività attuali e potenziali di Ilva (vedi le risorse per attuare le prescrizioni dell’Aia e magari anche le bonifiche ) e la newco, che nasce dalla ristrutturazione, creando una new company per Ilva. Il percorso da seguire? Stravolgere le norme che disciplinano la Cdp, oppure utilizzare alcune partecipate della stessa come PPP Italia, o F2i, o il Fondo internazionale Marguerite costituito insieme alla BEI che entrerebbe al 49% nel capitale sociale di Arvedi o Mercegaglia .
La badcompany a carico di chi paga le tasse! In via incidentale la Cdp è, insieme alla “Caisse des Depôts” francese, compartecipe di un fondo che nel quadro dell’Unione per il Mediterraneo è dedicato alle iniziative infrastrutturali dei Paesi della costa meridionale dell’Europa: in particolare nei settori idrico, portuale, ferroviario e delle reti di trasmissione elettrica. Infine, Cdp partecipa al fondo Galaxy, specializzato in infrastrutture di trasporto, Non si sono mai sognati di attivare questi fondi per le reti “stabucate” di trasmissione elettrica che raccolgono in Puglia la energia prodotta da fonti rinnovabili; e nemmeno sperimentati progetti di “smart grid” che la ipocrita “Europa“ avrebbe potuto qui sperimentare invece che in altri luoghi del Paese. Nessun intervento neanche sulla portualità tarantina. Esempio ne è la piastra logistica definita strategica dalla legge obiettivo di 13 anni fa e i mancati interventi sulla rete ferroviaria potenziando una logistica di distretto connessa al porto di Taranto. No. Nessun intervento o idea di ristrutturazione nel mentre anche “Expo 2015” tratta il tema strategico dell’agroalimentare coniugando traduzione e innovazione. Mantenendo lo spirito artigiano adattato all’e-commerce e alla logica industriale, in sinergia con il turismo sfruttando le potenti opportunità rappresentate dalle tecnologie ICT e dalle risorse energetiche rinnovabili. No. Taranto non può essere ripensata in ossequio alle rendite di posizione sindacali e partitiche consolidando la bolletta in vite umane da pagare a questa follia.
Presto dovrà pur terminare la guerra fatta al gas russo, manipolando il prezzo del greggio da Arabia Saudita e Usa utilizzando, i primi, l’offerta del petrolio e, i secondi, lo shale gas. Sarebbe sufficiente leggere il V Rapporto di IPCC e immaginare cosa succederà nella Conferenza tra le Parti (COP ) il prossimo anno a Parigi per ripensare tutte le attività connesse alla incidenza delle fonti fossili sui modelli produttivi e, soprattutto, le attività energivore. Probabilmente è chiedere troppo a una inesistente classe politica che ha generato e genera costi sociali, sanitari e ambientali altissimi guardando al futuro con lo specchietto retrovisore. Tornando a Ilva servono subito almeno un tre/quattro miliardi, tra adempimenti Aia, ristrutturazione della centrale elettrica, interventi sull’altoforno più grande d’Europa (AFO 5), ricostituzione scorte di minerale , rimozione insolvenza su pagamento energia elettrica e gas e, infine, gli oneri derivanti dalla chiusura temporanea di alcuni settori per l’attivazione degli interventi. Vedremo quanto reggerà, in ambito giudiziario, il sequestro delle somme dei Riva custodite nelle casse della svizzera Ubs. Sequestrate a chi è ancora proprietario di Ilva e con una magistratura, che tra i vari gradi, ci ha abituato al totale stravolgimento delle sentenze. Esempio ultimo è quello della Cassazione in relazione al precedente sequestro su Ilva e, giorni fa, sulle morti da amianto in Piemonte. Alcuni credono possibile utilizzare anche la patacca del Piano Junker: ovvero gli annunciati 315 mld di euro che ha come moneta realmente fresca la miserabile cifra di 2 mld più 5 di garanzie Bei e 14 saccheggiati sui fondi ricerca del bilancio UE. Un Piano che dovrebbe attivare con una leva pari a 15, appunto 15 volte 21, che fa proprio 315 mld da ripartire su 1800 progetti già presentati e con regole di selezione e assegnazioni non prima della prossima estate! La cosa agghiacciante è la totale inesistenza di Taranto e dei suoi cittadini in questa storia degli orrori ambientali. Della totale assenza di una visione strategica di riconversione di un modello produttivo che sarà pure strategico , ma che è incompatibile con una città di 250 mila abitanti. Alla luce, soprattutto, di un dibattito internazionale tutto centrato sulle città smart.
Invece, a causa della inesistenza di fondi congrui a finanziare formazione e assistenza di quanti perdono il lavoro, a seguito di processi di riconversione, si legittima lo scontro tra cittadini e lavoratori. Tra salute e qualità della esistenza in un area di elevata disoccupazione. Ma perché non ci sono i soldi? Perché nella ripartizione salari/profitti/rendite il regolatore, ovvero lo Stato, ha consentito almeno la perdita di 5/10 punti di PIL a scapito dei salari e senza costituire un Fondo per le ristrutturazioni industriali! Leggere in proposito la ricerca “ The Global Upward Trend” di Ellis e Smith: nell’Italia della sinistra di Palazzo, e delle rendite di posizioni della oligarchia sindacale, si calcola che 8 punti di PIL, dal 1983 al 2005, sono stati acquisiti dai profitti a danno dei salari. Una montagna di soldi che ipotizzando un solo punto di questi 8 per costituire fondi, per la ristrutturazione industriale o per interventi sociali avrebbe capitalizzato la bellezza di 264 mld di euro. Ma chi ci ha guadagnato oltre ai profitti ? Certamente la quota di redditi da capitale presi al netto delle imposte indirette, che rappresenta la quota complementare rispetto ai redditi da lavoro. Il grafico dimostra anche che in percentuale di PIL i redditi da lavoro sono al di sotto del livello degli anni ‘60. Concludo affermando che comunque di balle questo Governo ne ha raccontate a iosa! I dati di bilancio non possono comunque essere smentiti come gli accordi sottoscritti. Il rating “partorito” da S & P ci porta appena un gradino sopra il rating connesso ai titoli spazzatura (da BBB a BBB meno); e proprio a causa delle prospettive legate alla evoluzione del debito che S & P quantifica in un incremento di 80 mld di euro entro il 2017. Il bilancio dello Stato assestato, la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza e, infine, la legge di Stabilità ci dicono che gli investimenti in conto capitale diminuiranno in due anni di 23 mld di euro, il deficit passerà dal 3% di questo anno al 2,6% del 2015, al 1,8% del 2016 e allo 0,7% del 2017. Il 2,6 % di deficit del 2015 è quanto chiesto dall’Ue e si “nutrirà” del taglio degli interventi in conto capitale. Un dramma, quello di Taranto, sociale, sanitario e di prospettive economiche al quale si vuole rispondere “ comprando tempo” perché i conti definitivi di certo si faranno presto.

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