L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 20 dicembre 2014

avanza con forza Costanzo Preve, senza il suo pensiero manca una parte importante della tela

PREFAZIONE

''Altri duci'', una riflessione sui fascismi tra le due guerre

Estratto del libro di Marco Fraquelli: analisi di capitalismo e anti colonialismo.

19 Dicembre 2014
Dalla prefazione di Giorgio Galli del libro Altri duci. I fascismi europei tra le due guerre di Marco Fraquelli.

Altri duci è una panoramica storica sui fascismi europei unica nel suo genere, almeno in lingua italiana (…) Dino Grandi (…) parlava del fascismo come di un fenomeno nato dalla guerra e morto con la guerra. In bibliografia viene segnalato il saggio di Marco Tarchi Il ruolo dei movimenti fascisti nella crisi delle democrazie europee tra le due guerre mondiali. Queste due sintetiche rievocazioni del rapporto fondamentale tra fascismo e guerra mi suggeriscono un approccio preliminare che, a mio avviso, permette di collocare meglio Altri duci nell’analisi della storia contemporanea. Se la corrente di pensiero storiografico ancora prevalente continua a parlare di due guerre mondiali (…) una tendenza minoritaria, che a me pare più convincente, ha introdotto, per il periodo 1914-1945, la definizione di «Seconda guerra dei Trent’anni» (…). La differenza nelle definizioni non sta tanto nel vedere una continuità conflittuale dopo il 1918 e sino al 1939 (…) quanto nel vedere una variazione di sequenze, inclusa la crisi del 1929 e sino a quella attuale, per cui nel XX secolo non è cruciale la guerra civile prima europea e poi mondiale, secondo la definizione di Ernst Nolte, nella quale è dominante lo scontro tra fascismo e comunismo (…), bensì la trasformazione del capitalismo settoriale nel capitalismo globalizzato delle multinazionali, attraverso, appunto, la Seconda guerra dei Trent’anni e la principale rivoluzione del secolo, che non è quella comunista, ma quella anticolonialista. Secondo la valutazione prevalente, il secolo breve comincia nel 1914 e si conclude nel 1989 con l’abbattimento del muro di Berlino (….) Secondo l’altra sequenza, il secolo comincia sempre nel 1914, ma si conclude, forse, con la crisi iniziata nel 2007 e tuttora in corso, che vede il capitalismo occidentale in difficoltà e l’emergere di una geopolitica planetaria con protagonisti nati dalla rivoluzione anticolonialista (Russia, Cina, India, Brasile, forse Sudafrica, oltre al mondo islamico risvegliato). Qual è il senso di questa riflessione, in rapporto al libro di cui si parla? Il fascismo è stato indubbiamente caratterizzato dall’opposizione al comunismo. Sconfitto questo fascismo nel 1945, sconfitto anche il comunismo nel 1989, la guerra civile (…) è una storia finita. Se invece il fascismo è stato (…) un fenomeno più complesso, collocabile nella storia del capitalismo e nella rivoluzione anticolonialista (…) allora il modo di leggere il libro di Marco Fraquelli si presta a una riflessione di grande attualità, per quello che (sono) il capitalismo e la crisi della democrazia, alla quale il fascismo tentava di dare una risposta (…) e che oggi darebbe origine (…) alla sfida dei populismi (…) Il fatto che la più solida e rigorosa delle teorie critiche del capitalismo (che solida e rigorosa rimane, pur se da essa è derivato anche il fallimentare esperimento sovietico), quella di Marx e dei suoi continuatori, sia stata alla base dell’espansione e del successo di soggetti politici della sinistra (la socialdemocrazia prima e il comunismo poi), ha sovente fatto dimenticare, nella storia delle idee, che esistono anche teorie critiche del capitalismo fatte proprie dalla cultura di destra, (…) Oggi siamo in presenza di una crisi (…) che incrementa l’anticapitalismo di quello che viene definito come populismo. Come vi siamo giunti? Siamo partiti da un altro trentennio, quello tra la fine degli Anni 40 e la fine degli Anni 70 che la storiografia, non solo di sinistra, definisce i «trenta gloriosi», durante i quali, politicamente caratterizzati dalla guerra fredda, e punteggiati da conflitti caldi in Corea, Algeria, Vietnam (…), lo sviluppo capitalistico si accompagnava con quello del welfare in Europa (…). La svolta si espresse politicamente con le vittorie elettorali di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan (…), mentre il ritmo della globalizzazione si faceva incalzante, anche con l’implosione dell’Impero sovietico (1989-1992) (…) Lo spostamento in senso contrario caratterizzava il trentennio successivo, sino alla crisi iniziata nel 2007/2008, mentre proseguivano le rivoluzioni anticolonialiste e mi chiedevo, nei miei scritti di quel periodo, se sarebbe potuta perdurare una situazione nella quale un quinto della popolazione del pianeta, il cosiddetto primo mondo, avrebbe potuto continuare a utilizzarne l’ottanta percento delle risorse, lasciandone solo il venti percento agli altri quattro quinti. Dopo i due successivi trentenni, la risposta sembra essere negativa: l’ascesa della Cina, dell’India, del Brasile, del Sudafrica (…) paiono indicare che quell’abnorme squilibrio non viene più accettato da chi ne era pesantemente svantaggiato, ed è in questo quadro che il venir meno della prospettiva di un crescente livello di vita, e anzi il delinearsi di un suo abbassamento, è alla radice dell’affermarsi di tendenze dette populistiche (…) anche sulla base di un anticapitalismo simile a quello che Marco Fraquelli registra nei fascismi storici.

http://www.lettera43.it/politica/--altri-duci---una-riflessione-sui-fascismi-tra-le-due-guerre_43675152032.htm

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