L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 22 dicembre 2014

dopo l'esperienze vissute, come può un ministro dell'economia, non sprovveduto, dire che 10 miliardi di privatizzazioni nel 2015, diminuiranno il debito pubblico?



Privatizzazioni. L’Italia si è venduta tutto

ROMA - C’è un fenomeno che da molti anni ormai, a fasi alterne, finisce sulle prime pagine dei giornali, ma, non si sa perché, non viene mai visto nel suo insieme, ma solo a spezzoni, come le puntate di un serial tv.  
È il fenomeno delle privatizzazioni. La stagione delle privatizzazioni iniziò negli anni Novanta, ai tempi di Amato (uno dei possibili candidati alle prossime presidenziali, lo stesso che propose la patrimoniale per “salvare l’Italia”). Chi non ricorda il “caso” Telecom Italia, ex Stet, azienda ricca di assets, agli albori di una liberalizzazione delle telecomunicazioni che avrebbe segnato un cambiamento degli equilibri del mercato: in pochissimi anni passò da una situazione di  prosperità ad un indebitamento che portò alla necessità di svenderne le quote. Un vero affare, ma non per gli italiani.
E chi non ricorda le polemiche a proposito della svendita di Alitalia. Erano gli anni del governo Berlusconi, anche lui di fronte alla necessità, almeno così disse, di svendere “fette” d’Italia. Tra queste, la compagnia di bandiera nazionale. Polemiche, interessi privati e situazioni ingarbugliate. Alla fine, Alitalia fu divisa in due parti: una (la CAI), la parte “buona” dell’azienda, fu messa all’asta e svenduta agli arabi (che hanno subito provveduto a licenziare parte del personale e a trasferirne molti altri nel proprio Paese, dove i sindacati sono ben diversi rispetto a quelli italiani); l’altra (la LAI) ha fatto il suo ultimo volo nel 2009. 
  
Poi fu la volta di Monti, che promise di salvare l’Italia grazie alle sue abilità “tecniche”. Abilità che non impedirono al deficit di continuare a crescere anche dopo che erano stati messi in vendita alcuni “gioielli di famiglia”. “Non solo non escludiamo la cessione di quote dell'attivo del settore pubblico, ma la stiamo preparando e presto seguiranno degli atti concreti”, disse Monti rispondendo a una domanda durante la conferenza stampa seguita alla consegna del premio Responsible leadership award. Entrate che avrebbero dovuto portare nelle casse degli italiani da cinque a otto miliardi di Euro, stando alle previsioni (ma l'area potenziale di intervento, riferì il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, poteva arrivare a 100 miliardi complessivi). Per questa decisione l’allora premier Monti ricevette addirittura le lodi dal ministro delle Finanze tedesco, Wolfang Schaeuble, che lo definì «l'uomo giusto al posto giusto» e pronosticò il ritorno alla crescita per l'Italia. Ovviamente i beni nazionali furono svenduti, l’economia del Bel Paese non fu risanata e l’unica cosa che tornò a crescere fu il debito pubblico. 
Quindi fu il turno di Letta. Con il motto “Fare cassa per ridurre il debito pubblico”, Letta decise di mettere in vendita un cospicuo pacchetto di beni pubblici, anzi un “grande pacchetto di dismissioni e incentivazioni per l’attrazione degli investimenti” come fu definito nel piano “Destinazione Italia”. Il progetto prevedeva entrate per oltre 40 miliardi di Euro, provenienti dalla costituzione e cessione di società per le concessioni demaniali e altri miliardi dalla vendita di beni patrimoniali e ditti dello Stato “disponibili” e “non strategici”. Sulla questione dismissioni interviene Francesco Boccia (Pd): “50 miliardi di Euro sarebbero già una bella botta al debito pubblico” disse in un’intervista a Skytg24.
Che fine abbiano fatto tutte queste decine di miliardi di Euro non si sa, di certo però il debito dello Stato, anche durante il governo Letta, ha continuato a crescere (e il patrimonio nazionale a diminuire). 
Ora è il momento di Renzi, che non avendo più beni “non strategici”, nei giorni scorsi ha annunciato la decisione del governo (ma simili decisioni non dovrebbe prenderle il Parlamento?) di svendere tutto quello che restava dell’Italia. Obiettivo dichiarato: portare nelle “casse del governo” (ma le casse italiane non sono dello “Stato”?) circa 10 miliardi di Euro, entro il 2015. Intanto, si è pensato a rinominare il prossimo anno: l'”anno delle privatizzazioni” (e fino ad ora cosa hanno fatto i capi di governo che si sono succeduti?). Senza contare che le quote azionarie che Renzi intende mettere in vendita appartengono ad aziende che dovrebbero essere considerate strategiche: Poste, Enav, Ferrovie, ENI e molte altre. 
Non importa. In pratica, tutto quello che può essere privatizzato, verrà messo in vendita al miglior offerente. E forse anche qualcosa di quello che non dovrebbe essere privatizzato, come l’acqua. C’è stato, addirittura, chi ha proposto di svendere il Colosseo. 
Il 2015 sarà l'anno delle privatizzazioni. A ribadirlo è stato il Ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, che ha aggiunto: “Nel 2014 il mercato non ci è stato favorevole, tuttavia abbiamo portato in Borsa Fincantieri e RaiWay, quest'ultima ci ha dato grande soddisfazione. Per il 2015 abbiamo in cantiere Poste, Enav e probabilmente Fs. Prima però collocheremo un'altra quota di Enel”. 
Soddisfazione? In questo momento lo Stato sta facendo quello che molte famiglie italiane sono state costrette a fare a causa della crisi che va vanti da molti, troppi anni: vendere i gioielli di famiglia nei vari “compro oro” spuntati come funghi in tutte le città italiane. Solo che  quando escono da uno di questi negozi nessuno di loro prova”soddisfazione”.  A finire sul mercato (e nelle tasche di qualche grosso gruppo finanziario) saranno il 40 per cento di Poste, il 49 di Enav, il 40 di Ferrovie dello Stato e molto altro ancora, come RaiWay, STM e addirittura Cdp Reti, società controllata dalla Cassa Depositi e Prestiti, (il 35% è già passato in mano ai cinesi).    Sarebbe naturale aspettarsi che, dopo avere svenduto praticamente tutto ciò che poteva essere commercializzato almeno sia stata risanata la situazione economica del Bel Paese. Niente affatto. Con la massima semplicità è stato lo stesso ministro Padoan a dirlo: “Il debito, crescerà ancora, probabilmente per buona parte del 2015”. 
L’unica cosa a non essere stata messa in vendita è l’orgoglio italiano. Ma dato che, ormai anche di questo pare ne sia rimasto ben poco, probabilmente non basterà a pagare i debiti conseguenza delle scelte politiche degli ultimi governi.  

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