L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 22 dicembre 2014

Giappone ha votato il 52%, è una vittoria di Pirro


La vittoria in Giappone di Abe non è un trionfo

di Giorgio Cuscito

Ottenuti i due terzi dei seggi alla Camera bassa, il premier nipponico ha consolidato nelle ultime elezioni il suo potere in parlamento. Ma il risultato inganna: il consenso verso di lui è sceso e i problemi economici restano.
In Giappone il partito liberaldemocratico (Ldp) guidato dal premier Shinzo Abe ha vinto in maniera netta le elezioni anticipate che si sono svolte il 14 dicembre. Abe ha consolidato il suo potere in parlamento, ma l’astensione alle urne è stata alta e i problemi - soprattutto economici - sono ancora numerosi.


L’esito delle elezioni e le ragioni della vittoria


L’Ldp ha ottenuto 291 seggi che, sommati ai 35 del partito di coalizione Komeito, sono 326 sui 475 della Camera bassa. Nella Dieta nazionale, questa ha più poteri rispetto alla Camera alta. La maggioranza dei due terzi consentirà ad Abe di far approvare più agevolmente le leggi. Il Partito democratico (Dpj, alla guida dell’opposizione) ha ottenuto solo 73 seggi, mentre il Partito comunista giapponese (Jcp) ha aumentato i suoi da 8 a 21.


Secondo il premier, con questo voto l’opinione pubblica ha approvato l’Abenomics, la ricetta economica lanciata nel 2013, un mix di politica fiscale e monetaria espansive e riforme strutturali nato per contrastare la deflazione e la crescita stagnante del Giappone. In realtà, l’esito delle urne è stato determinato da più fattori.

In primo luogo ha pesato la scarsa fiducia dei giapponesi nei confronti dell’opposizione, sia per l’attuale disorganizzazione interna sia per quanto accaduto in passato. L’Ldp è stato al governo dal 1955 al 2009 (salvo una parentesi nel 1993-1994), anno in cui ha vinto il Dpj. Tuttavia, i democratici hanno deluso le aspettative degli elettori e nel 2012 i liberaldemocratici sono tornati al potere.


Inoltre, secondo le previsioni, l’Ldp avrebbe dovuto ottenere 300 seggi. Il fatto che ne abbia vinti 9 in meno indicherebbe che il consenso dei votanti è inferiore alle aspettative. È simbolico poi che il Partito comunista, che si oppone vigorosamente al premier, abbia guadagnato 13 seggi. Infine, solo il 52% degli aventi diritto è andato alle urne: 7 punti percentuali in meno rispetto alle elezioni del 2012. Il record, su cui ha inciso anche il maltempo, denota scarsa fiducia sia verso l’Abenomics sia verso il Dpj.


I problemi economici del Giappone (e di Abe)


Vinte le elezioni, la priorità di Abe non cambia: consentire al Giappone, terza economia al mondo dopo Usa e Cina, di crescere di nuovo. Sinora, quest’obiettivo non solo non è stato centrato, ma la situazione in cui si trova il paese è meno rosea di quello che ci si aspettava.

Lo scorso aprile, Abe aveva approvato l’aumento della tassa nazionale sui consumi dal 5 all’8% per contrastare il deficit e ridurre il debito pubblico. Questo provvedimento, tuttavia, ha fatto crollare le spese dei consumatori e il paese è entrato in recessione. Ciò ha generato critiche nei confronti dell’Abenomics e spinto il premier a rimandare l’aumento della tassa al 10% fino al 2017. Abe ora intende sollecitare le aziende ad aumentare i salari per consentire all’economia di crescere prima di quel provvedimento. 


Tornare attore geopolitico di rilievo


Il premier sfrutterà la recente vittoria per rilanciare i suoi progetti di politica estera.


Da tempo Abe vuole emendare la costituzione nipponica. Redatta sotto il controllo alleato nel 1946, questa prevede la rinuncia alla guerra come mezzo di risoluzione delle controversie con altri Stati. Le Forze armate hanno solo funzione di autodifesa, limite che Abe vuole rimuovere entro il 2020. Questa scelta è in parte dettata dalla crescente assertività militare della Cina (storico antagonista) nei Mar Cinese Orientale e Meridionale.

Tra i due paesi i rapporti sono ancora tesi. Il mese scorso Pechino e Tokyo hanno ammesso per la prima volta “l’esistenza di posizioni diverse” sulla questione delle isole contese Diaoyu/Senkaku e hanno concordato la creazione di un meccanismo di gestione delle crisi. Un gesto di apparente riappacificazione dopo le tensioni del 2013, iniziate quando la Cina ha creato una zona d’identificazione per la difesa aerea che includeva anche l’arcipelago conteso.


Nonostante ciò, la stretta di mano tra Abe e il presidente cinese Xi Jinping durante il summit Apec, svoltosi qualche settimana fa, è stata piuttosto fredda (qui il video).

In attesa di riformare la costituzione, Tokyo ha introdotto un organo simile al National security council Usa e formulato per la prima volta una strategia di sicurezza nazionale. Inoltre, nel 2015 il budget militare nipponico potrebbe subire un aumento del 3.5% (sarebbe il terzo consecutivo dopo dieci anni di stallo) e raggiungere i 48.7 miliardi di dollari.   


In tale contesto, le elezioni non hanno aiutato Abe. I quattro candidati dell’Ldp nella prefettura di Okinawa (che ospita circa 26 mila soldati statunitensi) hanno perso. Questi sostenevano lo spostamento della base aerea Usa di Futenma nel Nord dell’isola, concordato con l’alleato Washington nel 2006.  La popolazione ha eletto dei rappresentanti che sostengono la totale rimozione della struttura dalla prefettura.

Abe intende anche rilanciare il programma energetico nucleare, nonostante secondo i sondaggi i giapponesi sarebbero contrari. Questo è in stallo dal disastro avvenuto l’11 marzo 2011 alla centrale nucleare di Fukushima. Il premier intende riattivare due reattori presso la centrale nucleare della Kyushu Electric Power a Satsumasendai (prefettura di Kagoshima), la prima a soddisfare gli stringenti requisiti previsti dai regolamenti sulla sicurezza del post-Fukushima. Al momento, i 48 reattori del Giappone sono spenti e sottoposti a ispezione. Prima del 2011, il paese era il terzo per consumo di energia nucleare dopo Usa e Francia.


La necessità delle riforme strutturali


Il prossimo settembre si terranno le elezioni per la leadership del partito e Abe può servirsi del recente successo alle urne per dimostrare ai suoi avversari interni che riscuote ancora un certo consenso.

Ad ogni modo, per rilanciare definitivamente l’economia nazionale, riguadagnare pienamente il favore della popolazione e portare avanti la sua ambiziosa politica estera, il premier nipponico dovrà concentrarsi sulle sinora poco esplorate riforme strutturali. Alcune di queste, come la liberalizzazione del mercato e la riorganizzazione del settore agricolo, paiono necessarie per la partecipazione del Giappone alla Trans Pacific Partnership, l’area di libero scambio a cavallo dell’Oceano Pacifico promossa dagli Usa per contrastare l’ascesa economica della Cina in Estremo Oriente.


Fare le riforme non sarà facile, visto che potrebbero incontrare l’opposizione delle lobby giapponesi che sinora hanno beneficiato dello status quo. L’attuale sistema economico ha garantito per anni un’alta qualità di vita per larga parte della popolazione ma oggi sta diventando sempre più insostenibile. Dalle riforme strutturali dipende una buona parte del futuro dell’economia del paese. E di quello di Abe.   




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