L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 23 dicembre 2014

Grecia, hanno distrutto il Popolo greco, la classe dirigente dovrebbe proteggere e non venderlo agli stranieri


"Il piano Juncker è vuoto, noi greci non siamo il pericolo per l'Europa"

22 dicembre 2014

Martino Mazzonis




Atene durante uno sciopero (Getty Images)

Se il paese ellenico andasse a votare è possibile che la sinistra di Syriza arrivi prima. Quali soluzioni per l'economia e cosa chiede a Bruxelles il partito di Tsipras. Lo abbiamo chiesto al vicepresidente del Parlamento europeo Dimitrios Papadimoulis

Il futuro politico della Grecia è appeso al voto di qualche deputato. Se il Parlamento di Atene non troverà una maggioranza di 180 voti necessaria ad eleggere il nuovo presidente, il paese ellenico tornerà alle urne. Il premier Samaras ha giocato la carta della minaccia di elezioni per rinsaldare la propria maggioranza, ma per adesso sembra che l'azzardo non sia riuscito. Per l'elezione del presidente sono necessari i due terzi dei voti (200) fino al terzo scrutinio, poi al terzo ne bastano 180. Non è previsto un quarto scrutinio: se non c'è maggioranza è il nuovo Parlamento che elegge questa carica sostanzialmente cerimoniale. Al primo tentativo i voti aggiunti da indipendenti ai 155 della maggioranza sono stati solo 5.

Il prossimo voto è previsto per il 23, ma la partita vera si gioca il 29, quando la maggioranza qualificata necessaria è meno corposa. Il premier si dice sicuro di farcela, ma i partiti di minoranza in cui confida per trovare i 25 voti necessari (Sinistra democratica, che ha sostenuto l'esecutivo fino alla chiusura della Tv pubblica, e Greci Indipendenti, scissione anti-austerity da Nuova democrazia) per ora giurano che non voteranno con la coalizione di governo.

"Io direi che i segnali sono in quella direzione, sia per quel che riguarda le dinamiche parlamentari (una maggioranza non c'è), che per segnali minori: una serie di capi gabinetto si sono dimessi per presentarsi alle elezioni - ci spiega nel suo ufficio di Strasburgo Dimitrios Papadimoulis, eletto nelle fila di Syriza e vicepresidente del Parlamento europeo - E' un segnale tra gli altri che non credono all’idea che i voti si mettano assieme. Staremo comunque a vedere, sia dentro che fuori dalla Grecia ci sono forti pressioni perché una maggioranza si trovi ad ogni costo". In effetti un deputato ha denunciato di essersi visto offrire soldi in cambio del voto. Più in generale la partita è enorme e riguarda - ci risiamo - la tenuta dell'Eurozona e delle economie del sud Europa. Parliamo di questo con Papadimoulis.

Se si andasse al voto e Syriza ottenesse un ottimo risultato come pare possibile, non teme il fuoco dei mercati finanziari contro la Grecia?

Abbiamo preso in considerazione tutte le possibilità e stiamo chiedendo soluzioni europee alla questione del debito europeo. La questione greca, siamo seri, è la punta di un iceberg molto grande e il nostro non è un problema solo nazionale. Dobbiamo e dovremo lavorare ad alleanze che favoriscano i cambiamenti necessari alle politiche comunitarie. Per far tornare l’economia a crescere, per ridurre il debito e per rendere parte di quel debito un debito europeo e non solo degli stati nazionali.

"In passato abbiamo chiesto che la BCE comprasse una parte dei debiti nazionali come la Fed statunitense negli anni del dopo-crisi - continua l'europarlamentare di sinistra greco - Si diceva fossimo matti, ma oggi Draghi ha aperto la porta a ipotesi simili. Siamo un partito pro-europeo e siamo meno soli di quanto non fossimo due anni fa (allude alla crescita in termini di voti e nei sondaggi di Podemos e del Sinn Fein, in crescita costante anche nella Repubblica d'Irlanda). Ci dipingono come anti-europei, ma direi che a esserlo sono coloro che hanno governato l’Europa in questi anni di crisi: le misure portate avanti in questi anni non hanno prodotto investimenti ma più povertà e diseguaglianze. E gli strumenti europei di coesione sono stati ridimensionati.

Che lavoro state facendo per rassicurare il mondo sulle vostre intenzioni?
Qualche esempio: dopo che il presidente Juncker si è intromesso in maniera inaccettabile nella nostra politica interna Alexis Tsipras e il presidente del Parlamento Schulz si sono sentiti in videoconferenza e questi ci ha tenuto a ribadire la neutralità di questa Camera (il presidente della commissione aveva suggerito ai greci di non votare per gli estremisti, poi ha spiegato che faceva riferimento ad Alba dorata, una scusa poco credibile: la preoccupazione è che vinca Siryza, non la destra ndr). E anche io, in qualità di vicepresidente del Parlamento, intrattengo rapporti, a Bruxelles e Strasburgo, che servono proprio a spiegare le nostre posizioni.

"Ci sono parti della maggioranza che governa l’Europa che capiscono cosa siamo e che non cerchiamo l’uscita dall’euro. E lo dicono. Sanno che la Grecia è l’anello di una catena, probabilmente quello più debole. E che se la catena si rompe non è solo l’anello che si spezza a subirne le conseguenze. Sappiamo bene che la richiesta di rinegoziare una parte del debito e di porre dei target realistici per gli anni a venire sono cose che non si realizzeranno dalla sera alla mattina. E le nostre politiche sono disegnate per poter ricominciare a spendere senza aumentare il deficit. ma nello stato in cui è la nostra econoomia, pensare di raggiungere gli obbiettivi stabiliti dall’Europa è impossibile a meno di non proseguire a peggiorare le condizioni di vita dei greci".
Nei giorni scorsi il piano di rilancio Juncker ha cominciato a prendere forma. Che opinione ve ne siete fatta?

Il pacchetto Juncker è quasi vuoto. Dopo 6 anni di crisi gli investimenti sono più bassi che nel 2009 e la storia ci dice che in un’economia in deflazione e in preda o sull’orlo della recessione il ruolo degli investimenti pubblici come motore di avviamento è cruciale. Non sono idee strambe quelle che abbiamo in testa, ma politiche che hanno permesso agli Stati Uniti di evitare il disastro. Il presidente della Commissione ritiene che le poche centinaia di miliardi investiti dall’Europa possano generare investimenti che moltiplichino per quindici quella cifra. Miracoli di questa portata sono quelli descritti nei vangeli. Ma temo che Juncker non abbia gli stessi poteri di Gesù.

Non sappiamo poi chi parteciperà: si tratta di un programma volontario?

I paesi più ricchi contribuiranno in misura più grande? E i più colpiti dalla crisi - Italia, Grecia, Spagna, Portogallo - avranno una fetta più grande di torta o no? Servono più soldi e criteri di assegnazione che sostengano la coesione europea, aiutando le regioni che sono sull’orlo del disastro.

Cosa pensa dell’insistenza del governo italiano di applicare la flessibilità al co-finanziamento dei progetti del piano?
Sosteniamo l’idea. Non solo, crediamo che la spesa per infrastrutture, innovazione ed educazione dovrebbe smettere di essere calcolata nel deficit (al vertice di Bruxelles si è parlato solo del non computo del contributo dei diversi paesi al fondo stesso ndr).

- See more at: http://www.pagina99.it/news/politica/7758/grecia-siryza-eurocrisi-debito-tsipras-juncker.html#sthash.pqSpypMJ.dpuf

Nessun commento:

Posta un commento