L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 22 dicembre 2014

i grandi eventi servono al Pd per fare soldi e clientele, del Bene comune non gli importa niente


Otto anni dopo: gli impianti inutili dell’Olimpiade 2006 a Torino

I Giochi invernali portarono miliardi di investimenti, ma da anni le strutture sono inutilizzate e nel 2016 le società di gestione andranno in liquidazione. Spesi 1,3 milioni all’anno per una pista mai più usata

di Marco Imarisio

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TORINO - All’improvviso il cumulo di cartoni si anima. «Vuoi comprare qualcosa?». L’elenco è dettagliato, all’appello non manca nessuna droga. L’uomo che dormiva lì sotto si ritrae alla risposta negativa. «Allora cosa sei venuto a fare?». Il villaggio olimpico di Torino 2006 non è un posto dove andare di notte.
«L’obiettivo primario è la realizzazione di uno spazio confortevole per il periodo post olimpico che svolga pienamente le sue funzioni sociali di ritrovo e sosta per la cittadinanza». I nobili propositi del progetto originale sono in netto contrasto con le vetrate in frantumi, i negozi olimpici che cadono a pezzi, i totem metallici che in quei giorni gloriosi indicavano la via ai turisti usati come arieti per sfondare porte e ingressi, e in generale con una atmosfera post atomica popolata solo dai profughi che hanno occupato alcune palazzine e da molta brutta gente.
«Qualcosa è andato storto anche da noi». Marco Sampietro, ex manager Fiat e poi Pirelli, fu il ministro delle Finanze del comitato organizzatore di Torino 2006. Nei giorni in cui viene rilanciata l’utopia romana, il successo delle Olimpiadi invernali organizzate in Piemonte è spesso citato come un esempio virtuoso. « Where is Turin? ». Nel 1998, alla convention coreana delle candidature olimpiche, gli altri delegati si fermavano incuriositi davanti alla cartina dell’Italia. Anche i più accaniti detrattori ammettono che i Giochi del 2006 fecero cambiare attitudine, volto e percezione della città un tempo operaia. «A livello locale gli effetti benefici si sentono ancora» dice Sampietro. «Ma a prescindere da come vengono organizzate, le Olimpiadi non sono mai il modo migliore per spendere denaro pubblico».
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Torino, i luoghi abbandonati delle Olimpiadi invernali del 2006

In pieno centro
Le arcate con i locali che avrebbero dovuto essere il lascito per i torinesi sono ancora chiuse a doppia mandata con catenacci e inferriate metalliche. Non c’è posto più simbolico del fu Villaggio olimpico per raccontare quel che è andato storto. All’epoca costò 145 milioni di euro, comprensivi di parte commerciale, residenziale, e passerella olimpica per unire i due settori che creano una specie di enclave nel cuore della città. Dopo i Giochi le nuove strutture furono assegnate alla Fondazione 20 Marzo 2006, ente pubblico incaricato da Comune, Provincia e Regione della loro gestione. Ma del Villaggio Olimpico e delle sue palazzine nel centro di Torino che al tempo avevano valore immobiliare notevole, venne fatto uno spezzatino a uso delle esigenze dei bilanci. Una parte rimase alla Fondazione, un’altra al Comune che ne cartolarizzò un’ampia porzione cedendola a banche e società private. Il risultato è che ancora oggi, passeggiando sotto le arcate, si fatica a capire dove comincia una giurisdizione e dove ne finisce un’altra. E quindi nessuno fa nulla.
Strutture abbandonate
La pista olimpica del bob di Cesana ha sempre fatto notizia per i costanti furti del rame dei cavi elettrici. Poi è finito anche quello. L’impianto nell’Alta Val di Susa costò 140 milioni di euro. Oggi è il classico esempio di cattedrale nel deserto, seppur in alta quota. Nel 2000 il comitato organizzatore presentò al Coni gli studi che ne sconsigliavano la costruzione. Le gare di bob potevano essere disputate sulla pista francese di La Plagne, poco distante. Il Cio e gli enti locali ci stavano. Il Coni si impuntò, buttandola sull’onore patrio e promettendo che il nuovo impianto sarebbe diventato la Mecca del bob azzurro di ogni categoria. A Cesana stanno ancora aspettando. La pista è rimasta aperta e inutilizzata per altri tre anni, senza ospitare un evento che fosse uno. Le spese di gestione facevano spavento, mezzo milione di euro nel trimestre invernale, altri 800.000 per la manutenzione ordinaria. È stata chiusa nel 2010. Anche i ladri hanno smesso di girarci intorno.
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Le nuove rovine di Atene: gli impianti Olimpici 10 anni dopo
Gli sprechi
«Pericolo valanghe, vietato l’accesso». Sulla grata metallica che transenna i trampolini olimpici di Pragelato c’è un cartello non proprio beneaugurante. Lo ski jumping di Torino 2006 è un appunto a futura memoria in caso di nuove Olimpiadi. L’idea di costruire una struttura provvisoria dedicata a uno sport non certo di massa venne accantonata anche a seguito del parere negativo del Cio, al tempo ostile a tutto ciò che non era definitivo. La struttura in cemento armato costò 37,3 milioni di euro, può vantare un costo di manutenzione annuale stimato in 1.161.226 euro e da allora ha vissuto la bellezza di altre due competizioni. Non hanno avuto sorte più affollata il «jumping hotel» alla base dell’impianto, 120 posti letto e 20 milioni di costo, e l’impianto olimpico del biathlon di Sansicario (6 milioni).
Neppure il declassamento a pista turistica del tracciato di fondo a Pragelato contribuisce a coprire i 20 milioni spesi per cablare i dieci chilometri dell’anello olimpico. Il piano di investimenti definitivo della Fondazione 20 marzo prevede l’esborso di 16 milioni per la riqualificazione degli impianti. È stato varato nell’aprile scorso. Troppo tardi, forse.
Concerti in città
Gli impianti alpini sono una tassa. A pagarla è in parte il gruppo che ha rilevato gli impianti cittadini dalla Fondazione, ente di efficienza sospetta, come dimostrano gli alberghi olimpici per anni affidati in gestione senza riscuotere nessun affitto. La società Parcolimpico, composta dalla 20 Marzo, dagli americani di Live Nation e soprattutto dalla Set up di Giulio Muttoni, è controllata da quest’ultimo, organizzatore di concerti e quindi interessato al gioiello della corona, l’ex PalaIsozaki, che va come un treno.
Le altre infrastrutture torinesi dell’Olimpiade sono lontane dal pieno regime al quale dovrebbero ambire. Colpa anche della crisi. L’arena dell’Oval, che ospitò le gare di pattinaggio, è diventata un capannone fieristico in dote alla società francese che gestisce gli eventi del Lingotto. Fino alla primavera del 2009 è stato utilizzato per manifestazioni di ogni genere. Nel 2011 ha ospitato il Salone del libro. Dopo, poco o nulla.
Il bilancio
«Erano altri tempi. Oggi non credo che sarebbe possibile». A unire i reduci di quella stagione è il disincanto. Evelina Christillin, che fu il volto e la vicepresidente del Toroc, il Comitato olimpico torinese, non fa eccezione. C’è un prima comprensivo dei 15 giorni di gare e un dopo, dicono tutti, sottolineando come la seconda fase non fosse loro competenza. «Nel valutare nuove avventure bisognerebbe tenere conto di entrambi gli aspetti». Più chiaro di così. Torino 2006 costò circa 3,5 miliardi di euro. Il governo italiano stanziò 1,4 miliardi, Comune e Regione aggiunsero altri 600 milioni. Il resto arrivò da diritti televisivi, sponsor, marketing. La parte pubblica del denaro fu gestita dall’Agenzia Torino 2006, quella privata dal Toroc. Entrambe le società verranno liquidate nel 2016. La prima dovrebbe chiudere con un gruzzolo residuo di 45/50 milioni, da destinare alla riqualificazione degli impianti, il Toroc con un attivo di due milioni. Adesso non resta che prendere quei 3,5 miliardi e moltiplicarli almeno per tre - Londra 2012, ultima olimpiade estiva, ha chiuso a quota 9,8 miliardi. E poi immaginare Roma 2024. Prima, durante e soprattutto dopo.

http://www.corriere.it/cronache/14_dicembre_21/otto-anni-dopo-impianti-inutili-dell-olimpiade-2006-torino-giochi-rovine-7a51c0c6-88e3-11e4-87e1-ec26c60de2cb.shtml

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