L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 9 dicembre 2014

la corruzione non è data dai dipendenti pubblici ma da questa politica che tutto pervade e corrompe

Il commento

Forti coi deboli e deboli con i forti: il grande bluff della lotta alla corruzione

La stretta anticorruzione si concentra sui pescetti piccoli, paralizzando, tra l’altro, per paura di tutto ogni attività e decisione nel procedimento amministrativo

L’Italia è il Paese più corrotto d’Europa, affiancato dalla Grecia e dalla Romania. Nel mondo, siamo 69esimi (su 178 Paesi considerati), affiancati da Sud Africa, Kuwait, Montenegro e le isole africane di Sao Tomé e Principe. Le statistiche ci dicono che la nostra posizione è stabile, nel senso che non siamo peggiorati rispetto all’anno scorso (e al 2011). Ma neanche migliorati.

L’anno prossimo, tuttavia, dopo i recentissimi fatti di “Mafia Capitale” sono sicura che pure la Grecia e la Romania prenderanno le distanze. D’altronde, ogni anno ne esplode uno di grosso scandalo: Expo, MOSE, San Raffaele di Milano, Infrastrutture Lombarde…

In cima alla classifica dei virtuosi troviamo – poteva non essere? – i Paesi scandinavi: nell’ordine, Danimarca, Finlandia, Svezia e Norvegia. (Colgo l’occasione per notare – a favor di troll — che “alla Scandinavia si è soliti unire la Finlandia, per le affinità geologiche, la Danimarca, l’Islanda e le Isole Faer Øer, per le affinità storico-culturali.” Fonte: Treccani.) Tolto il Cile, l’Uruguay, l’Australia e la Nuova Zelanda per quanto riguarda l’emisfero australe, il Nord America, il Giappone e buona parte dell’Europa occidentale (pure Spagna e Portogallo stanno meglio posizionati di noi, sapevatelo), la popolazione mondiale percepisce molta corruzione. Sì, ma che significa ‘percepisce’?

La corruzione non si può misurare scientificamente. Le stime sono approssimate ed approssimative. Infatti, alcune statistiche recenti hanno azzardato che la corruzione italiana danneggia il Paese per una cifra tra i sessanta ed i 120 miliardi di euro. Per la difficoltà di contabilizzare il danno, si misura, pertanto, la percezione pubblica della corruzione. La definizione precisa è: “percezione che i cittadini hanno nei confronti della corruzione all’interno delle istituzioni pubbliche nel proprio Paese.” Noi Italiani percepiamo molta corruzione, non perché immaginiamo o favoleggiamo più corruzione di quanta ne emerga (e sicuramente è così), bensì perché arrivano all’evidenza pubblica (notizie, indagini, arresti, capi d’imputazione, scandali) molti eventi di corruzione. Fin qui ci siamo, tuttavia i rimedi che lo Stato vuole applicare hanno identificato come colpevoli da ‘rieducare’ le categorie sbagliate di ruoli e funzioni pubblici.

Si è sempre – ed erroneamente — pensato che la corruzione allignasse nei Paesi poveri, ovvero in crisi economica e fosse un’attività di piccolo cabotaggio, a livello di piccole bustarelle per velocizzare piccole pratiche (tipo, nei Paesi dell’Est i visti per l’espatrio, il rilascio di passaporti), consegnate a piccoli e squallidi personaggi pubblici che si prestavano al fine di arrotondare magri stipendi. A guardare le mappe, in effetti, la corruzione affligge tutte economie traballanti, povere o in crisi, i cui Governi sono instabili e la rete amministrativa non è efficiente, come l’Italia. Tant’è che il nostro Premier, per esempio, sta tentando di cambiare la percezione dell’Italia attraverso un consolidamento governativo (di facciata), una raffica di interventi chirurgici sulle istituzioni (anche questi di facciata, perché le Province sono più utili delle Regioni, fidatevi), nonché molto populismo giustizialista (più giustizialista dei mass media) contro sprechi, malversazioni e burocrazia, ma soprattutto contro la pubblica amministrazione. Fra qualche riga ne riparliamo.

Lavare la faccia all’Italia con annunci e proclami è un rimedio fragile, perché la sostanza del problema non è stata intaccata. Neanche con le leggi e i decreti cui siamo stati obbligati dall’UE per contrastare la vergogna della corruzione.

Tre delle principali economie mondiali, Cina, India e Russia totalizzano score altissimi di corruzione percepita, a significare che la corruzione – dunque – non è una questione di piccolo cabotaggio, ma di grosso calibro per raggiungere più rapidamente e facilmente grossi vantaggi e profitti. Lo dimostra, appunto, la recente vicenda capitolina, come già l’Expo e il MOSE.

Tuttavia – e dopo l’insistenza dell’UE nei confronti del nostro Paese – cosa hanno arrabbattato i nostri improvvisati legislatori per contrastare la corruzione?

Innanzitutto, sfruttando pregiudizi e fomentando l’opinione pubblica, è stato puntato il dito sui dipendenti pubblici di basso livello, laddove il grosso del marcio è altrove: politica e alti livelli dirigenziali delle istituzioni e delle organizzazioni pubbliche. Infatti, la Legge 190 non fa nessun riferimento ai partiti politici, per esempio, nidi e allevamenti di corruttori e corrotti. Eticità e trasparenza non vengono obbligate ai politici. Come mai?

Infatti, le leggi di contrasto sono inusitatamente dettagliate e punitive nei confronti dei pesciolini, mentre non si riesce a fermare la grande corruzione, quella che alimenta la perdita economica nazionale, quella perpetrata da grossi gruppi di potere (lecito o illegale) con l’aiuto della politica, quella che nomina i grand commis, i direttori generali, i presidenti dei CdA delle aziende partecipate.

Davvero non ho capito il metodo parlamentare di lotta alla corruzione. Così, ho voluto seguire una ‘due giorni’ di formazione sulla materia, ovverosia ho voluto ascoltare quattro docenti universitari che spiegavano con quali mezzi lo Stato vuole combattere il fenomeno.

In sintesi: è un pastrocchio, confermato dagli studiosi della materia. Talmente tanti sono gli arzigogoli e le colpevolizzazioni che per decreto legge (il Codice di Disciplina dei pubblici dipendenti è un decreto legge) potrebbe essere sanzionata financo la ‘mancanza di cortesia’ dell’impiegato pubblico, se un utente piuttosto ‘ncazzuso e piliuso ne facesse denuncia! Il caffè che l’utente gentile ti porta nel monouso è pericoloso, perché significa ‘potenziale corruzione’, grazie al pregiudizio che vuole più cattivi i corrotti che i corruttori. Viene dettagliato un processo ed un procedimento amministrativo, mettendo tagliole e spauracchi tali da invitare all’inazione (aggravando la burocrazia), ma non viene affrontato il problema dei problemi: lo spoil system che riguarda gli alti livelli.

Insomma, la stretta anticorruzione si concentra sui pescetti piccoli, paralizzando, tra l’altro, per paura di tutto ogni attività e decisione nel procedimento amministrativo. Quello che si legge tra le righe è l’aver finalmente trovato il capro espiatorio: ancora una volta i dipendenti pubblici. Ci si è fermati al dito. Il sistema corruttivo italiano crea danni per grossi abusi e grosse corruzioni, mentre il resto è sicuramente più ascrivibile ad un codice di comportamento e bon ton da affrontare come cittadini. Tuttavia, la faccia feroce si fa contro il piccolo, così l’opinione pubblica è contenta e guarda altrove.

Dov’è finita l’educazione civica di un tempo? Come pure, tante situazioni illecite o al limite della liceità (ma anche dell’opportunità) amministrativa e/o contabile ai tempi del Co.Re.Co. non sarebbero state permesse. Lo smantellamento decentrante per favorire il partito dei sindaci, le autonomie, i bacini elettorali ha – secondo me, e non solo secondo me – favorito l’allargamento delle pratiche corruttive e contemporaneamente ha smantellato il sistema di anticorpi dei cittadini, i quali – diciamocelo pure – se possono chiedere ad un ‘amico’ sono più contenti. Esiste il paradosso di pagare all’ ‘amico’ un regalo anche più grande della multa da onorare, giusto per il gusto di sentirsi fuori o al di sopra delle regole.

Pensate un po’, per esempio, il responsabile della trasparenza (si chiama così, ora il controllore) negli enti locali è per la norma per lo più identificato nel segretario comunale, il quale, non solo si vede aggiungere altre mansioni senza compenso (e sarebbe il minimo), ma è la figura fiduciaria del sindaco, da cui deriva la sua nomina. Non so se mi spiego.

Oppure, la norma anti-corruzione tenta – riuscendovi – di salvaguardare l’ente a scapito dei dipendenti la cui responsabilità diventa personale. Il che ci starebbe pure, se non fosse che viene contemporaneamente introdotta la possibilità di denuncia anonima del collega corrotto. La tutela del delatore è garantita solo fino al processo (qualora manchino gli elementi di prova). Ditemi voi chi si espone così tanto, avendo letto di casi di discriminazione per aver semplicemente fatto il proprio dovere di pubblico dipendente.

Una soluzione passa per l’informatizzazione spintissima di ogni cosa. Ogni passaggio procedimentale o endoprocedimentale verrebbe registrato, anche perché le manipolazioni informatiche sono certamente meno numerose delle malversazioni ‘tradizionali’. Solo che ammodernare la P.A. costa molto. Dicunt.

Davvero la digitalizzazione costa più della corruzione? O ci stanno menando per il naso un’altra volta con proclami giustizialisti ai bersagli sbagliati? E poi ci sbalordiamo davanti ai fatti della mafia romana.

http://www.orticalab.it/Forti-coi-deboli-e-deboli-con-i

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