L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 16 dicembre 2014

le tensioni mondiali complessive si focalizzano sul petrolio, nessuno pensi di rimanere immune

Prezzo del petrolio sotto i 60 dollari e scenderà ancora. Ecco cosa sta succedendo

Il prezzo del petrolio è sceso sotto i 60 dollari al barile e potrebbe toccare i 40 dollari. Alla base del crollo c'è certamente la bassa crescita dell'economia mondiale, ma anche altri fattori più prettamente "geopolitici".

 
  

Per la prima volta dal luglio del 2009, quando le economie avanzate del pianeta erano in piena recessione, il prezzo del petrolio quotato a Londra è sceso sotto i 60 dollari al barile. Allo stesso tempo, il Wti americano quota a poco più di 55 dollari, ma gli analisti stimano che potrebbe crollare presto a 50 dollari, dopo che l’OPEC starebbe mostrando l’intenzione di non intervenire, nemmeno nel caso in cui il prezzo del Brent dovesse toccare i 40 dollari.

Questo è quanto è emerso dalle dichiarazioni del ministro dell’Energia degli Emirati Arabi Uniti,Suhail al-Mazrouei, il quale ha fatto presente, appunto, che il suo paese non taglierà la produzione neanche se le quotazioni del Brent crolleranno a 40 dollari al barile.

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Il rischio crac

Rispetto al picco di giugno, quando il petrolio toccò i 115 dollari, il prezzo è precipitato di quasi il 48%, con ripercussioni devastanti sui bilanci di alcune economie produttrici, come il Venezuela, che necessiterebbe di quotazioni più che doppie per tenere i suoi conti pubblici in ordine. Finora, non si è avvertito alcun effetto negativo sul bilancio statale russo, perché è stato più che assorbito dal crollo contestuale del rublo, che ha innalzato il valore dei minori dollari in entrata. Tuttavia, come ha dimostrato la pesante stretta monetaria decisa stanotte dalla Banca di Russia, le ripercussioni sull’economia russa sono già abbastanza negative e lo saranno ancora di più l’anno prossimo, quando si attende una recessione fin quasi del 5% del pil.

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L’impotenza dell’OPEC

Non è la prima volta che il mercato petrolifero è segnato da una crisi di sovrapproduzione. Quello che distingue la crisi di questi mesi rispetto al passato è, però, l’inerzia dell’OPEC, che appare incapace di fare alcuna mossa.
L’Organizzazione raccoglie 12 paesi produttori, per lo più del Medio Oriente, responsabili del 40% della produzione mondiale. Ad essa, però, non appartengono i giganti USA, Russia, Messico, Canada, Regno Unito e la Norvegia, solo per citarne i più importanti. Questi ultimi stanno aumentando la loro produzione, tanto che l’America ha spinto all’inizio del mese a 9,12 milioni di barili al giorno le sue estrazioni, il dato più alto mai rilevato dalla IEA (International Energy Agency) sin dal 1983.
Di fatto, gli USA si collocano alle spalle dell’Arabia Saudita, che vende quotidianamente 9,6 milioni di barili, secondo produttore al mondo dopo la Russia, che di barili ne vende ogni giorno 10,75 milioni, il livello più alto dal 1986, ai tempi dell’Unione Sovietica.

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La crescita lenta globale

La IEA, ma anche l’OCSE e la stessa OPEC, hanno rivisto al ribasso la crescita dei consumi petroliferi nel mondo per il 2015. E i dati sul manifatturiero in Cina, da poco diffusi, dimostrano che la crescita delle maggiori economie potrebbe essere inferiore alle già basse attese. Rispetto ai 30,56 milioni di barili al giorno prodotti dall’OPEC (contro un target complessivo di non più di 30 milioni), l’Organizzazione dovrebbe abbassare la sua produzione a non oltre 28,9 milioni di barili, se l’anno prossimo vorrà evitare un ulteriore calo dei prezzi.

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Ma i sauditi guidano il fronte dei contrari a qualsivoglia taglio della produzione, sostenendo che il mercato si stabilizzerà da solo. Riad teme che ad avvantaggiarsi della riduzione delle sue estrazioni saranno, in particolare, gli USA, che continuando ad aumentare la loro produzione, incrementeranno anche la loro quota di mercato nel pianeta, a discapito suo e degli altri membri dell’OPEC. Da qui, la decisione di non tagliare nemmeno se i prezzi crolleranno a livelli fino a poco tempo fa impensabili.

Una nuova “Star Wars”?

Dal canto suo, l’America non intende cedere e non solo sul fronte delle quote di mercato. L’America sa che quand’anche le sue compagnie petrolifere dovessero subire conseguenze negative dal crollo dei prezzi fino a 40 dollari al barile, gli effetti più devastanti si avrebbero in Russia, dove l’economia andrà quasi certamente in recessione, anche per le sanzioni imposte dall’amministrazione di Washington e dalla UE contro le banche e le società russe.

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La strategia di Barack Obama ricorda moltissimo quella seguita negli anni Ottanta dall’allora presidente Ronald Reagan con il programma militare “Guerre Stellari”, quando alzò la spesa militare, nella convinzione che Mosca avrebbe inseguito, ma col tempo sarebbe collassata sotto i colpi di un’economia incapace di tenere il passo con la sfida.
Stavolta, la “guerra” degli USA contro la Russia non sta avvenendo sul piano militare (ma le tensioni sull’Ucraina diventano sempre più gravi), bensì su quello finanziario. E anche in questo caso starebbe vincendo l’America, mentre a soffrirne potrebbe essere anche la già claudicante Eurozona.

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