L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 22 dicembre 2014

mettiamo solo in evidenza, salari fermi e disoccupazione in aumento con offerte di lavoro precario e sottopagato

Tra il default, la deflazione ed il cigno nero
Crash finanziario: i 10 fattori che possono distruggere il 2015

La strategia del “prima o poi scende” non frutta certo danaro, ma è necessario esser pronti nel caso in cui uno o più fattori negativi si verificassero sulla piazza internazionali.
Tra questi, sono da tenere in considerazione 10 fondamentali aspetti.

Gloria Grigolon


Tante se ne sono dette sull’anno 2015. Forse ancora di più di quante effettivamente potrebbero verificarsi. Se da un lato c’è la convinzione che il mercato continuerà a fare bene (specialmente quello statunitense), esiste un’altra corrente di pensiero: quella dei catastrofisti.
Per quanto ironico ed eccessivo possa sembrare il termine, è sempre più nutrita la schiera di esperti che prevedono un’imminente cambio di direzione del mercato, che potrebbe avvenire proprio nel 2015.
Se gli scettici (propensi ad una finanza quotata ancora in crescita) sostengono che la dottrina del “prima o poi scende” sia una politica che non frutta danaro, il fatto che il mercato non possa continuare a crescere all’infinito è un dato di fatto. A tal proposito e riferendosi già al contesto del nuovo anno, vi sono alcuni rischi che gli economisti temono.

Primo Evergreen: la Fed e la liquidità

La Fed, sempre lei, eterna discussa e rivale indiscussa, che nel 2014 è riuscita a mostrare che la potenza USA, quando si impegna, i risultati li ottiene. Ed anche elevati.
Non c’è solo Bernanke nella storia della liquidità statunitense: se ad esso sono infatti ricollegati i più importanti round di Quantitative Easing, l’arrivo di Janet Yellen a tapering già avviato è stato caratterizzato dalla decisione di mantenere bassi i tassi di interesse, fino a quando non si avrà la conferma di una maggiore tenuta del tessuto economico USA. Reggerà?
La risposta è difficile a dirsi. Tra i principali interrogativi viene da domandarsi come sia possibile che, dopo la droga del “denaro facile”, la finanza USA stia performando a livelli anche superiori a quelli precedenti, senza mostrare segni di ritracciamento.

Secondo appunto: i dividendi

Se il rientro delle politiche della Fed riuscirà a riassorbirsi senza avere grande impatto sull'economia globale, i tassi di interesse tenderanno naturalmente ad alzarsi, arrecando gravi conseguenze per i titoli “bond-like stocks”, che attualmente pagano modesti dividendi.
Nel corso del 2014 settori quali quello delle utilities o dei beni di prima necessità sono arrivati ad ottenere rendimenti cedolari anche superiori al 2,5%. Tuttavia, se i Treasuries decennali salissero di livello raggiungendo margini del 3% ed oltre, gli investitori in cerca di rendimenti a basso rischio otterrebbero una alternativa più che valida all’investimento in equity, accrescendo l’interesse per un capitale a bassa crescita e, dunque, ad una minore profittabilità per azioni a corresponsione di dividendo.

Terza questione: il mercato ha fiducia?

Se l’ottimismo latente degli Stati Uniti è dipeso da occupazione in aumento, valori di Borsa in crescita ed indicatori a livelli sostenuti, è probabile che l’esser compiacenti ad una economia “rinnovata” abbia stabilità provvisoria e che un eventuale ritracciamento del mercato provochi un crollo della fiducia degli investitori. Le dinamiche seguite a Lehman Brothers nel 2008 hanno scottato irreversibilmente il mercato attuale, così da rendere impossibile la previsione di come potrebbe venire preso un nuovo avvenimento negativo. Tra le cause che hanno spinto a rialzo i mercati, infatti, vi è il rischio che molti abbiano comprato solo perché non era vi era motivo di vendere, creando la più instabile delle situazioni possibili.
Sebbene le possibilità di un crollo dei principali panieri non sia accreditato nel 2015, un’eventuale iniziale discesa di questi può essere un brusco risveglio per il mercato, che potrebbe assistere all’uscita da questo e allo smobilizzo delle posizioni attive tutte allo stesso tempo.

Quarta tensione : frammentazione internazionale e mobilità dei capitali
Tra i fattori preoccupanti, la frammentazione del mercato è uno di questi. Recentemente Goldman Sachs ha affermato che proprio la divergenza tra economie sviluppate sarà il fattore guida del 2015. Secondo la banca d’affari, l’interesse sarà non tanto per come si muoveranno le singole economie, ma se queste si condizioneranno a vicenda a livello di politiche strategiche. "Una questione chiave per il 2015 è se economie meno aperte come il Regno Unito e la Norvegia si adatteranno alla Fed ed alzeranno i tassi” o se proseguiranno per la loro strada e saranno costretti ad attuare nuovi piani in seguito (se il rallentamento dell’economia locale le costringerà a farlo).
Le azioni di quei mercati che arriveranno “in ritardo” potrebbero generare gravi colpi alla finanza nazionale, che spingerà gli investitori a suddividere la geografia mondiale in aree di convenienza e a destinare, momento per momento, la propria liquidità in aree a maggior convenienza.
La fuga dei capitali (pericolo che coinvolge soprattutto la Russia) si è dimostrata e si dimostra tutt’ora come una delle eventualità più temute dai Governi internazionali.

Quinto elemento: Unione disomogenea, senza unità d’intento
Parlando di territori in ritardo, come non citare l’Eurozona che, nata in anticipo, latita in ritardo da oltre un decennio? Deflazione, salari stagnanti, instabilità sistemica, mancanza di coesioni e di omogeneità; e ancora: rischio di discesa dei prezzi al consumo in Europa e default nazionali non del tutto scongiurati. Fatta da parte la questione greca, le potenze mediterranee non hanno di molto migliorato il proprio status, con il livello dei prezzi al consumo che è diventato solo l’ennesima goccia di un vaso che già sta per traboccare di debito. Il calo dei prezzi, sebbene possa esser un vantaggio per gli investitori in materie prime (specie per petrolio ed oro) rischia di imbottigliare il mercato in una spirale deflazionistica che, se prendesse piede, vedrebbe fermarsi la spesa da parte di consumatori ed imprese (che attenderebbero nuovi prezzi inferiori prima dell’acquisto).
Tale contesto andrebbe anche a discapito di Paesi “virtuosi” quali la Germania, la quale, in posizione prevaricante, invece che fomentare l’unione, alimenta la disomogeneità dell’Unione stessa.

Sesto senso, senza una visione positiva
Tra le altre problematiche, non è da sottovalutare quella della stagnazione dei salari: l’espansione del divario tra ricchi e poveri ha aumentato non solo le difficoltà di cooperazione finanziaria tra classi, ma ha accresciuto anche il disappunto delle fasce più basse della popolazione, divenute meno propense all’acquisto e meno confidenti nella finanza e nell’affidare a terzi i dei propri risparmi.
Vi è da capire se tale tendenza sia pervasiva e longeva o se sia semplicemente un fenomeno di breve termine. Tuttavia, la continua lotta dei lavoratori a breve termine è troppo forte per essere ignorata: un recente rapporto stilato dal The Economist ha mostrato che dal 2009, i salari reali sono cresciuti solamente in America e in Germania ed hanno mostrato rallentamenti effettivi nell'area euro ed in Giappone. Tale situazione non fa ben sperare in una crescita per l'economia globale.

Settimo rischio in grassetto: la Cina
Tra i fattori a rischio, ve n’è uno che rileva in carattere grassetto: la Cina. Da qualsiasi parte si decida di investire il proprio denaro, la Cina è uno di quei mercati attualmente da evitare. La crescita a doppia cifra a cui si era abituati non era plausibile da sostenere ed il rallentamento a cui si è assistito nel corso dell’ultimo anno (con un GDP poco superiore al 7%), è stato forse più repentino di quanto ci si immaginasse. Nuove politiche interne, un nuovo piano strutturale volto al consolidamento dell’economia (a livello di consumo e servizi), un iniziale rilassamento del controllo sullo yuan ed un accenno di progetto volto a smascherare e limitare il sistema finanziario ombra.
Ad accrescere il rischio di una crisi finanziaria è inoltre la forte dipendenza dell’Oriente dalla Cina che non fornisce ora una immagine rincuorante alla lotta economica condotta dall'Asia.

Otto sotto un tetto: quello valutario

Un’altra delle scommesse che si apre sul 2015 è quella del settore valutario, con un dollaro che si presenta in forma “smagliante” come effetto collaterale della politica liquida portata a termine dalla Fed. Se il ritorno del dollaro forte si accompagna alla conferma di una economia USA effettivamente in ripresa, avere una valuta forte fa male all’attività di molte società internazionali, che basano sull’export il proprio profitto. Un dollaro più potente rispetto al principale paniere delle divise straniere, rende le esportazioni americane più costose nei mercati esteri (aventi valuta più debole), specie in vista di mercati (cinese ed europeo in primis) in fase di rallentamento.

Nove mesi: l’incubazione della geopolitica

Sul fronte della geopolitica si è molto discusso da inizio anno. Se in precedenza si poteva fare a meno di pensare a quali effetti avrebbero potuto avere sul mercato le tensioni etiche e politiche seguite ai conflitti mondiali, da un paio d’anni il contesto macro è divenuto fondamentale per comprendere (fino al punto in cui si può comprendere) le dinamiche di “nuove guerre” combattute senza armi, sul fronte finanziario.
E’ sempre più evidente che le questioni geopolitiche non possano essere taciute: l’ISIS rimane una grave minaccia per la stabilità del Medio Oriente e nel resto del mondo; la situazione in Ucraina non è ancora vicino alla risoluzione e la Russia non si arrende alle sanzioni; le tensioni sono alte e si riaccendono vecchi focolai di violenza, tra cui quelli tra Israele e Palestina, e quelli interni all’Egitto, alla Turchia, alla Siria e all’Iran.

Dieci, il numero dell’apocalisse

L’ultima tematica è quella dell’imprevisto, del dissesto finanziario provocato da un avvenimento catalogato come Cigno Nero. Che sia un disastro naturale (terremoto, Uragano o Tsunami), una truffa, una bolla, un fallimento o un attentato, è difficile a dirsi. In merito esistono solo ipotesi.
Ecco dunque che, ripercorrendo alcuni dei punti già trattati, tra gli avvenimenti che potrebbero condurre alla peggiore delle realtà, il ”crash flash” di mercato, vi sono: l’annuncio da parte della Cina di svalutazione della propria moneta, lo yuan, anche fino al 20%. Dal canto opposto, il Giappone, senza più leve a disposizione su cui agire, potrebbe andare in contro ad una perdita di controllo sul valore dello yen, il che costringerebbe la BoJ ad attuare politiche monetarie straordinarie. Sul fronte europeo, oltre all’ipotesi remota di un’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, vi è la possibilità di una dimissione dell’attuale Presidente in carica alla BCE Mario Draghi, che potrebbe abbandonare la carica per il dissenso di alcuni Paesi (quali, ad esempio, la Germania, già contraria ad un QE in area euro). Infine, gravita il rischio di default statale che, visto il crollo dei prezzi del petrolio e le conseguenze sul rublo, potrebbe colpire la Russia.

La strategia del “prima o poi scende” non frutta certo danaro, ma nel caso in cui una o più di queste circostanze si dovesse verificare, è necessario essere consapevoli dei rischi a cui si va in contro.

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