L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 22 dicembre 2014

non è un caso che gli Stati Uniti sono odiati

L'apertura di Obama a Cuba? Un nuovo caso di logica imperialista. Noam Chomsky


"La storia dimostra chiaramente che sono stati gli Stati Uniti e non Cuba ad essere isolati".


Il grande intellettuale americano Noam Chomsky commenta l'apertura degli Stati Uniti ad Obama e afferma come: “La mentalità imperiale è meravigliosa da affermare. Difficilmente passa giorno senza nuovi esempi. Possiamo aggiungere la modalità della nuova “mossa storica” a proposito di Cuba, e il suo accoglimento, all’illustre lista”. Tutto si spiega nella logica imperiale...
 
 
La creazione di rapporti diplomatici tra USA e Cuba è stata diffusamente salutata come un evento d’importanza storica. Il corrispondente John Lee Anderson, che ha scritto intelligentemente sulla regione, sintetizza una reazione generale tra gli intellettuali quando scrive, sul New Yorker, che: Barack Obama ha dimostrato di essere in grado di agire da statista di livello storico. E lo stesso ha fatto, in questo momento, Raùl Castro. Per i cubani questo momento sarà emotivamente catartico e anche storicamente di trasformazione. Il loro rapporto con il ricco, potente vicino nordamericano è rimasto congelato per cinquant’anni, dagli anni sessanta. A un livello surreale anche i loro destini sono rimasti congelati. Anche per gli statunitensi questo è importante. La pace con Cuba ci riporta momentaneamente indietro all’era dorata in cui gli Stati Uniti erano una nazione amata in tutto il mondo, quando era in carica un J.F.K.  giovane e bello,  prima del Vietnam, prima di Allende, prima dell’Iraq e di tutte le altre miserie, e ci consente di sentirci orgogliosi di noi stessi per aver finalmente fatto la cosa giusta.”
 
Il passato non è così idillico com’è persistentemente dipinto nell’immagine da Camelot. JFK non fu “prima del Vietnam” o addirittura prima di Allende e dell’Iraq, ma tralasciamo questo. In Vietnam, quando JFK assunse la carica, la brutalità del regime di Diem imposto dagli USA aveva finalmente suscitato una resistenza interna che non era in grado di controllare. Kennedy si trovò perciò di fronte a quello che definì un “assalto dall’interno”, “un’aggressione interna” nell’interessante espressione preferita dal suo ambasciatore all’ONU Adlai Stevenson.
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Anche la storia altrove non fu così idillica come le leggende di Camelot. Una delle decisioni di maggior importanza di Kennedy fu nel 1962, quando egli cambiò efficacemente la missione dell’esercito latinoamericano dalla “difesa dell’emisfero” – un residuo della seconda guerra mondiale – alla “sicurezza interna”, un eufemismo per la guerra contro il nemico interno, la popolazione. I risultati sono stati descritti da Charles Maechling, che diresse la pianificazione statunitense della contro-insurrezione e della difesa interna dal 1961 al 1966. La decisione di Kennedy, ha scritto, ha modificato la politica USA dalla tolleranza “della rapacità e crudeltà dei militari latinoamericani” alla “complicità diretta” nei loro crimini, al sostegno statunitense ai “metodi delle squadre di sterminio di Heinrich Himmler”. Quelli che non preferiscono quella che lo specialista di relazioni internazionali Michael Glennon ha chiamato l’”ignoranza intenzionale” possono facilmente completare i dettagli.
 
A Cuba Kennedy ereditò la politica di Eisenhower di embargo e di piani formali per rovesciare il regime e li intensificò rapidamente con l’invasione della Baia dei Porci. Il fallimento dell’invasione provocò quasi l’isterismo a Washington. Alla prima riunione del gabinetto dopo la fallita invasione l’atmosfera fu “quasi feroce”, annotò privatamente il sottosegretario di stato Chester Bowles: “ci fu una reazione quasi convulsa a favore di un piano d’azione”. Kennedy espresso l’isterismo nelle sue pronunce pubbliche: “La società compiaciute, autoindulgenti, morbide stanno per essere spazzate via tra le macerie della storia. Solo i forti … hanno una possibilità di sopravvivere”, dichiarò al paese, anche se era consapevole, come disse privatamente, che gli alleati “pensano che siamo leggermente pazzi” riguardo a Cuba. Non senza motivo.
 
Le azioni di Kennedy furono coerenti con le sue parole. Lanciò una campagna terroristica omicida mirata a scatenare su Cuba “i terrori della terra”, espressione del consigliere di Kennedy, Arthur Schlesinger, con riferimento al progetto assegnato dal presidente al proprio fratello, Robert Kennedy, come priorità massima. A parte l’uccisione di migliaia di persone assieme a una distruzione su vasta scala, i terrori della terra furono uno dei principali fattori che portarono il mondo sull’orlo di una guerra nucleare terminale, come rivelano studi recenti. L’amministrazione riprese gli attacchi terroristici non appena si placò la crisi dei missili.
 
Un modo standard per evitare l’argomento sgradevole consiste nel concentrarsi sui complotti assassini della CIA contro Castro, ridicolizzandone l’assurdità. Ci furono realmente, ma furono una nota in calce minore alla guerra terroristica lanciata dai fratelli Kennedy dopo il fallimento della loro invasione della Baia dei Porci, una guerra cui è difficile trovare paragoni negli annali del terrorismo internazionale.
 
Oggi si discute molto se Cuba debba essere cancellata dalla lista degli stati che appoggiano il terrorismo. Ciò può solo richiamare alla mente le parole di Tacito, che “il crimine, una volta denunciato, non ha altro rifugio che l’audacia”. Salvo che non è denunciato, grazie al “tradimento degli intellettuali”.
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Obama non ignora certo la storia reale, che include non solo la guerra terroristica omicida e lo scandaloso embargo economico, ma anche l’occupazione militare del sud-est di Cuba per più di un secolo, tra cui il suo porto principale, nonostante le richieste del governo, sin dall’indipendenza, di restituzione di ciò che era stato rubato sotto la minaccia delle armi, una politica giustificata soltanto dal fanatico impegno a bloccare lo sviluppo economico di Cuba. In confronto l’illegale occupazione della Crimea da parte di Putin pare quasi benevola. La devozione alla vendetta contro gli impudenti cubani che si oppongono al dominio statunitense è stata così estrema che ha superato addirittura i desideri di normalizzazione di settori potenti della comunità degli affari – industria farmaceutica, agroalimentare, energetica – uno sviluppo insolito nella politica statunitense. Le politiche crudeli e vendicative di Washington hanno virtualmente isolato gli Stati Uniti nell’emisfero e suscitato sdegno e ridicolo in tutto il mondo. Washington e i suoi accoliti amano fingere di aver “isolato” Cuba, come ha intonato Obama, ma la storia dimostra chiaramente che sono stati gli Stati Uniti a essere isolati, probabilmente il principale motivo del parziale cambiamento di corso.
 
Anche l’opinione nazionale è stata indubbiamente un fattore della “mossa storica” di Obama, anche se il pubblico è da lungo tempo, senza esito, a favore della normalizzazione. Un sondaggio CNN del 2014 ha mostrato che solo un quarto degli statunitensi oggi considera Cuba una minaccia seria per gli Stati Uniti, in confronto con i due terzi di trent’anni prima, quando il presidente Reagan avvertiva circa la grave minaccia alle nostre vite posta dalla capitale mondiale della noce moscata (Grenada) e dall’esercito nicaraguense, a soli due giorni di marcia dal Texas. Con i timori in qualche modo oggi abbattuti, forse possiamo leggermente abbassare la nostra vigilanza.
 
In estesi commenti circa la decisione di Obama, un tema principale è stato che i benevoli sforzi di Washington di portare ai sofferenti cubani la democrazia e i diritti umani, macchiati soltanto dalle infantili marachelle della CIA, sono stati un fallimento. I nostri nobili obiettivi non sono stati realizzati, dunque è corretto un riluttante cambiamento di corso.
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Il modo per affrontare un virus che potrebbe diffondere un contagio consiste nell’uccidere il virus e nel vaccinare le vittime potenziali. Tale politica sensata è esattamente quella che Washington ha perseguito e, in termini dei suoi obiettivi primari, tale politica è stata molto riuscita. Cuba è sopravvissuta, ma senza la capacità di conseguire il temuto potenziale. E la regione è stata “vaccinata” con dittature militari malvage per impedire il contagio, a partire dal colpo di stato militare ispirato da Kennedy che creò il terrorismo della Sicurezza Nazionale e il regime delle torture in Brasile, poco dopo l’assassinio di Kennedy, salutati con grande entusiasmo a Washington. I generali avevano messo in atto una “ribellione democratica”, telegrafò in patria l’ambasciatore Lincoln Gordon. La rivoluzione era “una grande vittoria per il mondo libero”, che aveva impedito una “perdita totale, per l’occidente, di tutte le repubbliche latinoamericane” e che doveva “creare un clima considerevolmente migliorato per gli investimenti privati”. Tale rivoluzione democratica era “la singola vittoria più decisiva della libertà della metà del ventesimo secolo”, riteneva Gordon, “uno dei maggiori punti di svolta della storia mondiale” in tale periodo, che aveva rimosso quello che Washington considerava un clone di Castro.
 
Il contagio si è poi diffuso in tutto il continente, culminando nelle guerre terroristiche di Reagan in America Centrale e infine nell’assassinio di sei eminenti intellettuali latinoamericani, sacerdoti gesuiti, da un battaglione salvadoregno d’élite, fresco di un addestramento aggiornato presso la Scuola Speciale di Guerra JFK a Fort Bragg, eseguendo gli ordini dell’Alto Comando di assassinarli con tutti i testimoni, la loro governante e sua figlia. Il venticinquesimo anniversario dell’assassinio è appena trascorso, commemorato dal consueto silenzio, considerato appropriato per i nostri crimini.
Molto dello stesso è stato vero riguardo alla guerra del Vietnam, considerata anch’essa un fallimento e una sconfitta. Il Vietnam, in sé, non era di particolare interesse, ma come la storia documentale rivela, Washington era preoccupata che un riuscito sviluppo indipendente in quel paese potesse diffondere il contagio nell’intera regione, raggiungendo l’Indonesia, con le sue ricche risorse e arrivando forse sino al Giappone – il “superdomino” come è stato descritto dallo storico dell’Asia John Dower – che avrebbe potuto adeguarsi a un’Asia Orientale indipendente, divenendone il centro industriale e tecnologico, indipendente dal controllo statunitense, costruendo, in effetti, un Nuovo Ordine in Asia. Gli USA non erano preparati a perdere la fase del Pacifico della seconda guerra mondiale agli inizi degli anni ’50, perciò si rivolsero rapidamente ad appoggiare la guerra francese per riconquistare la sua ex colonia, e poi proseguire con i successivi errori, fortemente intensificati quando Kennedy assunse la carica e poi dai suoi successori.
 
Il Vietnam fu virtualmente distrutto: non sarebbe stato un modello per nessuno. E la regione fu protetta installando dittature omicide, in molto molto simile all’America Latina negli stessi anni; non è innaturale che la politica imperiale debba seguire linee simili in parti diverse del mondo. Il caso più importante fu l’Indonesia, protetta dal contagio mediante il colpo di stato di Suharto del 1965, uno “sconvolgente massacro di massa”, come lo descrisse accuratamente il New York Times, in un contemporaneo scoppio di generale euforia sul “raggio di luce in Asia” (opinionista liberale James Reston). A posteriori il consigliere di Kennedy-Johnson per la Sicurezza Nazionale, McGeorge Bundy, ha riconosciuto che “il nostro sforzo” in Vietnam fu “eccessivo” dopo il 1965, con l’Indonesia vaccinata con sicurezza.
La guerra del Vietnam è descritta come un fallimento, una sconfitta statunitense. In realtà fu una parziale vittoria. Gli USA non conseguirono il loro obiettivo massimo di trasformare il Vietnam nelle Filippine, ma furono superate le preoccupazioni maggiori, in larga misura come nel caso di Cuba. Tali esiti perciò contano come una sconfitta, una fallimento, decisioni terribili.
 
La mentalità imperiale è meravigliosa da affermare. Difficilmente passa giorno senza nuovi esempi. Possiamo aggiungere la modalità della nuova “mossa storica” a proposito di Cuba, e il suo accoglimento, all’illustre lista. 

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