L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 10 dicembre 2014

pur di fermare il South Stream, in Puglia, ci sono state giovani morti

Questo South Stream non s’ha da fare. Ma le alleanze sono ormai stravolte

dic 8th, 2014 | By | Category: Focus, Qui Europa di Dario Rivolta * -
South Stream gasdotto“…Prendendo in considerazione la posizione della Commissione Europea che non sta contribuendo alla realizzazione del progetto…. Prendendo in considerazione il fatto che noi non abbiamo ancor ricevuto alcun permesso dalla Bulgaria, pensiamo che la Russia non possa continuare nella realizzazione di questo progetto ( South Stream. nda) in tali condizioni…”.
Questo l’annuncio dato da Putin nella conferenza stampa tenuta ad Ankara con il presidente turco Erdogan durante la visita in Turchia. South Stream avrebbe dovuto essere il nuovo gasdotto che, passando sotto il Mar Nero, doveva consentire di bypassare l’Ucraina portando il gas russo direttamente alla Bulgaria e quindi, via Serbia e Ungheria, a tutta l’Europa del centro e del sud. I soci nell’impresa erano Gazprom con il 50%, l’Eni con il 20%, la tedesca Wintershall e la francese EDF con il 15% ciascuno. La capacità era prevista in sessantatré miliardi di metri cubi, esattamente la stessa che Putin ha annunciato sarà quella di un altro gasdotto, alternativo, che raggiungerà la Turchia affiancandosi al già esistente Blue Stream e arriverà al confine con la Grecia. Questa decisione ha sorpreso perfino le società già coinvolte nella realizzazione, come la nostra Saipem, e non mancherà, se confermata, di avere forti ripercussioni su tutti gli equilibri geopolitici che ci riguardano.
Da tempo l’Unione Europea era alla ricerca di fornitori alternativi che consentissero un rifornimento diverso da quello russo e le pressioni americane avevano obbligato alcuni Paesi europei, e in modo particolare la Bulgaria, a “sospendere” il progetto nonostante che per quest’ultima il beneficio previsto (di 500 milioni di dollari l’anno più le economie indotte) costituiva un sollievo per la disastrata economia locale.
La mossa di Putin scompiglia tutte le carte ma, soprattutto, contribuirà ad aumentare le divisioni all’interno dell’Unione europea e incoraggerà la Turchia a continuare la propria politica, sempre più autonoma da Bruxelles e dall’Occidente in generale. Quanto annunciato suona esattamente come un rivolgimento del quadro di alleanze e obbliga tutti i protagonisti a rivedere le prospettive preesistenti. Infatti, oltre al nuovo gasdotto annunciato, i due leader hanno confermato la volontà di incrementare le collaborazioni nei settori agricolo, metallurgico, dell’alta tecnologia e dell’industria leggera. E non va dimenticato che nel settore nucleare Ankara aveva già scelto come fornitore per l’impianto di Akkuyu proprio la russa Rosatom, preferendola ai francesi e ad altri. Tutto ciò accompagnato da aiuti finanziari e in barba a sanzioni e contro-sanzioni.
Chi immaginava che boicottando South Stream si sarebbe danneggiata la Russia e salvata l’Ucraina viene così non solo smentito ma, di fatto, ha ottenuto un risultato degno dei peggiori masochisti.
Dei 63 miliardi di metri cubi circa 16 resteranno in Turchia per l’uso energetico locale e gli altri saranno stoccati in territorio turco per venire poi in Europa via Grecia. Non faremo dunque a meno del gas russo ma la differenza sarà che, anziché arrivare direttamente da noi, passerà prima da un altro Paese extra europeo confermando a quest’ultimo un ruolo di hub e un nuovo potenziale di ricatto per la nostra sopravvivenza energetica. Chi ancora stia pensando che un nuovo Nabucco (il progetto euro americano che doveva portare, via Turchia, il gas azero aumentato con quello turkmeno fu abbandonato perché le quantità disponibili finora non erano sufficienti per giustificare l’ingente investimento necessario) potrà portare gas iracheno e in futuro magari anche iraniano, può scordarselo.
E’ ovvio che Ankara, anche se nella conferenza stampa non se ne è comprensibilmente parlato, non ne avrà più bisogno e non è da escludere che, discretamente, qualche clausola dell’accordo lo escluda esplicitamente. Continueremo perciò ancora a dipendere dal gas russo ma in condizioni peggiori ed economicamente più svantaggiose per noi.
Durante il periodo della guerra fredda, la Turchia, da secoli nemica dei russi, era diventata l’avamposto della Nato in Medio-Oriente e la guardiana del Bosforo. Dopo aver fatto di tutto per gettare Putin nelle braccia dei cinesi, siamo riusciti anche a dare ai turchi una nuova ragione per valutare i loro vicini di oltremare in modo completamente diverso e aprire la strada a un rivolgimento delle alleanze.
Se l’obiettivo di qualcuno fosse stato quello di “isolare” la Russia, ora si dovrebbe cominciare a pensare se quelli “isolati” non finiremo per diventare noi.
* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali

http://www.notiziegeopolitiche.net/?p=47486 

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