L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 20 dicembre 2014

Siamo in mano a un governo incapace a un Senato della Repubblica che ci offre spettacoli penosi, non possiamo farci governare dal Pd

Il ritorno dei vecchi pasticci

20/12/2014
Il governo ha cercato di tagliare i tempi e invece sulla legge di Stabilità ha finito per incartarsi. Il Senato avrebbe dovuto votare ieri mattina al più tardi la fiducia per passare la palla alla Camera, che tra oggi e lunedì avrebbe chiuso definitivamente la pratica della legge di bilancio, ed invece di rinvio in rinvio i senatori sono stati chiamati al voto nel cuore della notte ingarbugliando il resto del calendario parlamentare di fine anno, camera compresa.

Cosa è successo? Le colpe sono molte. La Commissione bilancio non è riuscita a concludere i tempo i lavori ed in aula è arrivato un testo «aperto», senza il tradizionale mandato al relatore. Per poter chiedere la fiducia il governo ha così dovuto approntare un maxiemendamento e la relativa relazione tecnica che ha richiesto più tempo del previsto in seguito ad un nuovo rimpallo tra Palazzo Chigi, il Tesoro, la Ragioneria dello Stato ed i tanti interessi in gioco. In questi ultimi giorni si è infatti tornati alla vecchia pratica delle finanziarie di una volta, in perfetto stile assalto alla diligenza. Con tanto di lobbisti che affollavano i corridoi del Senato (a cominciare dal «re delle slot machines» segnalato dai grillini), e deputati, «soprattutto quelli del Pd» accusavano ieri dall’opposizione, che intasavano i lavori di commissione con le loro richieste di modifica.

O di «marchette», come le hanno definite quasi all’unisono sia Renzi sia i grillini. E’ chiaro che il governo è andato in tilt, mentre a Palazzo Madama è andata in scena una commedia dell’assurdo con l’aula convocata a ripetizione per votare sul nulla.
Misera conclusione per l’iter di una legge che partiva sotto i migliori auspici: una stazza consistente, 36 miliardi poi scesi a 32, ben 18 miliardi di riduzione delle tasse (dal bonus da 80 al taglio dell’Irap), risorse aggiuntive per gli ammortizzatori sociali e una significativa carica espansiva nei confronti dell’economia. Poi, in corso d’opera, da un lato è stata infarcita di micronorme che nulla avevano a che vedere col bilancio, come la proroga delle armi da scena (per salvare le riprese romane del nuovo film di James Bond e altre produzioni di cinema e tv), e dall’altro si è dovuti intervenire per correggere una serie di norme, come il taglio dell’Irap (che penalizzava le imprese senza dipendenti) o le nuove tasse su fondi pensione e casse private (a cui alla fine è stato concesso un parziale credito di imposta). Come se non bastasse poi per cercare di tacitare l’opinione pubblica alle prese col salasso fiscale di fine anno, e per questo comprensibilmente irritata, hanno pure inventato due disposizioni che hanno il sapore della presa in giro: da un lato, anziché varare per davvero la nuova «local tax» che almeno serviva a fare un po’ d’ordine, si è deciso solamente che nel corso del 2015 le tasse sulla casa non aumenteranno e dell’altro si è congelato a 113,5 euro il canone Rai. Quello stesso canone che sino a qualche settimana fa doveva invece finire in bolletta ed essere dimezzato.

E pensare che quando venne introdotta nel 2010 la legge di Stabilità doveva servire esattamente ad evitare tutti questi pasticci. Mandando in soffitta la pratica delle leggi finanziarie e le sue tante degenerazioni, questo nuovo «strumento» doveva farsi carico esclusivamente di regolare per tre anni la vita economica dell’Italia coordinando e tenendo assieme politica di bilancio e norme di finanza pubblica. Insomma tabelle e poco più, coi vari fabbisogni, i saldi, ecc. E col divieto assoluto di infarcirla di norme ordinamentali di qualsiasi tipo. Regola che nel giro di pochi anni è stata però bellamente stravolta. 

http://www.lastampa.it/2014/12/20/cultura/opinioni/editoriali/il-ritorno-dei-vecchi-pasticci-CzO27CAQ6th39FNgi9bc4L/pagina.html?utm_source=Twitter&utm_medium=&utm_campaign=

Nessun commento:

Posta un commento