L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 25 dicembre 2014

uno spettro si aggira per l'Europa il Voto, ormai la pseudo democrazia non ne ha più bisogno, anzi lo teme

L’Ue stoppa Renzi: «Niente elezioni»

Bruxelles vuole riforme e teme che l’Italia si fermi per altri mesi Avviso a Economia e palazzo Chigi: con le urne scatta l’infrazione

Che tempo che fa
C’è uno spettro che s’aggira per l’Europa. E si chiama "elezioni in Italia". Da qualche settimana è soprattutto negli ambienti della Commissione europea che è scattato l’allerta. Ed è un allarme che è stato trasmesso ormai già al ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ed è stato riferito anche al presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Forse è anche questo il motivo per cui da qualche giorno i vertici del Partito democratico non minacciano più le urne.
Ma perché in Europa c’è tutto questo timore? Per capirlo anzitutto bisogna fare un salto ad Atene. In Grecia si sta cercando di eleggere il nuovo presidente della Repubblica e il primo ministro, Antonis Samaras, ha invitato i deputati d’opposizione a sostenere il candidato proposto dal governo per la presidenza della Repubblica, Stavros Dimas, dicendo che gli interessi del Paese sono nelle loro mani. «Spero che nel terzo voto eviteremo il pericolo nazionale, le tribolazioni che minacciano il nostro Paese», ha detto Samaras, aggiungendo che «poi ogni deputato si troverà faccia a faccia con le preoccupazioni dei greci e si assumerà la sua responsabilità». Ieri si è tenuta in Parlamento la seconda votazione per eleggere il presidente della Repubblica, e si è conclusa con una fumata nera. Se anche il terzo e ultimo tentativo, previsto per il 29 dicembre, non dovesse portare ad alcun risultato, il governo cadrebbe e il premier dovrebbe indire elezioni anticipate. I sondaggi danno per assai probabile la vittoria della sinistra di Tsipras che vuole riaprire negoziati con la Ue e mandare a monte il piano di austerity che le è stato imposto.
La sola possibilità che si vada a votare a Grecia e che Atene ripiombi in una situazione di incertezza ha creato turbolenze nelle Borse europee. Per questo a Bruxelles serpeggia con grande timore la preoccupazione che anche un altro Paese, di ben altro peso come l’Italia, possa lanciarsi verso una nuova instabilità.
L’osservazione che fanno gli uomini di Jean-Claude Juncker è che in caso di nuovo voto l’esito non è più scontato come fino a qualche mese fa. Perché? Renzi sta scendendo nei sondaggi e se si andasse a votare con il Consultellum, ovvero il proporzionale puro, l’unico esito scontato appare il caos. Ma la stessa situazione si faugualmente instabile anche nel caso in cui venisse approvata in tempi rapidi la nuova legge elettorale. L’Italicum infatti prevede che scatti il premio di maggioranza per la lista che supererà il 40% e nelle rilevazioni il Pd è tornato sotto quella soglia che aveva varcato alle Europee del maggio scorso.
Ma c’è un dato che preoccupa più di tutti. La nuova commissione Juncker si è esposta in maniera molto forte promuovendo le manovre di Italia e Francia. È stata un’apertura di credito molto netta, una scommessa sul fatto che italiani e francesi facciano le riforme. Un gesto, soprattutto, che ha esposto Juncker alle critiche di tedeschi, olandesi, finlandesi che avrebbero preferito una linea di maggior rigore. Ovvio che se queste riforme non arrivassero o non fossero approvate, per Bruxelles sarebbe una sconfitta pesantissima che minerebbe la compagine governativa continentale che ha cominciato a muovere i primi passi a novembre.
Il nuovo presidente della Commissione, sentendosi stritolato, ha prima commesso a metà dicembre una gaffe clamorosa visto che ha invitato i greci a «non votare in modo sbagliato». Poi ha dovuto ammonire Italia e Francia che chiedevano più spesa, spiegando: «Io non ho denaro fresco», ma se gli Stati vogliono contribuire con risorse nazionali al fondo sono benvenuti, ha aggiunto. «Lo dico ai romani e ai parigini, a cui tutto questo non basta», ha aggiunto.
Se l’Italia va al voto, è il ragionamento che si fa a Bruxelles, il Paese si ferma per altri almeno quattro mesi (tra campagna elettorale e formazione del nuovo governo). E altri quattro mesi di stop è un lusso eccessivo. Per cui se si va a votare a maggio, come teme Berlusconi, è quasi certo che la Ue aprirà a marzo una procedura d’infrazione e commissarierà l’Italia.
Fabrizio dell’Orefice 

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