L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 24 febbraio 2015

Fitche, coniugare l'essere con il dover essere

"Meglio da soli che globalizzati"

Intervista al filosofo italiano Diego Fusaro su Fichte, l'anarchia del commercio, lo Stato commerciale chiuso e un'Europa "geopoliticamente distrutta"
 
 
 
Bella e feconda idea questa di Diego Fusaro – filosofo italiano, classe 1983 – di recuperare Lo Stato commerciale chiuso di Fichte, enigmatico libro del 1800, e di «giocarlo», attraverso un serrato commento teorico, contro l'attuale dinamica di internazionalizzazione del mercato e «la sua tendenza a produrre uno spazio sottratto a ogni sovranità politica e decisionale». Non è quanto sta accadendo, impercettibilmente e con più timorosa lentezza che altrove, pure in Svizzera?
Oggi siamo alle prese, infatti, con le rose e le spine di una Confederazione che si sente e si pensa solida, libera e democratica, e in ottima misura lo rimane, ma che allo stesso tempo è trascinata e affaticata da correnti globali - con la complicità di assortite avidità interne, ça va sans dire - che ne limitano la «povera» e fiera autonomia (tratto dello spirito più frequente, oramai, sopra i mille metri di quota che sulla costa d'oro a Zurigo). Per dirla in generale, nel linguaggio concettoso di Fichte: se è vero che lo Stato svolge un ruolo congiunturale nel processo di moralizzazione dell'umanità, non ne segue more geometrico che la necessità di uno Stato forte ed eticamente strutturato sarà tanto maggiore quanto più l'epoca sarà immorale, o «compiutamente peccaminosa»? La domanda si lega a doppio filo, e sottotraccia, alla vita politica rossocrociata dell'ultimo anno. Per dirla in modo più diretto: la globalizzazione, che tutto pialla e livella, non ama i Sonderfall.
Che fare, dunque? Essere autonomi e dettarsi legge da soli, sopravvivendo nel ridotto alpino? O cercare un compromesso dopo l'altro su scala mondiale, cedendo sovranità politica in cambio di ricompense economiche limitate a piccoli e precisi gruppi, mentre la classe media (svizzera, non cinese) s'impoverisce? Qualche suggestione, qualche risposta, la troviamo proprio nel libro di Fusaro, Fichte e l'anarchia del commercio. Genesi e sviluppo del concetto di "Stato commerciale chiuso" (Il Melangolo, pagg. 276, euro 22). Ne abbiamo parlato con l'autore.
Fusaro, perché recuperare questo testo poco conosciuto di un filosofo già difficile e problematico di suo?
«Vero, Fichte ha un'aura diabolica ed è tra gli autori rimossi dal canone occidentale. Dal punto di vista teoretico, è spesso presentato come astruso e poco comprensibile, per via della sua Dottrina della scienza, di fatto complessa. Dal punto di vista politico, poi, apriti cielo. A differenza di Marx, cui vengono imputati i gulag, e di Nietzsche, cui viene imputato Auschwitz, a Fichte mettono in carico tutte due le cose. Nello specifico, con Lo Stato commerciale chiuso si insinua che abbia precorso l'economia stalinista, coi Discorsi alla nazione tedesca il nazismo tout court. Non è così».
Niente di più falso?
«Niente di più falso».
Spieghiamo allora l'espressione «anarchia del commercio».
«Questa di Fichte è una definizione perfetta e precisissima per cogliere ciò che chiamiamo globalizzazione, deregulation, laissez-faire, "togliamo lacci e lacciuoli" e altri desiderata di sapore evangelico lanciati da chi vuole produrre uno spazio commerciale in cui a condurre i giochi è unicamente il momento economico autonomizzatosi. Uno spazio deterritorializzato e svuotato da ogni radicamento comunitario e culturale, con i cittadini come meri atomi di scambio e consumo, senza patrimonio simbolico e senza tradizione, plasmati dalle reificanti prestazioni del do ut des mercatistico».
Tradotto, addio Heimat?
«La tendenza è dappertutto. L'anarchia del commercio cerca di destrutturare ogni potere, ogni comunità, ogni nazione, in modo che possa imporsi la disorganizzazione organizzata del capitale senza controllo. Davanti a tutto questo, Fichte è per un concetto non-liberale di libertà e contesta la visione di chi vuole uno Stato che faccia solo il pigro guardiano notturno, di modo venga rispettata l'unica libertà che oggi si è imposta senza resistenze: la libertà di mandarsi in rovina a vicenda, come dice Fichte».
Che dal canto suo cosa propone?
«Per dirla con Hegel, uno Stato etico che garantisca diritti sociali inalienabili e che metta la comunità prima dell'individuo isolato che si arricchisce a scapito degli altri in nome del sacro dogma della competitività».
Storicamente, umanamente, una via poco praticabile. Da dove iniziamo?
«Dalle basi. Fichte articolò il progetto - che sottopose ai politici dell'epoca - in tre momenti: lo Stato come deve essere, cioè quello che garantisce ai cittadini valori fondamentali; lo Stato com'è, vale a dire, oggi, lo Stato che tutela solo le transazioni economiche tra individui, e poco anche queste; e il terzo momento, il tentativo di coniugare l'essere con il dover essere».
E qui arriviamo allo «Stato commerciale chiuso». Idea che si potrebbe rilanciare, per vedere che effetto fa.
«Con la premessa che sul piano globalizzato del commercio mondiale la politica è quasi neutralizzata. Fichte, comunque, propone di ricostruire, attraverso puntuali strategie che ripercorro nel mio saggio, piccole unità politiche che siano autarchiche. Ogni Stato ha in sostanza ciò che basta per garantire una vita adeguata; il resto, per esempio bere tè cinese in Germania, consiste in bisogni indotti. Radicale, lo so. L'idea di Fichte è garantire, tramite lo Stato, il primato della politica sull'economia: la globalizzazione è esattamente il trionfo di un'economia spoliticizzata in cui a decidere sono i cosiddetti mercati».
Ogni critica radicale è di un ottimismo folgorante, diceva quel tale.
«E porta alla luce dinamiche fastidiose ma vere. Manca poco che vivremo in un mondo in cui merci e capitali si muoveranno liberamente, ma le persone no. Alla faccia di Schengen. Accade quando l'unico valore condiviso è il fiscal compact. Aggiungo una cosa sull'immigrazione: una sciocchezza prendersela coi migranti. Non sono che il prodotto del finanzcapitalismo. Il nemico è altrove».
A Bruxelles, per caso?
«Intanto bisogna constatare che l'Europa è distrutta sul piano geopolitico. Torniamo a Fichte: nei Tratti fondamentali dell'epoca presente, successivo allo Stato commerciale chiuso, scriveva che l'Europa nasce come unità nella pluralità, quest'ultima tenuta insieme dalla fede cristiana. Oggi si è all'interno di un'unità senza pluralità. Quella dell'Handelsanarchie. Non c'è negoziazione del diritto alla differenza, ma imposizione di un unico ordine economico a Paesi che hanno realtà differenti».
Con l'euro come grimaldello?

http://www.cdt.ch/cultura-e-spettacoli/notizie/125750/meglio-da-soli-che-globalizzati.html

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