L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 2 febbraio 2015

il realismo è dato dall'oggetto che diventa soggetto, nell'idealismo la soggettività diventa oggettività


Realismo, 1989, utopia e pensiero unico

Risposta alle imprecise precisazioni di Roberto Fai.
di - 20 gennaio 2015
L’articolo di Roberto Fai intitolato “Diego Fusaro e il ‘cortocircuito’ tra teoria e prassi” ( http://filosofiaenuovisentieri.it/2015/01/18/diego-fusaro-e-il-cortocircuito-tra-teoria-e-prassi/ ) mi ha molto colpito. Mi ha colpito per varie ragioni, in primis perché mi fa specie che una rivista filosofica mi dedichi così tanta attenzione, manco fossi Heidegger o Adorno. In effetti, l’autore dell’articolo mi ha dedicato ingiustificatamente le attenzioni che andrebbero dedicate a pensatori di primo livello, ossia a quei pensatori che segnano il dibattito in modo indelebile, come appunto Heidegger o Adorno. Detto questo (e dunque espresso apertis verbis il mio stupore per le troppe attenzioni dedicatemi), mi permetto subito di dire, con altrettanta franchezza, che trovo poco corretto e serio il modo di procedere dell’articolo. Sono presi di mira i miei interventi televisivi, le mie interviste ai quotidiani siciliani, i miei post su facebook: non si fa mai un cenno, dico uno, ai miei studi monografici, ai miei saggi scientifici, ciò su cui un pensatore – piccolo o grande che sia – deve essere giudicato.
Non so se Fai agisca in tal maniera perché non mi ha letto (e non vi è – sia chiaro – nulla di male: anche se, per criticare un autore, grande o piccolo, sarebbe sempre opportuno leggerlo) o perché, in effetti, è più facile decostruire un post di Facebook o una sparata televisiva rispetto a 500 pagine scritte e argomentate. Ad ogni modo, mi sia consentito dire che trovo profondamente irrispettoso tal modo di procedere. Anche perché poi alle mie battute televisive si contrappongono dotti passaggi di Roberto Esposito, Remo Bodei, Carlo Galli, evidentemente ritenuti degni – a differenza mia – di essere letti e citati. Ma tant’è.
Le sparate di Fai contro le trasmissioni televisive mi paiono, peraltro, condivisibili. Rispondo all’ovvia domanda “e perché ci vai, allora?” dicendo “per occupare uno spazio che, altrimenti, sarebbe occupato dall’ennesima maschera del pensiero unico”. Sarei curioso invece di sapere, piuttosto, perché Fai assista come spettatore a tali trasmissioni. Ma sarebbe un altro discorso. Si potrà dire finché si vuole che chi va a parlare in queste trasmissioni è uno stolto, ma se ne dovrà more geometrico dedurre che lo è ancora di più chi passivamente le subisce come spettatore.
La tesi di Fai è – salvo errore – che la filosofia politica non ha né debba avere funzione prescrittiva. Bene, questo è il suo modello, e magari quello di Esposito, agiograficamente citato una riga sì e l’altra pure nell’articolo di Fai. Non è il mio modello, e non capisco perché debba esserlo. Sono, peraltro, in buona compagnia: non è il modello di Marx, non è il modello di Gentile, non è il modello di Gramsci, non è il modello di Lukács. Quindi, quand’anche non avessi una mia idea, non mi si accuserebbe, spero, di seguire Marx e Gentile in luogo di Fai ed Esposito! Ma una mia idea – giusta o sbagliata – ce l’ho, e l’ho esposta ad abundantiam in “Minima mercatalia” e “Il futuro è nostro”. Così la compendio: con il realismo (politico e non solo), l’idea stessa – già destrutturata dal codice postmoderno – di uno svolgimento dialettico, temporalmente mediato, si dissolve e resta “il questi” (das Diese), come lo chiama la Fenomenologia dello Spirito, la “certezza sensibile” della mera datità delle cose concepite nella loro bruta oggettività realmente data. Il fanatismo dell’economia calcola e non pensa. Esso aspira a pensarsi come il solo mondo possibile, storicamente non determinato. Non ci chiede altro che di essere realisti (la dotta evocazione di Fai del principio realtà), di aderire supinamente alla realtà colonizzata dalla forma merce, senza dissociare l’essere dal dover essere, senza far balenare la pericolosa possibilità dell’essere altrimenti. È in questo senso che il new realism si configura come la sovrastruttura dell’odierna fase speculativa del capitalismo (cfr. “Minima mercatalia”) e della sua neutralizzazione del pensiero dialettico come capacità di evocare la contraddizione e la possibilità dell’essere altrimenti. Su questa base fioriscono le esortazioni à la Fai ad attenersi al reale, a non prescrivere, ad abbandonare Marx, ecc.
Non è certo un caso che oggi si insista con tanta enfasi sulle due istanze della weberiana “avalutatività” (Wertfreiheit) e del metodo scientifico. Decostruita la metafisica come sistema scientifico della verità (conoscenza ontologica e valutazione assiologica dell’Intero), la filosofia – se desidera continuare a esistere – è costretta ad assimilare i metodi delle scienze empiriche e l’avalutatività che le contraddistingue: attenersi al piano empirico, rispecchiarlo gnoseologicamente e non formulare mai giudizi di valore. Sono ammesse solo descrizioni, mai prescrizioni. Filosofia politica come mera descrizione, appunto. Di più, mera descrizione come sola filosofia politica possibile (se ne deduce che Platone, Fichte e Marx non sarebbero filosofi politici e che le loro prescrizioni dovrebbero essere segnate da Fai con la matita blu!).
Questo significa che, sul piano dell’essere sociale, il poter-essere e il dover-essere si dissolvono nell’essere fattuale assolutizzato, secondo l’oggi imperante legge di Hume (abbracciata, mi pare, da Fai) che recita l’indeducibilità del dover-essere dalle regioni ontologiche dell’essere. Il realismo ne è il più coerente corollario. Il vero viene ritradotto come certezza, come corretta rappresentazione dell’oggetto dato da parte del soggetto conoscente, senza alcuna valutazione assiologica, in un gelido rispecchiamento del mondo quale è allo stato attuale.
Del resto, l’odierna critica dell’ideologia è essa stessa dirottata ad arte nel circuito del pensiero unico, che la incorpora e la rideclina ad usum sui, facendo valere un uso ideologico della critica delle ideologie. Come ideologico, infatti, è oggi etichettato chiunque non accetti supinamente e in modo irriflesso l’ordine delle cose, osando far valere prospettive non allineate con l’esistente o, comunque, tali da eccederne gli angusti perimetri.
In un rovesciamento integrale del suo significato originario à la Marx, la critica delle ideologie finisce allora per essere convertita in legittimazione dell’esistente, rispetto a cui, appunto, ogni visione alternativa è immediatamente esorcizzata come pericolosamente ideologica. Il solo pensiero non ideologico – così recita il virtuoso coro dei cani da guardia del potere – è sempre e solo quello che riproduce il reale nella sua effettiva configurazione, facendo dell’immaginario il semplice raddoppiamento simbolico di ciò che è. Niente prescrizioni, per favore! Se prescrivete, siete ideologici! Limitatevi a rispecchiare realisticamente l’esistente! Ecco qui il noto comandamento del monoteismo del mercato: “non avrai altra società all’infuori di questa!”. Ecco perché – mi sia consentito – mi distacco da questo modello dominante, che peraltro – Fai docet – pretende di imporsi come il solo possibile.
Fai mi critica per le cose che ho detto circa la caduta del Muro di Berlino. Le ripeto, per essere chiaro. Fai ha dalla sua il fatto che le cose che dice sono accettate dal 90 % (e forse più) della popolazione millimetricamente manipolata, quella popolazione disoccupata e a tempo determinato che giubila per la rievocazione della fine dell’Unione Sovietica senza capire che si è trattato di una tragedia geopolitica di portata inaudita. Ma si sa: nel desolante paesaggio del neoconformismo planetario e del pensiero unico trionfa un finto pluralismo, in cui i plurali dicono sempre e solo la stessa cosa, sia pure variamente declinata: quello in cui viviamo è il solo mondo possibile! Lasciate ogni speranza, voi che non vi adattate! Rinunciate a ogni spirito di scissione! Mentre nel 1989 i condannati al supplizio del capitalismo assoluto festeggiavano la fine del totalitarismo rosso, gli ultimi diritti sociali di cui ancora disponevano stavano per essere spazzati via da un capitalismo che, dopo il 1989, si liberava finalmente del freno sovietico e poteva celebrare indisturbatamente le sue orge. E così anche ieri: non parlo dei prezzolatissimi intellettuali che, nel libro paga dei dominanti, celebravano la fine del Muro e del Weltdualismus a piè sospinto su giornali e canali televisivi; alludo, invece, a quanti – disoccupati o schiavi a tempo determinato – pendevano scioccamente parte ai festeggiamenti, di fatto entusiasmandosi per le loro stesse catene e svolgendo ancora una volte la parte dei cultori ignari della loro stessa schiavitù. Giova ricordarlo, a beneficio degli smemorati e degli ideologi di professione: nel 1989 non ha vinto la libertà; hanno, invece, trionfato il libero mercato e il capitale, con tutte le conseguenze che ne sono scaturite e che stiamo quotidianamente scontando sulla nostra pelle (non da ultimo, sul piano ideologico, l’automatica e irriflessa identificazione tra libertà e libero mercato).
D’altro canto, nell’ex Unione Sovietica e nei suoi satelliti finalmente divenuti “liberi” non soltanto il dislivello tra ricchi e poveri ha raggiunto picchi mai sperimentati prima. In maniera convergente, le aspettative di vita sono tragicamente crollate (si parla di 7 anni circa), in forza dell’eclissi delle garanzie sociali di cui il principio della “valorizzazione del valore” non può farsi carico. Al danno della miseria, dello sfruttamento e della privazione di ogni garanzia sociale, si è aggiunta la beffa, per gli abitatori del regime sovietico nel frattempo imploso, di sentire disinvoltamente qualificare come “liberazione” il loro transito dal dispotismo orientale a una nuova e non meno opprimente forma di asservimento che ha trasformato in mendicanti e in schiavi del salario gli uomini, in prostitute e in badanti le donne. Tutto questo non sia preso per un elogio dell’Unione Sovietica: infatti, non lo è. È, invece, una condanna di un mondo – il nostro – che, se mai è possibile, è anche peggiore di quello dei tempi del cuius regio eius oeconomia. Ricordo, allora, quell’aneddoto dell’esule giunto in Occidente varcando il Muro di Berlino. Interrogato dagli Occidentali sulla vita nel regime comunista al di là del Muro, così rispose: “tutto ciò che dicevano su di noi era falso; ma era vero tutto ciò che ci dicevano su di voi”.
Su euro ed Europa: vera e propria “rivoluzione passiva” in senso gramsciano, il progetto eurocratico si rivela organico alla dinamica post-1989 a) di destrutturazione degli Stati nazionali come centri politici autonomi, b) di spoliticizzazione integrale dell’economia e c) di imposizione forzata ai popoli delle riforme neoliberali. Dal Trattato di Maastricht (1993) a quello di Lisbona (2007), la creazione del regime eurocratico ha provveduto a esautorare l’egemonia del politico, aprendo la strada all’irresistibile ciclo delle privatizzazioni e dei tagli alla spesa pubblica, della precarizzazione forzata del lavoro e della riduzione sempre più netta dei diritti sociali. Si è trattato di un vero e proprio colpo di stato finanziario, in forza del quale – tramite l’imposizione di una moneta unica che non ha tenuto conto delle diverse economie nazionali – la finanza transnazionale ha preso a dettare indisturbatamente le regole, imponendo agli Stati non più sovrani di aderire supinamente. Per questa via, il continente europeo sta sempre più assumendo le sembianze concentrazionarie di un lager economico, in cui – complici le politiche depressive dell’austerità e della delocalizzazione forzata – si consumano sempre nuove tragedie nell’etico e veri e propri genocidi finanziari come quello greco. In quanto compimento del capitalismo assoluto, l’Unione Europea segna la provvisoria vittoria del neoliberismo e dei dominanti nella lotta di classe, come peraltro limpidamente emerge da quelle che, con diritto, possono essere considerate le sue tre principali tendenze economico-politiche: a) l’abbassamento del debito tramite drastiche privatizzazioni e continui tagli alla spesa pubblica; b) la lotta in nome della competitività esterna, in senso globalista e mercatista, con annesso abbassamento dei costi del lavoro e dei salari per poter reggere il confronto con le altre realtà e con i paesi emergenti; c) l’incessante ricorso a “manovre”, “aggiustamenti strutturali” e “riforme”, praticate sulla carne viva della popolazione agonizzante e sempre a vantaggio del finanzcapitalismo. Il costituirsi dell’odierna Unione Europea corrisponde a un momento ulteriore della dialettica di sviluppo del capitalismo absolutus. Dopo essersi liberato prima della cultura borghese e della coscienza infelice (Sessantotto), poi della potenza katechontica comunista (1989), il capitale doveva affrancarsi dall’ultimo limite, ossia dalla forza statale e dal potere politico. ancora in grado di limitare l’economico. Questo obiettivo è stato raggiunto tramite l’Unione Europea, tempio vuoto che occulta il volto del finanzcapitalismo e della dittatura dell’economia spoliticizzata. Il capitale abbatte, nel ritmo del suo sviluppo, ogni barriera (politica, culturale, nazionale, religiosa, linguistica), per imporre ovunque il linguaggio del prezzo e la comunità del denaro.
Fai mi accusa di essere meramente “reattivo”, di voler resistere alla globalizzazione e ai processi in corso. Mi accusa di “utopismo”. Verissimo! E lo rivendico, con buona pace di Fai e della sua mal celata apologetica di ciò che già è (camuffata dietro il nobile nome di “realismo politico” e di “filosofia politica”). Nello scenario del disincantamento globale, occorre tornare a reincantare il mondo e a conferire un senso alle fantasie politiche oggi mutilate. È la sola possibilità per non continuare ad agonizzare impotenti nel tempo della morte di Dio, magari giustificandosi dietro la “vuota profondità” (Hegel) del realismo politico, che meglio andrebbe inteso come cinismo politico. Il vero realismo è quello à la Machiavelli e à la Gramsci, cioè quello che conosce il reale e i rapporti di forza per trasformarli, non per lasciarli essere! L’utopia non soltanto non corrisponde al volto demoniaco del potere, ma non si lascia neppure ridurre alla sterile rinuncia a occuparsi della realtà presente, mediante fughe in avanti o verso l’altrove. Al contrario, se correttamente intesa, essa non ha altro oggetto se non la realtà presente, nel tentativo di prefigurare, all’interno dell’oggi, una condizione alternativa. In termini blochiani, la docta spes dell’utopia rende visibile il domani dell’oggi. In quanto espressione – con la sintassi gramsciana – di una “fantasia concreta”, il pensiero utopico si rifiuta di esaurire il possibile nell’effettuale. Fa balenare possibilità alternative e, per ciò stesso, pone in essere nuove immagini del mondo da contrapporre operativamente all’esistente. Nessuna fuga in avanti futuristica, dunque: ma solo una onesta e, se si vuole, realistica considerazione del presente come storia e come possibilità. Il realismo di Fai si mostra altamente irrealistico, perché trascura appunto possibilità e storia: dimentica il fatto che l’essente è dinamico e sporgente sull’avvenire, non è un “solido cristallo” (Marx) che fieri nequit (Gentile). E con questo il discorso sarebbe appena cominciato. Ma mi fermo qui. Ad maiora.

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