L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 3 febbraio 2015

Mediaset non è ingenua e aspetta l'art. 19 bis


Cinque cose dopo l'elezione di Mattarella
02/02/2015
 
"Trionfo", "colpo da maestro", "capolavoro politico", "scacco matto di Renzi". I media e i siti italiani hanno salutato così la conclusione delle tre giornate di votazioni in Parlamento per eleggere il presidente della Repubblica. Siamo stati informati, qualora non lo sapessimo già, che Sergio Mattarella fu "l'unico che si dimise dopo la legge Mammì", che certo non  è un amico storico di Silvio Berlusconi, che "Berlusconi è stato fregato su tutta la linea". Sappiamo o dovremmo sapere - questo ci impone il Racconto collettivo - che "il Patto del Nazareno non esisteva e questa ne è la prova" (ipostasi pari - quanto a velleitaria assolutezza - solo a quella dei sostenitori del Patto-del-Nazareno-uguale-male-assoluto) o, nella versione light, ci è stato raccontato che "questo è il vero Patto del Nazareno", un'intesa sulle riforme, non sull'elezione del Quirinale e tanto meno su accordi opachi del premier con il Cavaliere.

Non ho mai almanaccato sul contenuto nascosto del "Patto"; quel contenuto potrebbero saperlo, per definizione, solo i contraenti, che tra l'altro si sono parlati più volte a quattr'occhi (o quattro orecchie), senza nessun testimone e senza (curioso) neanche nessuna foto [forse non si sono mai visti, allora!]. Ho però constatato, e per questo bastano i fatti alla mano, quanto sia stato forte  il legame tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi (e tra Luca Lotti e Denis Verdini) in tutto l'ultimo anno. Quanto sia successo, non una volta sola, che Forza Italia abbia fornito voti anche alla maggioranza di governo (quando è stata in difficoltà). Ho, soprattutto, facilmente potuto far rilevare quanto siano state orientate verso centrodestra, o sospettate di opacità, le scelte politiche di questo primo governo Renzi (sono convinto che ce ne saranno altri): dal Jobs Act alla legge elettorale (che è scelta politica, non riforma costituzionale) con i capilista bloccati, al decreto sulle banche, al decreto fiscale con la vicenda madornale del codicillo 19bis (non chiamiamolo salva-Silvio, per ora). Tuttavia, prima di tornare sul punto del legame Renzi-Berlusconi in quest'ultima vicenda del Quirinale, vorrei partire da Sergio Mattarella.


I. Voglio dire che, visti alcuni dei nomi che circolavano, mi sembra una soluzione degna di apprezzamento e (almeno sulla carta) configura un presidente lord protettore non del governo - come è stato negli ultimi anni di supplenza -ma della Costituzione. Possiamo sperare (ma è la carica che fa l'uomo, si sa, dunque vedremo) in qualche monito in meno e qualche legge rimandata alle camere in più, vista la scarsa loquacità (evviva) del neopresidente, unita alla sua competenza di giurista che gli viene universalmente riconosciuta. Non ci troviamo di fronte a un personaggio che sembri uscito da mondi di sistematica compromissione. Voglio dirlo chiaro: con i rischi che c'erano - dato il quadro di scaltra, doppia collaborazione di Renzi a destra (con Alfano e Berlusconi) - è un risultato più che buono. Spero di non dovermi ricredere. La direttrice del manifesto Norma Rangeri ha pronunciato questa battuta, "meglio un democristiano di sinistra che un comunista migliorista" (ricorderei, sia pure en passant, anche la storia di un altro democristiano di sinistra, tale Romano Prodi). Su cosa possa essere Mattarella per chi è "di sinistra" (diciamolo tra virgolette), ho scritto questo, e non mi dilungo oltre.

II. Berlusconi è parso, quasi a tutti, il grande perdente. Fregato, bollito, ha perso totalmente il touch, è stato per lo meno mal manipolato da Verdini: questo ci è stato narrato. Io ho avanzato qualche timido dubbio su questa narrazione, per alcune ragioni, logiche o fattuali. Quelle logiche: è credibile che l'uomo pragmatico delle mille trattative (e spericolatezze) diventi all'improvviso - anche al cospetto degli ultimi cronisti - un brocco totale, quasi un fesso? Mah. Vero, non è più nelle condizioni politiche di una volta, è molto indebolito, fiaccato, anziano, ha un partito logoro e diviso, sta scontando una condanna, è incandidabile (per ora, in futuro si vedrà; è di oggi la notizia di uno sconto di pena che, per l'estinzione di alcune sanzioni accessorie, potrebbe riaprire la questione. Ma si riaprirà, o così o in altro modo). E tuttavia passare da perdente totale lo pone nella condizione ideale di qui in avanti: la condizione di colui che è in credito, ha subito uno schiaffo dopo aver dato qualcosa, di colui al quale nessuno potrà dire che ha avuto il presidente che voleva o che sia stato avvantaggiato. Eppure - primo dato fattuale - Libero (giornale non lontano a quel mondo) e Franco Bechis già a dicembre avevano indicato che Berlusconi sapeva degli orientamenti prevalenti pro Mattarella, e gli "andavano benissimo" (l'articolo è qui). Nel mio insignificante lavoro ho potuto  riportare - non smentito - sulla Stampa una conversazione - privata, non detta in pubblico in Trasatlantico - proprio di Verdini, "Berlusconi è sempre il più figlio di buona donna, è lui che li frega tutti". Il giorno dopo l'elezione di Mattarella ho letto un ottimo articolo di Mattia Feltri (purtroppo non on line), che raccontava (anche lui, non smentito) di una telefonata in cui il Cavaliere - certo, anche per non tagliarsi a quel punto definitivamente fuori - diceva a Mattarella "Sergio, i voti te li porto io". Titolo azzeccato della Stampa: "Il doppio gioco di Silvio".
Naturalmente, parlo di Silvio Berlusconi, un uomo che sta trattando sé, la sua vita e la sua famiglia, cioè la constituency dei suoi interessi materiali; non parlo di Forza Italia, quella sì davvero all'angolo.

III. Questo - badate - non significa dire che Renzi non sia stato abile, anzi: è stato di più, abilissimo e spregiudicato come la politica della Forza deve essere. Non significa dire che non sia stato lui il vincitore, com'è palese. Significa però ricontestualizzare un po' meglio - facendosi qualche domanda - la posizione e il taglio dei rapporti personali tra Renzi e Berliusconi in questo momento. E ciò che ci possiamo aspettare politicamente - vigilando - da oggi in poi.

IV. Ciò che ci possiamo aspettare politicamente saranno i giorni - se non vogliamo elucubrare, a dirlo. Io riporto e metto in fila fatti. L'intervista politicamente più rilevante che Renzi si è affrettato a concedere a cose fatte è stata al Foglio. Un messaggio di generale rassicurazione del giorno dopo a Silvio, e ci sta, ma condito da alcune frasi che mi hanno fatto riflettere, per come erano linguisticamente formulate: "Berlusconi può offrirsi per fare riforme importanti e avere così la possibilità di raccogliere e condividere i dividendi con noi". Dividendi? Sarà sicuramente un lapsus, una brutta parola che suona musica per le speranze berlusconiane (di Berlusconi e famiglia, ripeto; non della politicamente defunta Forza Italia). 
Maria Elena Boschi, come prima grande uscita pubblica- la domenica pomeriggio in tv in un programma con 4 milioni di ascoltatori - ha parlato del decreto fiscale e - la dico con un eufemismo - non ha chiuso la porta alla possibilità di ripresentare quel testo pari pari, compreso il famigerato articolo 19bis: "Non credo si possa fare o non fare una norma perché riguarda anche Berlusconi".
 
V. Nella storia dell'elezione di Mattarella, con calma e a mente più fredda, credo occorrerà essere più generosi ed equanimi nel riconoscere il ruolo svolto dalla minoranza Pd, in primis Pierluigi Bersani. Senza nulla togliere all'abilità di manovra di Renzi, andrebbe per lo meno aggiunto che Bersani - e l'area della minoranza più in generale - questa volta ha concorso - se non contribuito assai attivamente - a indicare il nome di Mattarella. Renzi è stato bravissimo a capire che era l'unico vero nome in grado di unire il Pd, è stato lesto a farlo suo e, soprattutto, a farlo passare come suo. In questo, ancora una volta, ottima Narrazione; complice la quasi totale assenza di domande in giro.

ps. A proposito di domande. Ho notato un certo fastidio con cui vengono accolte da taluni, nell'approssimarsi dell'èra I di re Matteo. Statesereni, io continuerò a farle, laicamente e senza pregiudizi, cercando interrogando e valutando fatti.

twitter @jacopo_iacoboni

http://www.lastampa.it/2015/02/02/blogs/arcitaliana/cinque-cose-dopo-lelezione-di-mattarella-MFt9PwHtBxt1BHALv7nCgI/pagina.html 

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