L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 1 febbraio 2015

Si fa di tutta l'erba un fascio per meglio mistificare e raccontare menzogne


Mondo \ Africa

Africa: sale l'allarme per il jihadismo radicato nel Sahel

Miliziani di Boko Haram - AFP
È di oltre 120 jihadisti uccisi il bilancio di due giorni di scontri tra le milizie di Boko Haram e l’esercito del Ciad ai confini della Nigeria. Intanto, la città di Michika, di recente al centro di nuovi massacri da parte degli integralisti, è stata riconquistata dalle truppe nigeriane. Ma le fila delle diverse formazioni jihadiste continuano a ingrossarE nelle zone desertiche e del Shael africano, lungo i confini di numerosi Paesi. Una vastissima area che alcuni commentatori hanno ribattezzato "Sahelistan". Marco Guerra ne ha parlato con l’africanista e ricercatore dell’Ispi, Giovanni Carboni:

R. – Il “Sahelistan” richiama un po’ “l’Afrighanistan” che era stato coniato dall’Economist due o tre anni fa, quando ci si è accorti che sembrava arrivata alle porte dell’Europa la minaccia che sembrava più lontana - appunto in Afghanistan – che adesso è in Africa nel Sahara e nel Sahel, un’area per definizione dai confini sono molto labili, porosi, che nella fascia più prettamente desertica o saheliana sono pressoché inesistenti e consentono una grande mobilità di questi movimenti. Il primo caso in cui è emersa questa nuova realtà di movimenti legati ad Al Qaeda – specificatamente con Al Qaeda nel Maghreb islamico – è stato nell’ondata recente di mobilitazione di jihadisti in seguito della crisi del Mali nel 2013, quando si è avuta un’insurrezione da prima dei Tuareg – e in questo si è inserita l’attività dei jihadisti che già avevano delle cellule operative nella regione. Poi, questo è andato estendendosi verso la Nigeria. Dobbiamo pensare che sostanzialmente quello che è emerso in questi anni è una linea in qualche modo di instabilità su cui si sono concentrate le crisi africane, che corre appunto dal Mali, dal Nord della Nigeria, e attraversa il continente fino a muoversi verso il Corno d’Africa, verso la Somalia, che ha una storia di instabilità ben più lunga che risale ai primi anni Novanta.
D. – Poi, c’è il Kenya, la Somalia con gli assalti degli Shabaab e la Nigeria con Boko Haram, il gruppo jihadista più temuto del continente, che fra l’altro ha giurato fedeltà allo Stato islamico…
R. – È importante che si comprenda sempre che le radici di queste iniziative armate terroristiche o di guerriglia non sono la proiezione di realtà che vengono da lontano, da altre aree in cui in precedenza movimenti jihadisti sono stati attivi, ma che nascono da rivendicazioni, da problematiche, da conflitti che sono maliani, nigeriani, somali. La Somalia ha visto il collasso del governo all’inizio degli anni’90, ma la questione dell’emergere delle forze islamiche, del radicalismo islamico, si pone a partire dal 2006-2007. In Mali, la ribellione contro il governo centrale avviene a opera dei Tuareg, non dei movimenti jihadisti. Poi, si innesta un’iniziativa jihadista. Per quanto riguarda la Nigeria, il problema su cui si radica il jihadismo di Boko Haram è quello di un malessere diffuso nelle regioni del nord, e specificamente nel nordest che è l’area più povera della Nigeria, politicamente marginalizzata, che rappresenta il contesto – questo come quello della Somalia, del Mali – nel quale poi questi movimenti riescono a dare vita alle loro iniziative.
D. – Invece, quali sono gli eventuali collegamenti, se ci sono, tra lo Stato islamico e questo universo jihadista africano?
R. – È molto difficile dirlo, perché nelle analisi che si leggono su questi movimenti c’è sempre questa componente del network e molto raramente l’evidenza di qualche scambio, ad esempio di militanti, che sono stati addestrati in aree distanti da quelle dove finiscono a operare. Detto questo, è certo che esistono dei contatti, degli scambi e finanziamenti che vengono dai Paesi arabi, ma questo non deve fuorviarci e intenderlo come qualche cosa che sia il riflesso di iniziative internazionali. La mia lettura è quella dell’origine fortemente locale. Quello del jihadismo internazionale diventa il un veicolo a cui agganciarsi per evidenziare iniziative, problematiche, che però stanno con i piedi per terra in posti come la Nigeria, la Somalia o il Mali.

http://it.radiovaticana.va/news/2015/01/31/africa_sale_lallarme_per_il_jihadismo_radicato_nel_sahel/1120910 

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