L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 19 marzo 2015

Fronte Unico per uscire dall'Euro, la Grecia preferisce uscire anche conflittualmente che continuare il programma di suicidio

Fintanto che accetti i confini dell’euro non hai risposte efficaci. Costas Lapavitsas, economista e parlamentare di Syriza

Fintanto che accetti i confini dell’euro non hai risposte efficaci. Costas Lapavitsas, economista e parlamentare di Syriza

"La soluzione ovvia per la Grecia oggi sarebbe un’uscita negoziata"


In una lunga intervista per Jacobin, il parlamentare di Syriza Costas Lapavitsas commenta la crisi dell'Eurozona e la recente storia politica greca, dalla vittoria di Syriza, all'alleanza con ANEL, alle trattative con l'Eurogruppo.


Sulla crisi. Io interpreto ciò che sta succedendo in Europa come un caso di finanziarizzazione che ha assunto una forma particolare in Europa a causa della moneta comune. Ha assunto una forma particolarmente patologica e morbosa a causa della moneta comune. La finanziarizzazione dei paesi europei è stata distorta dalla moneta comune. Ora, il mio lavoro nel corso di molti anni mi è stato in realtà molto utile e penso che i risultati siano piuttosto evidente nel corso degli ultimi anni.
Se affrontiamo la crisi dell’eurozona come una questione puramente monetaria, dalla prospettiva della teoria monetaria, ci vorrebbero cinque minuti per risolverla: è una questione di unione monetaria mal strutturata e che si è evoluta molto male nel corso della sua esistenza ed è perciò insostenibile. E ciò, a chiunque sia addestrato in teoria monetaria e comprenda il denaro e la finanza, sarebbe più chiaro e più facile da capire che non ad altri che hanno operato in altre aree dell’economia e dell’economia politica.
Quando la crisi è scoppiata nel 2010, mi è stato chiaro che, dato il sistema monetario, (a) l’austerità era la conseguenza più probabile e che sarebbe stata disastrosa, cose che abbiamo sostenuto, abbiamo sostenuto io e quelli della Ricerca sulla Moneta e la Finanza, e (b) l’uscita sarebbe rimasta permanentemente sul tavolo a causa della struttura dell’unione monetaria. E’ tuttora ciò che sta avvenendo. A cinque anni di distanza è ancora dell’uscita che parliamo. E (c) l’idea di un euro buono è risibile, e in effetti è risultata essere tale. Così, in quel senso, il mio lavoro in molti anni del passato mi si è rivelato molto utile. 

Riguardo all'alleanza Syriza-ANEL: Contrariamente a quanto è stato detto all’epoca dalla stampa internazionale, non è un’”alleanza rosso-bruna”. Quella è stata una lettura completamente scorretta della situazione.
ANEL non è una versione morbida dell’Alba Dorata. Non sono fascisti morbidi. Quella è solo una stupidaggine. ANEL è fondamentalmente quella che chiamiamo la destra popolare in Grecia, che è tradizionalmente statalista, scettica nei confronti dell’alta finanza e nazionalista e conservatrice con la ‘c’ minuscola.
Ovviamente non sono compagni di letto naturali della sinistra radicale. Tuttavia, data la situazione, la scelta era chiara. O non si formava per nulla un governo – e si sarebbero avute nuove elezioni e il caos e via di seguito – oppure di formava un governo con queste persone che almeno sono state costantemente contro l’accordo di salvataggio e a favore dei lavoratori e delle piccole e medie imprese, eccetera

Su Varoufakis:  conosco Varoufakis da molto come economista, ovviamente. Non penso lo si possa definire un uomo di sinistra nel senso della sinistra radicale e certamente non della sinistra rivoluzionaria, non nel senso che riconosceremmo in questo paese, ma è certamente un uomo che appartiene alla sinistra del centro.
E’ sempre stato così. E’ sempre stato eterodosso e critico nella sua economia. E’ sempre stato un uomo che ha rigettato l’economia neoclassica e la teoria neoclassica nel suo lavoro. Ed è sempre stato pronto a venir fuori con consigli di politica fuori dagli schemi e pronto a pensare a vie alternative.
Questi sono tutti meriti, dal mio punto di vista. Tuttavia quando si considera il suo percorso si deve riconoscere che è stato anche un consigliere del governo di George Papandreou, che è stato il primo governo che ha introdotto le politiche del salvataggio in Grecia e vi è rimasto associato con un considerevole periodo di tempo. Dunque in quel senso non penso lo si possa definire un uomo di sinistra in alcun senso sistematico.

Sui negoziati: il governo si è presentato ai negoziati con un apporccio che era cruciale per la sua composizione, per la sua creazione, cioè che possiamo entrare nella stanza dei negoziati e possiamo pretendere, e batterci per, cambiamenti considerevoli, inclusa la cancellazione dell’austerità e la cancellazione del debito, restando al tempo stesso fermamente entro i confini dell’unione monetaria.
Questo è il punto chiave. Questo è ciò che ho chiamato nel mio lavoro l’approccio dell’”euro buono”. Che, cambiando politica, vincendo le elezioni, cambiando il rapporto di forza politico in Grecia e in Europa negozieremo e trasformeremo l’unione monetaria e l’Europa nel suo complesso grazie alle carte politiche che metteremo sul tavolo. E’ così che si sono presentati. E la loro strategia negoziale è stata determinata da ciò.

Tuttavia, sebbene Syriza abbia vuto l’80 per cento del sostegno popolare alle elezioni di gennaio, ciò ha contato molto, molto poco nei negoziati.
Perché? Perché i confini dell’unione monetaria sono quelli che sono. Non sono sensibili a questo genere di argomento. E’ una serie molto rigida di istituzioni con un’ideologia e un approccio integrato alle cose. L’altro schieramento non avrebbe cambiato atteggiamento solo perché c’era un nuovo governo in un piccolo paese.
Così i greci si sono presentati là, avevano grandi speranze e sono caduti nella trappola preparata loro da quelle istituzioni. E quella trappola consisteva fondamentalmente in (a) carenza di liquidità e (b) carenza di finanziamenti per il governo. E’ così che le istituzioni hanno tradotto il loro vantaggio strutturale in rapporto ai greci.
I greci non avevano scelta. Non potevano far fronte a ciò. Syriza non poteva farvi fronte perché aveva accettato i confini dell’euro. Fintanto che accetti i confini dell’euro non hai risposte efficaci. E’ questo il motivo per cui alla fine il risultato è stato quello che è stato.  Hanno tentato, hanno lottato per qualcosa di diverso. L’altro schieramento, in particolare i tedeschi, ha tolto loro la terra di sotto i piedi. E verso la fine dei negoziati era una questione di giorni prima che le banche dovessero essere chiuse. In quella situazione i greci hanno fondamentalmente accettato un compromesso al ribasso.

Una strategia alternativa. Credo fermamente che i negoziati di febbraio avrebbero avuto risultati diversi non solo se il governo fosse stato consapevole della trappola ma fosse anche stato preparato a prendere iniziative per non caderci. I negoziati hanno risultati molto diverso se l’altra parte si rende conto che disponi di un’alternativa e sei deciso ad adottarla, se necessario.

La soluzione ovvia per la Grecia oggi, se guardo a essa da economista politico, la soluzione ottimale, sarebbe un’uscita negoziata. Non necessariamente un’uscita conflittuale, ma un’uscita negoziata. Penso che la Grecia avrebbe una possibilità ragionevole se si presentasse ai negoziati e fosse pronta a lottare per, e ad accettare, un’uscita negoziata. Potrebbe essere per un periodo di tempo limitato; se il popolo greco l’accettasse più facilmente, tanto meglio.
Uscita negoziata …  negoziata nel senso che l’altra parte della trattativa sarebbe una profonda cancellazione del debito che sarebbe il prezzo che l’unione monetaria dovrebbe accettare, una cancellazione del 50 per cento. E, cosa fondamentale, l’uscita sarebbe protetta, nel senso che la Banca Centrale Europea (BCE) si occuperebbe di assicurare che la svalutazione della nuova moneta non fosse superiore al 20 per cento e che le banche sopravvivessero.
Queste due condizioni – proteggere il rapporto di cambio e proteggere le banche – non costano quasi nulla. Non è come se si chiedesse all’unione monetaria di impegnare fondi o di sopportare un costo considerevole per esse. Farebbe un’enorme differenza per la Grecia senza, in effetti, alcun costo per l’unione monetaria. Il solo costo per l’unione monetaria sarebbe la cancellazione del debito.
In tale contesto posso vedere motivi per cui l’unione monetaria accetterebbe ciò, poiché porrebbe fine al problema greco. Per me, questa è la soluzione ottimale oggi, perché posso capire le difficoltà di un’uscita conflittuale. Tuttavia, se si arriva a ciò , anche un’uscita conflittuale è meglio che continuare con il programma attuale. 

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