L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 29 marzo 2015

il caimano vuole sempre di più


Ainis: bella o brutta, è l’epoca dell’unificazione


marzo 27 2015


Se n’era accorto Jack London cent’anni fa, se ne sono accorte da cinquant’anni le donnette che vanno a fare la spesa. Scompaiono mercatini rionali, negozietti di alimentari, piccoli forni, pizzicaroli, tutti sostituiti da supermercati grandi e piccoli, un supermercato ogni dieci o venti negozietti. All’inizio sembrano un miglioramento: i prezzi sono più bassi, si fa prima a fare la spesa. Poi, quando i piccoli concorrenti hanno rinunciato, o si sono riciclati in boutique del pane e di delikatessen, i supermercati aumentano i prezzi, senza possibilità di confrontarli con i concorrenti, che o non ci sono più o stanno troppo lontano. Così nascono i monopòli (ci ho messo l’accento per evitare che qualcuno legga monòpoli, come il noto gioco), spiegava London.
Non succede soltanto nel piccolo commercio, succede in tutti i settori, a cominciare dalla politica. Michele Ainis, sul Corriere della sera di oggi, prova a fare l’inventario delle vittime di quella che chiama “l’epoca dell’unificazione” che obbedisce allo spirito dei tempi, lo Zeitgeist. A chi obbedisca lo Zeitgeist Ainis non lo dice, provo a dirlo io senza paura di dire una sciocchezza: obbedisce alla moda, e la moda obbedisce senza saperlo a qualcuno che la lancia dopo aver fatto un’attenta ricerca di marketing poi sfruttata con operazioni di lavaggio del cervello di dimensione planetaria. Esistono istituti che di questo campano, con profitti superiori a quelli delle catene di lavanderie a gettone.
Il costituzionalista Ainis, oltre all’inventario (che invito i lettori a andarsi a leggere sul Corriere) delle unificazioni nella distribuzione e produzione di libri e giornali, nell’accorpamento di scuole, cinema, prefetture, studi legali e, aggiungerei io, di studi dentistici e medici più in generale, mette al primo posto le unificazioni nella politica. E fa l’esempio di Renzi: “Dal 22 febbraio 2014 il segretario del Partito democratico è anche presidente del Consiglio. Dallo stesso giorno il presidente del Consiglio è anche ministro per le Pari opportunità. Dal 30 gennaio 2015 il ministro per le Pari opportunità è anche ministro per gli Affari regionali. Dal 23 marzo 2015 il ministro per gli Affari regionali è anche ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. Troppi poteri in un solo potentato? No, sono ancora troppo pochi. Perché questo vuole lo Zeitgeist, lo spirito dei tempi. Un venticello che Matteo Renzi respira a pieni polmoni, e lo risputa fuori in norme, azioni, progetti di riforma. Incontrando l’applauso delle folle, anziché un’onda di sospetto. Lui l’ha capito, noi forse stentiamo un po’ ad accorgercene. Questa è l’epoca dell’unificazione”.
Tutte queste unificazioni a Ainis non vanno troppo bene, perché “l’unificazione genera uniformità, e quest’ultima ci cuce addosso un’uniforme. Ormai la indossano, d’altronde, pure le nostre istituzioni. Il Senato ha appena deciso di ridurre le 105 prefetture alla metà. La Giunta toscana propone di concentrare le Asl in una megastruttura. Dalla Sicilia alla Liguria, s’avviano progetti di fusione delle Camere di commercio. I piccoli tribunali sono già stati soppressi da un decreto del 2012. La legge n. 56 del 2014 accorpa i piccoli comuni. Ma il loro corpo resta pur sempre esile, rispetto al gigantismo delle nuove città metropolitane. O delle macroregioni su cui s’esercita una commissione istituita dal governo: nascerebbero l’Alpina, il Triveneto, il Levante, e via giganteggiando.
“Dopo di che – aggiunge Ainis – su questo paesaggio erculeo vigilerà un ciclope con un occhio solo sulla fronte: il partito premiato dall’Italicum, che per l’appunto conferisce un premio in seggi alla lista, non alla coalizione. (…) Anche l’eccesso di semplificazione, però, rischia di lasciarci prigionieri dentro un guscio vuoto”. Insomma, secondo Ainis, e pure secondo me, c’è il rischio che l’uniformità ci costringa tutti quanti a indossare la stessa uniforme, un po’ (solo un po’, per carità) come i cinesi al tempo di Mao. A trasformare i cittadini italiani, per uscir di metafora, in sudditi obbedienti alle decisioni del decisionista.
E qui, anche se il paragone che aggiungo io può apparire eccessivo, non si può non ricordare che Mussolini aveva la stessa abitudine di Renzi all’accentramento dei poteri nella sua figura. Ignoro se Matteo Renzi al canto del gallo si affretti a salire a cavallo, ma come il duce accumula cariche e si circonda di yesmen e di yeswomen che gli lasciano la privativa delle decisioni.
L’Italia di oggi, con tutti i problemi che ha, rimane una democrazia, almeno finché avrà una stampa libera pronta a denunciare tutto quel che non va. Però c’è sempre il rischio, come ai tempi del duce, che chi ha nominalmente troppo potere sia costretto a distribuirlo ai sottoposti lasciandogli inevitabilmente il diritto di abusarne. E di questo fenomeno, ogni giorno si trova traccia negli scandali che denunciano furti, sperperi, tangenti, assunzioni di personale inutile, acquisti di ostriche e champagne, tutto coi soldi pubblici, coi soldi sottratti con la forza delle leggi fiscali a ricchi e poveri, disoccupati e pensionati al minimo compresi.

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