L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 19 marzo 2015

Il Quantitative Easing è un falso ideologico


Cernobbio/Retroscena: molte perplessità su immissione liquidità Qe e Grecia
 di Giovanni Bollini
Cernobbio/Retroscena: molte perplessità su immissione liquidità Qe e Grecia
 














(Il Ghirlandaio) Milano, 18 mar. - Alla attesa delle decisione della Federal Reserve Usa che potrebbe rivedere al rialzo i tassi è interessante conosce il ‘’dietro le quinte ‘’dell’ottimismo che è ufficialmente emerso dal workshop di Cernobbio del fine settimana sull’andamento dell’economia europea. In realtà nei corridoi di Villa d’este sono circolati una serie di dubbi, anche non sono stati portati sul podio degli interventi, dominato da grandi figure dell’economia internazionale da Varoufakis a Padoan. Al centro delle perplessità proprio il quantitative easing, visto ufficialmente come il rimedio a tutti i mali sia come effetto diretto, l’immissione di liquidità, che come conseguenze indirette, cioè il ribasso dei tassi e del cambio dell’euro.
Scetticismi in realtà ce ne sono sempre stati anche in America, “patria” del Qe (in sei anni si sono susseguiti il Qe1, il Qe2, l’Operation Twist e il Qe3 per un totale di oltre 4500 miliardi di dollari) e che qualcuno dei più prestigiosi e più “spregiudicati” economisti come Nouriel Roubini ha provato a portare sul tavolo di Cernobbio: «L’urgenza di aumentare i tassi – ha spiegato il guru della NYU – è dovuta proprio a questo: l’immenso ammontare di denaro in circolazione, se non regolato e calmierato appunto dai rialzi degli interessi, provocherà la madre di tutte le bolle speculative entro il 2017». Ma intorno al Qe circolano diverse argomentazioni se non contrarie almeno di riflessione critica . Il lotto dei beneficiari, per esempio, si è assottigliato a tal punto che l’effetto-ricchezza si è riversato tutto sui mercati finanziari e ha finito con l’avere un impatto sui consumi, tranne quelli di lusso, abbastanza limitato. Va da sé poi che si sono accentuate le diseguaglianze che oggi sono la vera mina vagante per l’occidente.
Ma le più sorprendenti perplessità sul Qe sono arrivate, incredibile a dirsi, dalla stessa Bce. Forse fatti circolare ad arte dagli avversari interni all’operazione, guidati dal tedesco Hans Weidmann (il presidente della Bundesbank), sono usciti in occasione di Cernobbio documenti interni in cui la Bce azzardava una serie di scenari. Bene, nella proiezione di base il valore dell’euro contro il dollaro si sarebbe fermato a 1,14 almeno sino alla fine dell’operazione, settembre 2016. Niente di tutto questo, passiamo alla proiezione numero due il “worst case scenario” dello stesso rapporto interno Bce: bene, qui il cambio col dollaro sarebbe arrivato a 1,04 dollari per la fine di quest’anno. Anche qui, com’è evidente, siamo ben lontani dalla realtà perché tale livello è stato sostanzialmente già raggiunto, a meno di dieci giorni dall’avvio dell’operazione e con più di nove mesi d’anticipo.
Di fronte a questi macroscopici errori di valutazione, forte è l’imbarazzo all’interno della Banca centrale europea. C’è chi propone di sospendere o almeno ridurre il Qe (il ritmo avviato è di 60 miliardi di dollari al mese da marzo 2015 a settembre 2016): ipotesi che è stata considerata dal direttorio e per ora esclusa, non senza scetticismi da più parti (non solo tedeschi). Troppo rilevante è stato l’impatto del Qe su tutti i mercati, da quello dei cambi a quello degli interessi, dall’azionario all’obbligazionario, perché si potesse pensare di smettere già, appena partiti. Il “reverse effect” sarebbe uguale e contrario sui mercati, insomma micidiale.
Altro punto di rovente discussione riguarda i ‘’buoni’’ da comprare. E qui c’è l’altra mina vagante, quei 2 trilioni di euro in bond in circolazione che recano interesse negativo. Per la Bce non è facile acquisire titoli che recano già in sé la certezza di una perdita, ma è anche inevitabile. Purché, si è deciso, l’interesse negativo non sia peggio del -0,2%, e molti titoli dei paesi nordici sono molto al di sotto di quel tasso. La Bce, si è detto, cercherà di rifarsi delle perdite applicando a sua volta un tasso negativo a quelle banche che, una volta venduti i titoli ed entrate in possesso della liquidità, decideranno di tenere i fondi parcheggiati presso la stessa Bce, che in questo caso applica un tasso negativo dello stesso -0,2%. Ma è evidente che ci si trova in un terreno del tutto incognito: neanche nella Grande depressione americana degli anni 30 si era arrivati a tassi negativi così generalizzati, e solo in misura marginalissima questa problematica ha interessato le tre operazioni di Qe svoltesi nel mondo in questi anni, in America appunto e poi in Giappone e Gran Bretagna.
La Bce per risolvere il problema “attaccherà” i buoni a più lungo termine, dai venti ai trent’anni, con il sicuro risultato di farne scendere gli interessi. Ottime notizie, si dirà: probabilmente in parte, ma ci sono tutte le incognite di una situazione del tutto sconosciuta. Ma l’incognita delle incognite rimane, e qui arriviamo sulla superficie del “floor” di Cernobbio, la Grecia. Per ora esclusa dal Qe, potrebbe rientrarci solo nel caso, lontanissimo, in cui “giurasse fedeltà” all’intero memorandum della troika che invece ha platealmente disconosciuto. Solo in quel caso la Bce potrà ripristinare il “waiver”, cioè la clausola di eccezione in virtù della quale accetta per finanziare la Grecia i suoi bond anche se dotati un rating insufficiente (al di sotto del livello “di investimento” secondo lo statuto non può accettarne e la Grecia è al livello “junk bobds”). A questo punto la Grecia rientrerebbe sotto la tutela Bce ed essa proterebbe valutare più serenamente se inserirla nell’operazione Qe.

http://www.ilghirlandaio.com/copertine/128079/cernobbio-retroscena-molte-perplessita-su-immissione-liquidita-qe-e-grecia/ 

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