L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 15 marzo 2015

Internet, mai perdere di vista gli strumenti che si usano

Internet, i dati personali sono il petrolio dell’economia digitale

Intervista con Andy Hart, vice presidente di Microsoft Advertising Europe: la maggior parte degli utenti è pronta a trattare la cessione dei propri dati personali in cambio di controllo e valore aggiunto
(Foto: Getty Images)
(Foto: Getty Images)
Sempre più consapevoli, informati, digitalizzati. E sempre più esigenti. Ma anche e soprattutto fiduciosi di saper gestire al meglio la propria identità online e l’interazione con il resto del mondo. Soprattutto con i brand, verso cui nutrono aspettative sempre più alte.
Sono gli utenti online così come li descrive il rapporto Microsoft Digital Trends 2015, seconda edizione di uno studio realizzato in partnership con Future Laboratory e Research Now, il cui scopo è comprendere come e perché si evolvono i comportamenti, le abitudini e le necessità dei consumatori online. “Fino a poco tempo fa gli utenti vivevano la parte digitale della loro esistenza in maniera poco consapevole, mentre ora sono ben consci di quello che fanno, come conferma anche la crescente domanda per strumenti e servizi mirati a gestire la propria identità digitale”, spiega Andy Hart, vice presidente Microsoft Advertising Europe. “E la cosa veramente notevole è che questa trasformazione è avvenuta tutta nell’ultimo anno”.
Andy Hart
I numeri parlano chiaro: da un lato, il 78% degli intervistati mostra di aver capito che i dati derivanti dalla propria presenza online sono oro colato per i brand; dall’altro, più della metà di loro (61%) si dice favorevole alla condivisione di informazioni riservate con le aziende, purché questa avvenga in modo trasparente e porti loro precisi e quantificabili benefici.
Pensateci: fino a poco tempo fa, si parlava dei dati personali come del “nuovo petrolio” dell’economia digitale, mentre contemporaneamente ci si preoccupava soprattutto di come aiutare le persone a proteggerli da sfruttamenti e abusi. Nel quadro che emerge dallo studio Microsoft, è invece la stessa “fonte” di quel petrolio che oggi si dice pronta a gestirne la “distribuzione”, che si rivela preparata a trattarne il “commercio” in cambio di servizi, prodotti, e vantaggi. “Solo il 4% degli intervistati ha detto di non voler vedere archiviati i propri dati”, conferma Hart, “mentre la maggior parte degli utenti è pronta a trattarne la cessione in cambio di controllo e valore. Quando poi si tratta dei Millennials, questi sono pronti a fare vero e proprio brand management per se stessi. Una sfida e un’opportunità notevoli per le aziende”.
La ricerca ha coinvolto oltre 13mila persone ed è stata condotta in 13 Paesi tra cui Cina, Brasile, Stati Uniti, Gran Bretagna e, per la prima volta, anche Italia. Quest’ultima registra risultati in molti casi superiori alla media dei Paesi europei coinvolti nell’indagine e a volte anche oltre la media globale.
In cosa si distinguono gli italiani?
“Innanzitutto, ritengono di avere un buon controllo della propria presenza online. Anzi, il 47% di loro è fiducioso di sapere rimuovere dalla Rete informazioni indesiderate postate erroneamente, registrando la percentuale più alta a livello europeo e superiore persino alla media globale, ferma al 40%. Un altro dato interessante, a confermare la crescente consapevolezza di cosa significhi veramente essere online, è che il 64% dei consumatori italiani desidera poter scegliere per quanto tempo mantenere online le informazioni condivise, contro il 57% della media globale e il 59% della media europea”.
E cosa amano fare?
“Per esempio misurare se stessi. Ovunque nel mondo cresce l’utilizzo di dispositivi wearable e applicazioni per tracciare, scaricare e analizzare i dati relativi alla propria attività quotidiana. Ma in Italia, il livello di adozione pari al 41% è il più alto in Europa, dove la media dell’area si attesta al 23%».
Insomma agli italiani piace tenere traccia delle proprie attività, ma per farci cosa?
“Il tema è che – come il resto degli utenti a livello globale – ancora non lo sanno. Sentono istintivamente che può essere una cosa utile, che può servire a migliorare la qualità della propria vita, ma ancora non hanno un’idea precisa del perché. Responsabilità anche delle aziende, che allo stesso modo non hanno ancora una visione precisa sul da farsi e devono ancora lavorare sui servizi offerti. In questo caso il mio consiglio è che, dopo aver fatto patti chiari e trasparenti con gli utenti, quei dati vengano raccolti comunque, così quando sarà chiaro come metterli a frutto a vantaggio di tutti, saranno già lì, pronti per essere utilizzati. Siamo di fronte a un utente sempre più evoluto e consapevole”.
Cosa significa questo per chi fa advertising?
“Significa che si deve ripensare e riorganizzare l’architettura stessa del proprio brand, se si vuole ancora essere ancora in grado di connettersi a livello emozionale con il pubblico”.
Ascoltare gli utenti e comprenderne le necessità. Non c’è il rischio di sentirsi chiedere “cavalli più veloci”?
“No, affatto. Aziende come Amazon, Google, Facebook, Apple e Microsoft non lavorano sulle richieste dirette, ma si sforzano di comprendere le intenzioni dei consumatori lavorando all’interpretazione di enormi quantità di dati tramite Intelligenza Artificiale, perché la sfida è intuire quale sarà probabilmente la prossima mossa dell’utente prima che lo sappia lui stesso”.
E questo cosa cambia per chi fa advertising?
“Per i pubblicitari significa ripensare i messaggi in modo completamente diverso: non si tratta più di interrompere le attività dell’utente in un modo che intrattenga o informi. Si tratta invece di creare partecipazione, di sapere quali sono le necessità dell’utente nel preciso momento in cui riceve il messaggio, e portare valore fornendo soluzioni adeguate. Passare insomma dall’essere Hero-Brand a Help-Brand”.
Creare partecipazione. Eppure se c’è una risorsa che oggi scarseggia, quella è l’attenzione degli utenti…
“La soluzione è essere “IntelligentlyOn” come diciamo nel rapporto: gli utenti chiedono sistemi e servizi capaci di comprenderne le abitudini, di intuire quando hanno tempo per ascoltare e sono aperti a suggerimenti, e che quindi solo allora inviino informazioni che pure devono essere rilevanti. Anche qui gli italiani si distinguono in Europa per avere particolarmente a cuore il problema: il 79% spera di avere al più presto strumenti efficaci per filtrare contenuti e messaggi e vedere solo ciò che gli interessa davvero. La media europea è pari al 57.4%, mentre meglio a livello globale fanno solo i mercati emergenti come il Brasile, con l’82.3%, e la Cina, con l’89.8%”.

http://www.wired.it/internet/web/2015/03/13/internet-dati-personali-petrolio-economia-digitale/?utm_source=wired&utm_medium=NL&utm_campaign=daily

Nessun commento:

Posta un commento