L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 2 marzo 2015

Iran/Persia, l'Egitto e la Turchia devono sedersi intorno al tavolo

È giunto il tempo di una strategia araba

Alla luce degli eventi nella regione e degli interessi di Iran, Israele e Turchia, gli arabi devono serrare i ranghi e adottare un approccio unitario


Di Eyad Abu Shakra. Asharq al-Awsat (28/02/2015). Traduzione e sintesi di Mariacarmela Minniti.
Medio OrienteGli eventi di questi giorni danno l’impressione che i Paesi arabi siano incapaci di rispondere in modo razionale ai recenti sviluppi in Medio Oriente che ora minacciano la loro unità nazionale, se non addirittura la loro stessa esistenza. Basti pensare a quello che sta accadendo in Yemen, nelle zone controllate da Daesh (ISIS) e in Libano dove non si riesce a eleggere un nuovo presidente. Tuttavia, malgrado queste dolorose realtà e le catastrofi che potrebbero derivarne, non si riesce a scorgere un approccio arabo. Lo stesso non si può dire di Israele, Iran e Turchia che hanno una propria chiara strategia regionale.
La strategia israeliana, specie sotto la leadership di Netanyahu, non ha bisogno di presentazioni. Netanyahu, i suoi “falchi” del Likud così come altri esponenti di estrema destra non hanno mai creduto nel principio della “terra in cambio della pace”, anche quando erano di fronte a una controparte palestinese moderata e laica, pronta a negoziare e accettare la “soluzione dei due Stati”. Oggi, tuttavia, l’estrema destra israeliana deve fare i conti con gruppi palestinesi, che comprendono organizzazioni “islamiste”, che non solo si oppongono alla “soluzione dei due Stati”, ma sono anche direttamente collegati all’Iran.
Per quanto riguarda la strategia di Teheran, non è mai stata più chiara. È ormai ovvio chi tentava di impedire l’emergere di un vero Iraq sovrano e unito post-Saddam, soprattutto durante il lungo mandato del rimo ministro Nuri al-Maliki. L’egemonia dell’Iran su Baghdad è ora evidente non solo nella metodica pulizia settaria in diverse aree dell’Iraq, ma anche nel ruolo attivo di combattimento affidato alle milizie irachene guidate da Teheran all’interno della Siria. L’Iran poi, attraverso Hezbollah, il suo braccio politico e militare libanese, sta impedendo l’elezione di un nuovo presidente che non accetti di portare avanti la parte libanese della sua strategia regionale. Hezbollah è effettivamente una forza di occupazione in Libano, tuttavia l’Iran mira piuttosto a un’occupazione resa “costituzionale” attraverso un presidente “marionetta”. Più o meno la stessa cosa si può dire dello Yemen, dove i ribelli Houthi sciiti filo-iraniani si stanno espandendo verso sud.
E per quanto riguarda la Turchia? La necessità di raggiungere l’equilibrio in Medio Oriente dovrebbe mostrare più chiaramente che la Turchia può fare da contrappeso alla strisciante egemonia dell’Iran. Senza dubbio, il Medio Oriente ha bisogno che l’Egitto svolga un ruolo attivo che, grazie al suo peso demografico, strategico e culturale, può e deve fornire l’indispensabile equilibrio. Tuttavia, le priorità dell’Egitto al momento sono soprattutto interne e non regionali.
Così, malgrado l’accozzaglia di accuse nei confronti di Ankara, ivi compreso il suo “sostegno” a Daesh e ad altri gruppi estremisti che si estendono dall’Iraq alla Libia, è ormai necessario raggiungere un’intesa senza riserve. In realtà, ciò che lega la Turchia e molti Paesi arabi è più importante rispetto alle temporanee sensibilità e incomprensioni. È di vitale importanza che la Turchia contribuisca attivamente a salvare il salvabile della Siria e dell’Iraq.
È giunto il tempo di adottare un approccio realistico e razionale a livello arabo che porti a una vera e propria “strategia” politica senza delusioni e giochi d’azzardo imprudenti.
Eyad Abu Shakra è caporedattore del quotidiano Asharq al-Awsat.
È giunto il tempo di una strategia araba

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