L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 15 marzo 2015

l'Expo 2015 sarà un grande successo, perchè costruito con carne e sangue di uomini veri, poi sarà il deserto

Wednesday, March 11, 2015

Expo di notte


VISITA AI TURNI NOTTURNI DEI CANTIERI, A DUE MESI DALL'APERTURA

Oggi, 4 marzo 2015

di Mauro Suttora 

Speriamo che non piova. Mancano soltanto sette settimane all’inaugurazione dell’Expo di Milano, ma alcuni cantieri sono ancora indietro. Ognuno dei 145 Paesi partecipanti è responsabile per il proprio padiglione. Molti l’hanno terminato, altri sono ancora in alto mare. Quindi sono costretti a fare i turni notturni per rispettare i tempi. Ma troppi giorni di pioggia potrebbero ritardare i «cronoprogrammi», creando problemi.
 
Siamo andati a Rho, oltre la periferia nordovest di Milano, per vedere come si lavora di notte, alla luce dei fari. L’area dell’Expo sorge fra due autostrade: quella per Torino e quella di Como-Varese, verso la Svizzera. Ma si potrà arrivare anche con i mezzi pubblici: il capolinea della linea rossa della metropolitana è lo stesso che serve la Fiera. Grandi ponti portano alle entrate.

Tutto qui è gigantesco, e nell’oscurità sembra ancora più impressionante. Peccato che quasi tutte queste immense e preziose strutture servano per una manifestazione che durerà soltanto sei mesi. Uno dei padiglioni più grandi e strani, una vera e propria opera d’arte, è quello della Cina. Dal decumano, il viale centrale dell’Expo che prende il nome dall’antica Roma, per ora si vedono in lontananza grandi montagne russe di legno.

Ci avviciniamo. Il capocantiere del turno notturno, Mario Cannone, foggiano, ci spiega che le strutture curve in legno, prefabbricate in Friuli, sosterranno il tetto ricoperto di canne di bambù. Ma ce la farete? «Certo, è tutto programmato», sorride.
Lui arriva ogni mattina alla sette dal suo paese in provincia di Novara, e torna a mezzanotte. «In queste ore senza traffico ci metto solo venti minuti». La metà di quel che ci vuole per il centro di Milano. La sua famiglia lo vede pochi minuti di notte, ma lui è contento: «Il mio cantiere precedente era in Algeria, almeno adesso posso vivere a casa». 

Molti operai sono albanesi. Scopriamo un ingegnere bergamasco dell’impresa appaltante, la Bodino di Torino: «Quasi tutti i padiglioni dell’Expo sono in moduli prefabbricati, soprattutto in legno, così potranno essere smontati e ricostruiti altrove». La difficoltà più grossa, ci spiegano, è che il progetto cinese non prevede linee rette: «Solo curve, e per incastrare i pezzi con maxibulloni e viti dobbiamo rifinirli con le seghe al millimetro».

Il viavai di tir che consegnano i pezzi è continuo. Sarà così fino al primo maggio, quando arriverà il presidente Sergio Mattarella a inaugurare la festa. «Anzi, le ultime settimane saranno le più intense», ci spiega la nostra guida, il capufficio stampa Stefano Gallizzi, «perché molte nazioni hanno già finito i padiglioni, ma aspettano per arredare gli interni perché temono che lasciandoli lì vuoti si possano rovinare».

Insomma, ci sono addirittura i ritardi programmati del just-in-time. Intanto, migliaia di uomini delle squadre di addetti ai padiglioni stanno occupando gli alberghi di Milano e Brianza. I tedeschi hanno requisito un intero hotel verso Varese. Quasi tutti però si sono affidati a imprese di costruzioni e a studi di progettazione e di arredamento italiani: il nostro design, non a caso, domina il mondo. E ce ne accorgeremo ancora una volta in aprile, quando Milano diventerà come ogni anno la capitale del pianeta, invasa dai creativi per il Salone del mobile. Che, per fortuna, non si accavallerà con l’affollamento dei sei mesi dell’Expo.

Intanto la nostra auto procede sul decumano, facendo lo slalom fra furgoni, camion e addetti allo scarico con gru e carrelli.

Arriviamo al centro dell’Expo, dove sorge il padiglione Italia. Maestoso, bianco, bellissimo. Alto quattro piani, struttura in cemento armato, l’unico che resterà anche dopo la chiusura del primo novembre. Per la prima volta lo si vede con una fiancata terminata, e i ghirigori che disegnano le strutture di una pianta.

Dentro, fervono i lavori. Non si capisce ancora bene quale sarà il risultato finale, la distanza fra la realtà e il progetto è troppo forte. Lo si può intuire solo osservando i pezzi che stanno a terra, aspettando di essere montati con le maxigru. «Ma è solo questione di giorni, se tornate fra una settimana non riconoscerete più nulla», ci dice il capocantiere.

Soltanto per visitare la mostra che conterrà il padiglione Italia ci vorranno parecchie ore. E così per ogni altro padiglione. «La verità è che per vedere tutta l’Expo ci vorrebbero parecchi giorni», dice Gallizzi, «ma ovviamente la maggior parte dei turisti non può fermarsi così tanto a Milano».

Ci sarà quindi da fare una scelta, una volta entrati in questa maxiFiera. I visitatori saranno attratti dal padiglione del proprio Paese, oppure dai cosiddetti «cluster» che raggruppano nazioni che si sono coalizzate per svolgere un unico tema. Sempre nell’àmbito cibo e alimentazione, per esempio, i principali Paesi produttori di cacao staranno assieme: Cuba, Costa d’Avorio, Ghana, Camerun, Sao Tomé e Gabon. Il trionfo del cioccolato.

Accanto a palazzo Italia ci sono i padiglioni dell’Unione europea e di Israele. Forse per ordine alfabetico, o forse per caso. Viene subito in mente il problema sicurezza. La tentazione, per qualsiasi malintenzionato, di farsi pubblicità anche solo con la rivendicazione di un petardo, potrebbe essere forte. Per questo l’area Expo è protetta da muri, cancelli e reti invalicabili. Telecamere controllano ogni metro di superficie. Ma l’esperienza di altri grandi eventi, come le Olimpiadi di Londra tre anni fa, è preziosa. 

Fondamentale sarà l’opera di centinaia di volontari che, a Milano città come all’Expo, convoglieranno la marea umana dando informazioni col sorriso. Un calore umano che spesso i visitatori delle Esposizioni del passato (Shanghai, Siviglia, Lisbona) hanno portato a casa come un ricordo ancor più bello delle tante meraviglie esposte negli stand.

Intanto, gli operai lavorano ancora nel fango. Speriamo che la primavera non sia piovosa. Altrimenti l’ultimo asfalto verrà messo col batticuore, poche ore prima dell’inaugurazione.
Mauro Suttora

http://maurosuttora.blogspot.it/ 

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