L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 17 marzo 2015

L'ideologia Gender è una delle falangi del pensiero unico del Capitalismo totalizante: ti permetto di criticare tutto eccetto me



Il boicottaggio a D&G e l’ipocrisia ideologica delle lobby gay. #JeSuisD&G


Milano 16 Marzo - Abituati come siamo al clima ideologico italiano, sempre abilmente sfruttato dalle varie lobby politiche, dobbiamo constatare come possiamo ancora stupirci di quel che succede all’estero. Nessuno in Italia è riuscito ad arrivare a un livello tale di disprezzo dell’opinione altrui come ci è riuscito il barone di sua maestà Sir Elton John.
Parliamo dell’intervista comparsa su Panorama ai due stilisti milanesi di adozione Dolce e Gabbana. Icone di stile orgogliosamente omosessuali, hanno dichiarato la loro contrarietà alla fecondazione in vitro e all’adozione di bambini da parte di coppie gay. Citando dall’intervista, così aveva dichiarato Domenico Dolce: “Non abbiamo inventato mica noi la famiglia. L’ha resa icona la Sacra famiglia, ma non c’è religione, non c’è stato sociale che tenga: tu nasci e hai un padre e una madre. O almeno dovrebbe essere così, per questo non mi convincono quelli che io chiamo i figli della chimica, i bambini sintetici. Uteri in affitto, semi scelti da un catalogo. E poi vai a spiegare a questi bambini chi è la madre. Procreare deve essere un atto d’amore, oggi neanche gli psichiatri sono pronti ad affrontare gli effetti di queste sperimentazioni”. E ha aggiunto: “Sono gay, non posso avere un figlio. Credo che Sir Elton John and David Furnish weddingnon si possa avere tutto dalla vita, se non c’è vuol dire che non ci deve essere. È anche bello privarsi di qualcosa. La vita ha un suo percorso naturale, ci sono cose che non vanno modificate. E una di queste è la famiglia”.
La furia di Elton John, padre adottivo di due bambini fecondati in vitro, non si è fatta attendere: “Come osate riferirvi ai miei splendidi figli come sintetici? — ha scritto il cantante sul social network — . Vergognatevi di aver puntato il dito contro la fecondazione in vitro, un miracolo che ha consentito a legioni di persone che si amano, sia eterosessuali sia gay, di realizzare il loro sogno di avere figli. Il vostro pensiero arcaico è fuori dal tempo, come la vostra moda. Non indosserò più abiti di Dolce & Gabbana”. In parallelo ha lanciato l’hashtag #BoycottDolceGabbana, rilanciato anche da altre star come Ricky Martin e la tennista Martina Navratilova.
Questa vicenda rende chiara almeno una cosa: la parola “omofobia” è completamente priva di significato, se due icone gay vengono boicottate e attaccate proprio da altri gay. E non pochi, perché è da anni che i due stilisti disallineati dalle lobby di pensiero lgbt ne ricevono di ritorno continui attacchi e insulti. È più il caso di parlare di paura della libertà di espressione e di pensiero, paura di un’opinione che possa essere contraria con la versione sdoganata come giusta e civile.
Dolce e Gabbana sono colpevoli di avere un’opinione contraria, di ritenere illegittimo forzare la natura nei limiti che ha imposto all’essere umano, solo per soddisfare puri desideri (non diritti). Per questo, nonostante gay e icone di stile, vengono attaccati dalla congrega lgbt internazionale, e il verdetto è unanime: negate e convertitevi, o nessuno comprerà i vostri abiti.
Caduta la maschera della lotta alla discriminazione e all’omofobia emerge il vero intento dei gruppi che hanno elaborato le teorie del gender: censurare il dissenso dalle proprie idee, da qualsiasi parte arrivi, anche da altri omosessuali, per affermare la propria dottrina dei diritti per tutti tranne che per i bambini. Non giudico qui tanto il contenuto delle posizioni, quanto il disprezzo mostrato verso la libertà di espressione, lecita solo se rispetta i propri parametri.
Il principio è lo stesso dell’attacco jihadista alla redazione parigina di Charlie Hebdo: allora tutti erano Charlie, tutti accoliti della libertà di pensiero ed espressione. Oggi gli stessi boicottano Dolce&Gabbana. Io, come allora ero Charlie, oggi senza dubbio #JeSuisD&G.
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Firma Legramandi
Gabriele Legramandi

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