L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 1 marzo 2015

Mattarella sarà come Napolitano? Permetterà al pagliaccio di continuare a strappare le regole costituzionali?

La truffa dei decreti e il sottile ricatto a Mattarella


I decreti di questo governo sono stati, sono e saranno una truffa. Con candore spudorato se n'è vantato Renzi a Parigi. È l'editto di Parigi con cui si pone fuori dalla (...)
(...) Costituzione. Provo a spiegare perché e i rischi che si corrono.
Mi rendo conto. Le questioni di diritto hanno un rovescio nel fatto che annoiano. Quelle costituzionali di più. Ma se si rovescia il diritto e nessuno dice nulla, ci si avvia alla dittatura dei prepotenti. Quindi, al prezzo di indurre i lettori a ripetere come la Mondaini che-barba-che-noia-che-barba, espongo il caso.
L'affermazione di Matteo Renzi, pronunciata in Francia mentre si accalorava con quell'altro bel tomo di Hollande, è questa: «Saremo in grado di fare qualche decreto in meno se le opposizioni faranno qualche atto di ostruzionismo in meno. Se le opposizioni in tutti i passaggi della vita parlamentare scelgono l'ostruzionismo è loro diritto, ma lo strumento naturale secondo Costituzione diventa fatalmente il decreto». Questa bestialità è stata subito ribadita dal ministro di maggior peso, quello dell'Economia, Pier Carlo Padoan: «Si ricorrerà al decreto legge se ci sarà ostruzionismo». E, visto che nello stesso senso si era pronunciato il sottosegretario Lorenzo Guerini, e fanno tre, si può ben parlare del governo come associazione a delinquere contro la Costituzione. Per molto meno Il Fatto comminerebbe l'ergastolo. Qui ci si accontenta almeno di una tirata d'orecchi di Mattarella. Accadrà?
L'articolo 77 della Costituzione al secondo comma prescriverebbe: «... in casi straordinari di necessità e di urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge». Poi arriva Renzi e aggiunge che, come Bush con l'Irak, si sente autorizzato a intendere il decreto come una forma di guerra preventiva al Parlamento, quando intuisce che se percorre la strada ordinaria le forze politiche avverse usano il regolamento per fermare, discutere, emendare una certa legge. La necessità e l'urgenza, secondo Costituzione, riguardano i fatti della realtà, un'alluvione, una richiesta precisa e grave dell'Europa in tema di conti (il riferimento è al decreto che Berlusconi doveva portare al G20 di Nizza nel novembre del 2011, e che Napolitano si rifiutò di firmare). Qui, oltre allo sfregio di una norma costituzionale, assistiamo ad una minaccia al Parlamento.
Non c'è nessuno, nella vasta platea di commentatori, quasi tutti a lingua srotolata come un tappeto sotto i piedi di Matteo Renzi, che abbia contestato questo abuso, per di più impugnato come una minaccia. È la confessione spudorata dell'incostituzionalità dei 27 decreti emanati dal presidente della Repubblica Napolitano e di quello (sulle banche popolari...) firmato dal supplente Pietro Grasso.
A questo punto chiediamo: Napolitano e Grasso non hanno capito la truffa (i decreti non erano motivati da urgenza ma da aggiramento delle regole parlamentari) o l'hanno avallata scientemente?
Il senatore a vita e di diritto Giorgio Napolitano è pregato di dare qualche risposta.
La presidente della Camera, Laura Boldrini, ha con pertinenza fatto sapere che un decreto sulla Rai è ingiustificabile, non c'è materia, non ci sono scadenze che impongano il ricorso al decreto. È stata subito insolentita dai giannizzeri del sultano che hanno parlato di «critiche stupefacenti». In verità il capogruppo dei deputati democratici, Roberto Speranza, ha provato a opporsi: «Un Pd democratico rispetta il Parlamento». Anche Bersani non ne può più.
Confidiamo in Sergio Mattarella. Un richiamo formale del capo dello Stato al presidente del Consiglio sarebbe una bella cosa. E toglierebbe il sospetto che suscita una frase di rimprovero che il sottosegretario Guerini ha indirizzato alla Boldrini: «La valutazione sulla necessità e urgenza dei decreti spetta al capo dello Stato e a nessun altro». Sembra quasi un avvertimento al Colle, così che ripaghi chi l'ha messo lì. Che barba, che noia, la prepotenza di questo Renzi. Ma anche: che vergogna.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/truffa-dei-decreti-e-sottile-ricatto-mattarella-1100003.html 

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