L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 1 marzo 2015

Mercenari professionisti, ben pagati che girano il mondo e uccidono per soldi, altro che storie

I “London boys” controllati ma volati in Siria

28 FEBBRAIO 2015 | di Fabio Cavalera
 
 David Cameron difende i suoi servizi segreti. “Fanno un lavoro straordinario”. Ed è vero. Però il boia dell’Isis se lo sono lasciato sfuggire sotto gli occhi. Lo avevano fermato, la prima volta, nel 2009 di rientro dalla Tanzania, sospettando che stesse per unirsi ai miliziani somali di Al Shabaab. E gli avevano prospettato l’idea di una “collaborazione” con l’intelligence. Poi hanno continuato a tenerlo sotto osservazione. Fino al 2013, ovvero fino a quando Mohammed Emwazi è partito per la Siria e si è arruolato nell’Isis.
Dal 2009 al 2013, gli 007 di sua maestà lo hanno interrogato almeno dodici volte. Un contatto, nel 2010,  con colui che sarebbe diventato “Jihadi John”, lo ha avuto pure Scotland Yard (rivelazione della Bbc). Insomma, l’uomo più ricercato al mondo non era uno sconosciuto. Sapevano persino che era una pedina di quel gruppo che la sicurezza, nei documenti riservati, aveva battezzato come i “London boys”, vale a dire la cellula di estremisti islamici che si muoveva nel nord-ovest londinese, nella zona fra Queen’s Park, Paddington, Maida Vale e Regent Park.
I “London boys” sono finiti tutti in Siria o in Somalia. Abitavano vicini, a Londra. Reclutavano. E “raccoglievano fondi” per volare verso il califfato. La storia di “Jihadi John” è ancora piena di buchi. Ma tre foto, due pubblicate ieri, sintetizzano il suo percorso e la sua vita. Bambino generoso col maglioncino rosso alle elementari, appassionato di football, arrivato dal Kuwait coi genitori, il padre taxista. Studente universitario, con baffetti e pizzetto accennati, berretto da baseball in testa. Si è laureato in informatica alla Westminster dopo un ottimo curriculum liceale. Infine vestito di nero col coltello in mano nell’atto di decapitare gli ostaggi occidentali. Chi lo ha spinto nella rete dei “London boys”? Chi lo ha trasformato nel boia dell’Isis? E soprattutto perché è riuscito a eludere la sorveglianza dell’ MI5?
Il primo ministro si schiera a difesa dei servizi segreti e respinge qualsiasi critica sulle responsabilità indirette degli 007 nella radicalizzazione di Mohammed Emwazi (ad esempio, secondo l’organizzazione Cage, gli interrogatori pressanti e il rifiuto di farlo ritornare in Kuwait e in Arabia Saudita lo avrebbero convinto ad abbracciare la causa degli estremisti). “E’ una tesi riprovevole”. David Cameron promette di dare la caccia ai terroristi  in ogni angolo del mondo e di portarli davanti alla giustizia (lo chiedono anche i familiari delle vittime di “Jihadi John: vivo non morto). Ma la spinta a capire bene che cosa è accaduto in quei dodici incontri (o forse più) fra l’intelligence e Mohammed Emwazi è molto forte. Il sindaco di Londra, Boris Johnson, ammette che un “errore c’è stato, inutile negare”.
Quando per la prima volta, nel 2009, lo fermarono ad Amsterdam di rientro dalla Tanzania, il futuro “Jihad John” fu consegnato agli agenti dello spionaggio britannico. Arrivò poi a Dover, sotto scorta, e gli agenti del antiterrorismo gli chiesero un commento sugli attentati alla metropolitana del 2005 e alle Torri Gemelle dell’undici settembre 2001. Lui rispose (resoconto del Daily Telegraph). “Vediamo ogni giorno migliaia di persone innocenti che sono ingiustamente uccise”. E che cosa pensava degli ebrei? “Tutti hanno diritto di professare la loro fede”. Dopo lo lasciarono. Non aveva commesso reati. Videro che cominciò a frequentare i “London boys” ma Mohammed Emwazi fuggì in Siria.

twitter@fcavalera

http://bigben.corriere.it/2015/02/28/i-london-boys-controllati-ma-volati-in-siria/





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