L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 27 marzo 2015

Mondo impazzito, tutti si sentono autorizzati a fare bombardamenti umanitari a paesi sovrani


Venti di guerra
Yemen, lo spettro della guerra “globale”
​Miliziano Huthi a Sanaa dopo i bombardamenti (Lapresse)

Una pioggia di fuoco su installazioni militari e batterie anti-aeree alla periferia di Sanaa. Così, nel cuore della notte, è scattata l'operazione Tempesta di Fermezza con cui l'Arabia Saudita e altri Paesi arabi, appoggiati dagli Usa, hanno deciso di impedire che l'intero Yemen cadesse nelle mani degli sciiti Huthi, sostenuti dall'Iran, e della fazione delle forze armate fedeli all'ex 'uomo forte' Ali Abdullah Saleh.

Una nuova serie di raid ha colpito nel pomeriggio una base militare nella provincia di Taiz, circa 200 chilometri a sud di Sanaa.

Intanto, mentre fonti al Cairo parlano di un prossimo intervento di terra guidato dai sauditi e dagli egiziani, il presidente yemenita Abdo Rabbo Mansur Hadi, fuggito ieri sera via mare da Aden, nel Sud del Paese, è arrivato a Riad per proseguire alla volta di Sharm El Sheikh, in Egitto, dove questo fine settimana è in programma il vertice della Lega araba. E il segretario generale, Nabil el-Araby, ha già espresso la "determinazione" dell'organizzazione dei Paesi arabi a "sostenere totalmente" l'operazione contro gli Huthi.

A Sanaa il ministero della Salute ha denunciato la morte di almeno 18 civili nei bombardamenti che hanno colpito alcune case vicino all'aeroporto. Raid sono avvenuti anche nella provincia meridionale di Lahj e in quella settentrionale di Saada, roccaforte dei ribelli sciiti, che si sono detti pronti a far fronte agli attacchi. "Siamo capaci di resistere e resisteremo", ha detto il loro portavoce Mohammed al Bukhaiti alla televisione panaraba al-Jazeera. "Non chiediamo sostegno all'Iran e a nessun altro, siamo fiduciosi nelle nostre forze", ha aggiunto.

Secondo la televisione al Arabiya, Riad ha dispiegato una forza di 100 aerei da caccia e 150mila soldati, oltre ad unità navali, nell'ambito dell'offensiva. Ma alla coalizione partecipano anche Egitto, Giordania, Emirati arabi uniti, Kuwait, Qatar, Bahrein, Marocco e Sudan, mentre il Pakistan, unico Paese non arabo ad essere invitato a farne parte, si è riservato di rispondere. La Casa Bianca ha fatto sapere che il presidente Barack Obama ha autorizzato supporto dal punto di vista logistico e in materia di intelligence.

E paradossalmente ciò avveniva proprio mentre i caccia americani entravano in azione contro l'Is a Tikrit, in Iraq, dove gli Usa e l'Iran sostengono congiuntamente il governo a guida sciita di Baghdad contro la minaccia jihadista.

Le reazioni nella regione hanno rispecchiato la classica divisione tra schieramenti sunnita e sciita che già si fronteggiano su altre crisi, in primis quella siriana. I bombardamenti sono un "passo pericoloso" che peggiorerà la crisi, ha avvertito l'Iran, che ha chiesto di fermarli. Lo stesso hanno fatto il governo di Damasco e le milizie libanesi Hezbollah, che hanno condannato "l'aggressione saudita-americana". Anche l'Iraq si è dichiarato contrario.

Sull'altro fronte, oltre ai Paesi arabi direttamente coinvolti, anche la Turchia, che ha detto di "appoggiare l'operazione militare".

"I negoziati rimangono l'unica opzione per risolvere la crisi yemenita", ha avvertito da parte sua il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon. Lo stesso ha affermato Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera della Ue, dicendosi "convinta che l'azione militare non sia una soluzione".

Intanto, però, tre anonimi alti responsabili egiziani hanno detto all'Associated Press che Arabia Saudita ed Egitto guideranno un'offensiva di terra dopo che i raid aerei avranno indebolito i ribelli e le forze leali a Saleh. Secondo le fonti, l'incursione dovrebbe puntare a spingere i ribelli a negoziati.
 

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