L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 15 marzo 2015

Quantitative easing è anche arma di ricatto per le nazioni oltre a a rappresentare rischi che si accolerebbero i popoli


La Lega ricorda che se qualcosa va storto saremo noi a pagare

Borghi: QE utile, ma con il trucco: si chiama «rischio»

Nella polemica tra Mario Draghi e Jens Weidmann, con il primo sostenitore e il secondo detrattore del quantitative easing, interviene Claudio Borghi, spiegando, al DiariodelWeb, che cosa effettivamente sta accadendo. L'operazione «simula» una garanzia che fa abbassare lo spread e i tassi di interesse, ma il trucco c'è: le garanzie le detiene la Bce, il rischio è in gran parte degli Stati.




Jens Weidmann, capo della Bundesbank, è fortemente critico nei confronti del QE di Mario Draghi.
Jens Weidmann, capo della Bundesbank, è fortemente critico nei confronti del QE di Mario Draghi.


ROMA - Nel suo primo discorso dopo l’avvio degli acquisti dei titoli di Stato da parte della Banca centrale europea lunedì scorso, il suo presidente Mario Draghi ha difeso ieri il piano di stimolo, il cosiddetto quantitative easing (Qe), sostenendo che la politica monetaria, insieme al calo del prezzo del petrolio e all’indebolimento dell’euro, sta favorendo la ripresa nell’Eurozona e proteggendo gli altri Paesi dall’effetto di contagio della crisi greca. Un pensiero decisamente non condiviso dal numero uno della Banca centrale tedesca Jens Weidmann, secondo cui il miglioramento del clima economico nell'eurozona non dipende dal quantitative easing, ma anzi dimostra che esso «non era necessario». Secondo il capo della Bundesbark, infatti, «la congiuntura attuale non giustifica il Qe», e soprattutto è decisamente troppo presto per valutare gli effetti dell’intervento voluto da Draghi. Insomma: tra l’italiano e il tedesco sembra non esserci alcun accordo sull’operazione. Chi ha ragione? Secondo Claudio Borghi, economista e candidato della Lega per le regionali in Toscana, «hanno un po’ ragione e un po’ torto tutti e due»: la situazione è complessa, e necessita di alcune delucidazioni.

BORGHI: IL QE SIMULA UNA GARANZIA CHE GLI STATI, DI FATTO, NON DETENGONO - Il QE, spiega Borghi, «non ha alcun effetto particolare sulla situazione economica. Fa parte, invece, di quelle ‘garanzie implicite’ che la Bce cede e che la Germania non vorrebbe vedere. In buona sostanza», dichiara l’economista, «il debito dell’Eurozona rimane non garantito – così come la Grecia dimostra –, ma le operazioni portate avanti dalla Bce, dal famoso 'whatever it takes' all’acquisto dei titoli, simulano una garanzia da parte della banca centrale con conseguente azzeramento dello spread e abbassamento dei tassi». Questi effetti, decantati da Draghi, dunque, esistono, e sono effettivamente riconducibili al quantitative easing: Borghi, però, ritiene che essi vadano ridimensionati o, perlomeno, contestualizzati in un orizzonte che non è così roseo come il capo dell’Eurotower vorrebbe far credere. «Questi acquisti infatti, realizzati dalla Bce e che al momento suonano come una garanzia, qualora le cose non dovessero girare per il verso giusto in futuro – vedi Grecia –, si scopre che non sono capaci di sterilizzare i rischi; i famosi rischi – che ancora non si sa di che natura siano – legati al debito pubblico sono ripartiti 80-20: l’80% alle banche nazionali, il 20% alla Bce».

LE BANCHE CENTRALI COMPRANO A TASSI BASSI E SI ACCOLLANO I RISCHI - Ecco, dunque, per Borghi il «punto chiave di tutta questa vicenda: normalmente il QE fatto da una banca centrale statale come la Federal Reserve è stato promosso quando i tassi erano alti, e non vi era alcun tipo di rischio per lo Stato perché la banca stessa rappresentava la garanzia per quei titoli; per quanto riguarda la Bce, noi andiamo a comprare dei titoli quando i tassi sono già bassi, mentre quando erano alti o convenienti sono stati fatti acquistare dalle banche private, che quindi mantenevano il profitto di trading dell’operazione».  Il rischio che si paventa, dunque, «dipende dal fatto che chi si trova in portafoglio questi titoli – la banca centrale nazionale – non è la detentrice della garanzia dei titoli stessi – cioè la Bce –». Un quantitative easing anomalo, dunque, che tende a scaricare i rischi dell’operazione sugli Stati che si giovano dell’operazione.

LA BCE HA IL COLTELLO DALLA PARTE DEL MANICO - «Quindi, paradossalmente, io ritengo che la Bce potrebbe far acquistare i titoli di stato, e poi far salire lo spread dicendo che non ci comportiamo bene, e che quindi non garantisce più se non facciamo quello che ci intima. Così facendo, poi, torniamo allo scenario Grecia», conclude perentoriamente l’economista. Insomma, Borghi, tra le righe, paventa il rischio che il quantitative easing, oltre a non essere uno strumento risolutivo dei problemi dell’Eurozona e a implicare rischi di natura sconosciuta per gli Stati, possa anche ripercuotercisi contro nel momento in cui l’Eurotower decida di non concedere più le garanzie. Del resto, lo stesso Weidmann ha sottolineato che, con tale operazione, le banche centrali diventano i principali creditori. Creditori che, afferma ora Borghi tra le righe, per di più non hanno l’intero controllo delle operazioni che effettuano, visto che non detengono le garanzie di titoli che acquistano, ma che si assumono la responsabilità dell’80% dei rischi.

DRAGHI: IL QE DIFENDE DAL CONTAGIO. E LO SPREAD SCENDE - Eppure, Draghi difende con decisione l’operazione da lui promossa, ricordando che gli acquisti di titoli da parte delle banche centrali non sono niente di nuovo, «sono non convenzionali, ma non contro l’ortodossia». Non solo, per il numero uno della Bce anche la Bundesbank, che ora non approva il QE, ne ha fatto largo uso negli anni ‘70. Gli effetti del Qe sono stati in parte anticipati dai mercati, ha detto il presidente della Bce, ma anche dopo l’annuncio del 22 gennaio scorso i rendimenti sono caduti di 25 punti base sui titoli tedeschi a 20 anni e di 35 su quelli italiani. La caduta si è ripetuta in Portogallo e in altri Paesi precedentemente in difficoltà, nonostante l’aggravarsi della crisi in Grecia, un segno, secondo Draghi, che il piano può servire a proteggere gli altri Paesi dell’eurozona dal contagio. In effetti, lo spread sfiora in queste ore livelli inferiori al settembre 2008, attestandosi sotto la soglia degli 84 punti base.

MA IL NODO «RISCHI» RIMANE - «Siamo consapevoli che le nostre misure possono comportare dei rischi alla stabilità finanziaria ma questi rischi sono contenuti. Il programma può funzionare e si sta dispiegando in modo da stabilizzare l'inflazione», ha quindi osservato Draghi. Saranno anche contenuti, i rischi; per Borghi, però, rimane il fatto che essi gravano in gran parte sui singoli Stati, i quali acquistano titoli poco convenienti senza detenerne le garanzie. Non esattamente i migliori presupposti, insomma, per dormire sonni tranquilli.

http://economia.diariodelweb.it/economia/articolo/?nid=20150314_336571

Nessun commento:

Posta un commento