L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 24 marzo 2015

Renzi cerca disperatamente i 10 miliardi degli 80 euro altrimenti l'IVA schizza al 25%

La solita “favoletta”
dei tagli a… chiacchiere

di Claudio Romiti
24 marzo 2015EDITORIALI
 
A meno di un mese dalla presentazione del Def - Documento di Economia e Finanza - il governo Renzi, dopo aver licenziato ingloriosamente il commissario Cottarelli, si trova nell’affannosa ricerca di 10 miliardi per evitare che nel 2016 scattino le famigerate clausole di salvaguardia su Iva e accise varie. Avendo oramai compreso quale sia la linea del cantastorie toscano, è assai probabile che il tutto si risolva secondo la classica tradizione italiota di continuare a mandare, come si suol dire, la polvere sotto al tappeto con qualche fantasioso trucco contabile.
D’altro canto, la contingenza finanziaria estremamente favorevole, con i tassi d’interesse ai minimi e l’arrivo di un gran massa di liquidità dalla Bce, si presta particolarmente agli eventuali giochini delle tre carte di chi ci amministra nel nome del cambiamento. Ma non è affatto detto che lo scenario possa mutare più rapidamente di quanto il volpino di Palazzo Chigi possa ritenere, a cominciare da un ripresa dell’economia globale che, determinando prevedibili recuperi nei prezzi delle materie prime e dell’energia, faccia venire in superficie le gravi debolezze di un sistema Paese sostanzialmente affetto da un eccesso di costi imposti dalla sfera politico-burocratica.
Costi che molto a chiacchiere Renzi si era impegnato a tagliare con l’accetta all’indomani del suo insediamento e che, in realtà, sono stati addirittura ampliati con le sue dissennate campagne politiche alla ricerca del consenso facile. E ora che si avvicina il redde rationem delle citate clausole di salvaguardia, il ministro dell’Economia Padoan viene chiamato, onde accontentare le smanie del giovanotto al timone, a raschiare il fondo del barile di una finanza pubblica stiracchiata oltre ogni limite. Tutto, come da tradizione, deve avvenire senza intaccare la montagna di privilegi e cosiddetti diritti acquisiti che caratterizzano da decenni l’Italia e che fanno tanto consenso elettorale.
Sotto questo profilo, al pari di tutti coloro che lo hanno preceduto, l’ex sindaco di Firenze dimostra di non essere affatto uno statista che pensa alle prossime generazioni, bensì il solito politicante tutto chiacchiere e distintivo il quale, pur di non regalare qualche voto all’opposizione, preferisce ingannare il popolo con la sempre efficace favoletta della botte piena con la moglie ubriaca.






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