L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 18 marzo 2015

Tikrit, un dato è certo gli iraniani, gli sciiti e i sanniti iracheni ci sono, mancano gli statunitensi

18/03/2015 07:27

Assedio di Tikrit, Usa non pervenuti

La città è minata, gli "alleati" assenti: forze irachene e sciite costrette a segnare il passo

Assedio di Tikrit, Usa non pervenuti
Sembrava fatta, invece la trappola Tikrit avrà ancora bisogno di tempo per essere disinnescata. Al momento, non si può dire che sia sotto il controllo delle forze armate irachene. Sicuramente, però, non basta la presenza di alcune decine di jihadisti, asserragliati in alcune sacche, a far sventolare su di essa la bandiera nera dell’Isis. Semplicemente, il fronte si è fermato qui e ciò fa registrare comunque un netto progresso per l’esercito regolare, che rischiava di vedere capitolare Baghdad, appena qualche mese fa, sotto l’inesorabile avanzata della multinazionale “takfira”. Ed è una vittoria tattica ed anche strategica, ottenuta grazie all’innegabile spinta offerta dalle milizie sciite iraniane guidate dal generale Suleimani. Ma qui ci si deve fermare, almeno al momento.  La città è minata, avanzare in questa fase è pericoloso, hanno spiegato fonti dell’esercito, citando il problema delle grandi quantità di ordigni esplosivi seminati dagli uomini del Califfato in tutta la città, come ha riferito un portavoce delle milizie attaccanti. “La battaglia per riprendere Tikrit sarà difficile”, ha detto ad Afp, Jawad al-Etlebawi, portavoce della milizia sciita Asaib Ahl al-Haq (Lega della gente della Giustizia) coinvolta nell’offensiva. Secondo il portavoce, i jihadisti avrebbero seminato mine in tutta la città: “Hanno piazzato bombe nelle strade, negli edifici, sui ponti, ovunque. E a causa di queste tattica difensiva le nostre forze si sono fermate”, ha aggiunto prima di spiegare: “Abbiamo bisogno di forze addestrate in guerriglia urbana per guidare l'assalto”. 
L’offensiva lanciata il 2 marzo mobilita soldati, polizia e forze paramilitari di volontari, dominate dalle milizie sciite. Due settimane fa è stata lanciata la prima vera operazione militare per cacciare gli uomini del califfo Abu Bakr al Baghdadi da Tikrit, il santuario sunnita a 160 chilometri a nord della capitale Baghdad. Ma la popolazione sunnita, pur fiera rivale storica degli sciiti, non si è unita ai terroristi, ed anzi pare abbia avuto un ruolo centrale nell’aprire le porte all’ingresso delle truppe avvenuto nei giorni scorsi. 
Sicuramente una mano non l’hanno offerta gli Usa, che restano un attore piuttosto marginale, al di là dei pro clamidi alcune settimane fa di Obama. Non c’è stato alcun appoggio dell’aviazione, anzi dal Congresso arrivano addirittura accuse di “torture” nei confronti dei prigionieri fatti dalle forze arate irachene e dagli altri membri della coalizione anti-Isis. L’atto è firmato dal senatore Patrick Lehary, democratico. Una cura e un attenzione verso i detenuti che quando, nello stesso Iraq, era aperta Abu Ghraib gli stessi americani non hanno mai avuto. Strane coincidenze. 
Sembrava fatta, invece la trappola Tikrit avrà ancora bisogno di tempo per essere disinnescata. Al momento, non si può dire che sia sotto il controllo delle forze armate irachene. Sicuramente, però, non basta la presenza di alcune decine di jihadisti, asserragliati in alcune sacche, a far sventolare su di essa la bandiera nera dell’Isis. Semplicemente, il fronte si è fermato qui e ciò fa registrare comunque un netto progresso per l’esercito regolare, che rischiava di vedere capitolare Baghdad, appena qualche mese fa, sotto l’inesorabile avanzata della multinazionale “takfira”. Ed è una vittoria tattica ed anche strategica, ottenuta grazie all’innegabile spinta offerta dalle milizie sciite iraniane guidate dal generale Suleimani.  Ma qui ci si deve fermare, almeno al momento. La città è minata, avanzare in questa fase è pericoloso, hanno spiegato fonti dell’esercito, citando il problema delle grandi quantità di ordigni esplosivi seminati dagli uomini del Califfato in tutta la città, come ha riferito un portavoce delle milizie attaccanti. “La battaglia per riprendere Tikrit sarà difficile”, ha detto ad Afp, Jawad al-Etlebawi, portavoce della milizia sciita Asaib Ahl al-Haq (Lega della gente della Giustizia) coinvolta nell’offensiva. Secondo il portavoce, i jihadisti avrebbero seminato mine in tutta la città: “Hanno piazzato bombe nelle strade, negli edifici, sui ponti, ovunque. E a causa di queste tattica difensiva le nostre forze si sono fermate”, ha aggiunto prima di spiegare: “Abbiamo bisogno di forze addestrate in guerriglia urbana per guidare l'assalto”. L’offensiva lanciata il 2 marzo mobilita soldati, polizia e forze paramilitari di volontari, dominate dalle milizie sciite. Due settimane fa è stata lanciata la prima vera operazione militare per cacciare gli uomini del califfo Abu Bakr al Baghdadi da Tikrit, il santuario sunnita a 160 chilometri a nord della capitale Baghdad. Ma la popolazione sunnita, pur fiera rivale storica degli sciiti, non si è unita ai terroristi, ed anzi pare abbia avuto un ruolo centrale nell’aprire le porte all’ingresso delle truppe avvenuto nei giorni scorsi.
Sicuramente una mano non l’hanno offerta gli Usa, che restano un attore piuttosto marginale, al di là dei proclami di alcune settimane fa di Obama. Non c’è stato alcun appoggio dell’aviazione, anzi dal Congresso arrivano addirittura accuse di “torture” nei confronti dei prigionieri fatti dalle forze arate irachene e dagli altri membri della coalizione anti-Isis. L’atto è firmato dal senatore Patrick Lehary, democratico. Una cura e un attenzione verso i detenuti che quando, nello stesso Iraq, era aperta Abu Ghraib gli stessi americani non hanno mai avuto. Strane coincidenze.
rv
http://www.ilgiornaleditalia.org/news/esteri/863543/Assedio-di-Tikrit--Usa-non.html

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