L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 4 aprile 2015

Grecia, la dimostrazione dell'incapacità degli euroimbecilli

30/03/15 

Aiaf: il mercato sottostima il pericolo Grexit  

Commento a cura di Paolo Guida, Vice Presidente di AIAF- Associazione Italiana degli Analisti e Consulenti Finanziari 

A giudicare dall'andamento dei mercati finanziari la questione greca sembra relegata nell'ambito dei confini nazionali, con lo spread dei titoli di Stato decennali sopra i 1000pb, più che raddoppiato nell'ultimo anno, e la borsa di Atene in calo più del 40% negli ultimi 12 mesi. I mercati europei, sia azionari che obbligazionari governativi, segnano performance a doppia cifra nello stesso periodo. Il contagio sarebbe senz'altro meno pericoloso rispetto a qualche anno fa, ma non del tutto assente.
La reazione dei mercati alla questione greca negli ultimi mesi è giustificata dalla rete di protezione in essere e da una minore esposizione del settore privato, sia con riferimento alle banche (poco più di 40 mld contro i circa 135 mld di fine 2010) che agli investitori non finanziari, ma l'eventuale uscita della Grecia dall'Eurozona porterebbe con se tematiche di natura legale, economica e reputazionale di portata significativa.
Le conseguenze di un'eventuale uscita della Grecia dall'euro non sarebbero dunque irrilevanti, ma la fase attuale evidenzia la prosecuzione di un braccio di ferro che non puo' escludere tale scenario. Da una parte il Governo greco, che probabilmente contava proprio sul timore di un'uscita del Paese dall'euro per 'far leva' sulle istituzioni europee, si confronta con una disillusione evidente che lo porta ad annoverare tra i successi della propria azione la sostituzione nomenclativa degli interlocutori da 'Troika' a 'Gruppo di Bruxelles'. Dall'altra parte le istituzioni Ue, consapevoli che l'uscita della Grecia dall'euro non avrebbe un impatto devastante ma che sarebbe preferibile evitare, sono impegnate a mantenere quella 'condizionalita'' che e' stata alla base del superamento della crisi del debito sovrano, seppur con costi economici rilevanti (l'SMP 'gratuito' della BCE non ha avuto alcun successo, l'OMT 'condizionato' ne ha avuto senza essere stato utilizzato). A giudicare dall’andamento dei mercati finanziari la questione greca sembra relegata nell’ambito dei confini nazionali, con lo spread dei titoli di Stato decennali sopra i 1000pb, più che raddoppiato nell’ultimo anno, e la borsa di Atene in calo più del 40% negli ultimi 12 mesi. I mercati europei, sia azionari che obbligazionari governativi, registrano performance a doppia cifra nello stesso periodo. La differenza rispetto agli anni peggiori della crisi del debito è evidente. Oggi c’è una rete di sicurezza per l’Europa che è stata costruita faticosamente negli anni. L’European Stability Mechanism (ESM), le Outright Monetary Transactions (OMTs) e il Public Sector Purchase Program (PSPP) della BCE, nonché l’aumento del controllo preventivo ma anche della flessibilità sui conti pubblici, rappresentano importanti fattori di tenuta dell’area euro, anche nel caso in cui la crisi greca dovesse avere un esito traumatico come l’uscita del Paese dall’area euro.
Il contagio sarebbe dunque meno pericoloso rispetto a qualche anno fa, ma non del tutto assente. La reazione dei mercati alla questione greca negli ultimi mesi è senz’altro giustificata da una minore esposizione del settore privato, sia con riferimento alle banche (poco più di 40 mld, rispetto ai circa 135 mld di fine 2010, fonte BIS) che agli investitori non finanziari, ma l’eventuale uscita della Grecia dall’area dell’euro porterebbe con se tematiche di natura legale, economica e reputazionale di portata significativa.
Da un punto di vista legale, il fatto che i Trattati non contemplino l’uscita di un Paese dall’euro ha delle implicazioni di una certa complessità. Quale sarebbe lo status giuridico della Grecia nelle istituzioni europee? Il Paese resterebbe in Unione Europea? Sarebbe necessaria l’approvazione di un nuovo Trattato? Domande alle quali una risposta chiara (perlomeno ufficiale) oggi non c’è, complice anche la volontà da parte delle stesse istituzioni europee di non far trapelare preparativi per affrontare l’eventuale problema.
Da un punto di vista strettamente economico è evidente che un’eventuale uscita della Grecia dall’euro aprirebbe una fase d’incertezza destinata a riflettersi sulla fiducia di consumatori e imprese europee e non solo. In una fase delicata come quella attuale in cui è visibile una fragile ripresa in area euro, una diffusa instabilità sulle prospettive politico istituzionali dell’Unione Europea, seppur probabilmente non messa in discussione dall’eventuale perdita di un membro, avrebbe l’effetto di frenare al margine gli investimenti produttivi o la spesa delle famiglie. Senza contare l’impatto sulla valuta europea che potrebbe essere più probabilmente di un rafforzamento che di un indebolimento.
Il terzo ma non meno rilevante aspetto da tenere in considerazione sarebbe di natura reputazionale. La presenza di un "precedente" di un Paese che esce dall’area euro o dall’Unione Europea potrebbe mettere in dubbio l’irreversibilità del progetto valutario comune, cioè proprio quell’impegno che portò il Presidente della BCE, Mario Draghi, a pronunciare quell’impegno solenne a Londra il 26 luglio del 2012. La prossima recessione che dovesse peggiorare la condizione dei conti pubblici o la sostenibilità del debito di alcuni Paesi europei potrebbe mettere in dubbio quell’impegno politico-istituzionale che ha contraddistinto il periodo più acuto della crisi del debito sovrano. Le conseguenze di un’eventuale uscita della Grecia dall’euro non sarebbero dunque irrilevanti, ma la fase attuale evidenzia la prosecuzione di un braccio di ferro che non può escludere del tutto tale scenario.
Da una parte il Governo greco, che probabilmente contava proprio sul timore di un’uscita del Paese dall’euro per "far leva" sulle istituzioni europee, si confronta con una disillusione evidente che lo porta ad annoverare tra i successi della propria azione la sostituzione nomenclativa dei propri interlocutori da "Troika" a "Gruppo di Bruxelles". Dall’altra parte le istituzioni europee, consapevoli che l’uscita della Grecia dall’euro non avrebbe un impatto devastante ma che sarebbe preferibile evitare, sono impegnate a mantenere quella "condizionalità" che è stata alla base del superamento della crisi del debito sovrano, seppur con costi economici rilevanti (l’SMP "gratuito" della BCE non ha avuto alcun successo, l’OMT "condizionato" ne ha avuto senza essere mai stato utilizzato). A ben vedere le autorità europee e molti Paesi membri, esclusa ovviamente la Grecia, si trovano di fronte a due problematiche di natura prettamente segnaletica: 1) la necessità di impedire il successo politico e mediatico di un partito di protesta come Syriza, per l’evidente conseguenza in termini di consenso in Paesi vicini all’appuntamento elettorale come la Spagna, alle prese con il movimento di matrice analoga Podemos; 2) la tentazione di mostrare agli europei un "esempio negativo" rappresentato dalla probabile crisi economica e sociale conseguente all’eventuale uscita della Grecia dalla moneta unica.
In tale contesto è evidente che lo sblocco dell’impasse attuale passa per la politica interna in Grecia. I sondaggi più recenti dicono che i greci non vogliono uscire dall’euro, mentre i partiti dell’attuale maggioranza continuano a difendere l’idea di una politica economica non recessiva e della realizzazione di profonde riforme. Ciò che sembra davvero mancare è il confronto concreto con misure dettagliate e rapidamente implementabili, che soddisfino le autorità europee e consentano lo sblocco degli aiuti di cui la Grecia ha urgentemente bisogno. Le misure specifiche richieste non sembrano infatti avere l’appoggio pieno e incondizionato della coalizione di Governo e rischiano di determinare un rimpasto nella direzione di un nuovo esecutivo con l’appoggio di partiti maggiormente europeisti (come "To Potami").
In conclusione la questione greca e le relative criticità sono probabilmente sottostimate dai mercati finanziari oggi. Sebbene ognuna delle parti che sono in trattativa, il Governo greco e le autorità europee, non vogliano l’uscita del Paese dall’area dell’euro, il rischio che tale scenario si materializzi, ancorché poco probabile, non può essere escluso e avrebbe conseguenze significative anche per l’Europa. Una soluzione costruttiva passa per la capacità della politica interna in Grecia di disegnare e implementare rapidamente un quadro di riforme specifiche e convincenti in grado di soddisfare quella "condizionalità" necessaria all’ottenimento degli aiuti europei, divenuti urgenti e irrinunciabili. (mt)

http://www.wallstreetitalia.com/article_short.aspx?IdPage=95767

Nessun commento:

Posta un commento