L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 1 aprile 2015

Ideologia dei Generi, confusione voluta e cercata, attacco alla integrità mentale degli individui, isolare e colpire

De Benoist, o il buon uso dell’anti-gender

Postato il mar 31 2015 -  di Adriano Scianca
Alain de BenoistRoma, 31 mar – Non si va alla scuola di Nietzsche per niente e alla fine ci vuole sempre un Alain de Benoist, che l’istituto lo ha frequentato con profitto, per salvarci dalle sirene della reazione.
Per dirci, insomma, che non è il caso di imbottigliarci nelle Termopili del buoncostume contro l’orda frocesca venuta a sovvertire i valori con armature di piume di struzzo (cosa a cui peraltro il Serse androgino di Frank Miller già sembrava alludere).
L’ideologia di genere come attentato non alla ma della morale: è questo il messaggio aureo dello scrittore francese nel suo I demoni del bene, appena pubblicato in Italia (Controcorrente, € 20, pp. 224).
Un atto d’accusa contro il Nuovo ordine morale di cui l’ortodossia lgbt è parte integrante, con il gender a fare da religione ufficiale. I due corposi saggi che compongono il libro, più qualche articolo di contorno, sono in effetti dedicati uno al nuovo moralismo e l’altro all’ideologia di genere. Un nesso che sfuggirà a chi non sa opporsi ai rimasticamenti decostruzionisti delle prof saputelle se non ergendosi a questurino delle mutande. Come se per chiudere i adbconti col gender bastasse murare in un’arca dei valori le parole “natura”, “ordine” e “tradizione” e poi mettersi a farvi da sentinella. E se invece gli sbirri del pensiero fossero gli altri?
Malgrado il gran casino montato al riguardo dai sessuofobi di ogni confessione, l’ideologia di genere non è un attacco alle virtù sessuali dei nostri bambini, ma al simbolico su cui si struttura l’architrave della residua coscienza indoeuropea. Non vogliono le ammucchiate negli asili, vogliono scardinarci dal nostro suolo spirituale. L’isteria pube-centrica (“A scuola parlano dei genitali, mostrano i genitali, toccano i genitali!”), oltre che far scavallare il discorso dal lato delle bufale – vedi il recente caso del “Gioco del rispetto”- manca completamente il bersaglio, perché se c’è un rimosso nel discorso gender è proprio lì che va trovato.
Giustamente il filosofo Michel Onfray vi ha visto un “nuovo puritanesimo” che vuole “un essere umano nuovo, senza sesso”. Non sono dei maiali, sono dei bigotti. Ovviamente di un moralismo fanatico ma che non impegna. Sembra di sentire in sottofondo “Candle in the wind” quando de Benoist scrive: “La vecchia morale prescriveva regole individuali di comportamento: si riteneva che la società andasse meglio se gli individui che la componevano agivano bene. La nuova morale vuole moralizzare la società stessa senza imporre regole agli individui”.
La rappresentazione plastica della nuova morale è quindi l’Elton John paparazzato con busta D&G a poche ore dalla sua fatwa contro gli stilisti per la storia dei bambini sintetici e della famiglia tradizionale. Perché la grammatica dei “diritti” ha regole ferree e punizioni feroci, ma nulla che possa profanare il primo e più grande dei diritti stessi: quello al consumo, all’acquisto, al desiderio. E poi quegli occhiali sono “troooppo carini”. Pubblici ricatti, privati compromessi.
De Benoist, al solito, supera di slancio la paccottiglia conservatrice e attacca l’ideologia di genere armato di una mole sterminata di riferimenti bibliografici. Nel mentre ci delizia anche con qualche citazione dei sacri testi genderisti, con chicche da non perdere. Abbiamo Judith Butler che vuole destabilizzare “l’eterosessualità obbligatoria”. Eric Fassin si sforza di “pensare un mondo in cui l’eterosessualità non sia più normale”. Monique Witting scrive che “non esiste sesso, è l’oppressione che crea il sesso e non viceversa […]. Per noi non possono più esserci né uomini né donne […] in quanto categorie del pensiero e del linguaggio, essi devono sparire politicamente, economicamente e ideologicamente”. Ruwen Ogien arriva a porsi un quesito inquietante: “La questione che si pone è quella di sapere perché una donna dovrebbe preferire i propri bambini a quelli del vicino per il solo fatto che sono biologicamente i suoi mentre tutti hanno lo stesso valore morale in quanto persone umane”.
La morale, oggi, non è più il libro Cuore, ma questa roba qua. Regolarsi di conseguenza.
Adriano Scianca

http://www.ilprimatonazionale.it/cultura/recensione-libro-alain-de-benoist-ideologia-gender-20214/ 

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