L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 2 aprile 2015

il riposizionamento dei rapporti di forza passano anche dalle banche

AIIB, chi di banca ferisce…

   
Sono 46 i paesi che hanno chiesto di entrare, in qualità di membri fondatori, nella Asian Infrastructure Investment Bank lanciata dalla Cina per promuovere lo sviluppo delle economie del Continente. L’opposizione degli Stati Uniti all’istituzione che dovrebbe fare concorrenza alla Banca Mondiale si è rivelata un fiasco diplomatico, con i loro principali alleati in fila per essere ammessi nel nuovo organismo. Ma la relazione bilaterale tra la prima e la seconda economia del pianeta – argomenta Peter Drysdale – è ormai così complessa, stretta e strutturata (configurandosi quasi come un’alleanza) che non può deragliare a causa della goffaggine politica mostrata da Washington nell’affaire AIIB 
cinaforum, cina
road trip to buckeye: buckeye valley food bank, kevin dooley

Quella tra Stati Uniti e Cina è senza dubbio la relazione bilaterale più importante del mondo contemporaneo. Se gestita bene, essa è in grado di favorire la pace e la prosperità – non solo asiatica, ma anche globale – più di qualsiasi altro rapporto tra due Stati.
Nonostante tutti i timori su rotture giudicate prima o poi “inevitabili”, un giudizio obiettivo non può non riconoscere che, a conti fatti, le relazioni sino-statunitensi sono state gestite davvero bene. Le profonde difficoltà che sono parte integrante del rapporto tra la principale democrazia ed economia e il maggiore Stato emergente retto da un partito unico sono state affrontate abilmente. Sia nella risposta all’affaire Bo Xilai, sia in quella alla defezione di Chen Guangcheng, è stata privilegiata la stabilità, anche risolvendo dietro le quinte alcuni dissapori. Cogliere l’opportunità strategica – sui cambiamenti climatici, nella gestione dell’equilibrio tra le complesse alleanze asiatiche degli Stati Uniti e gli interessi fondamentali di sicurezza della Cina in Asia – ha dominato il modo di gestire la relazione. Questi sono i risultati, finora.
La leadership Xi Jinping – Li Keqiang ha compiuto un passo importante per elevare il rapporto con Washington a un nuovo livello d’importanza strategica con l’incontro tra Xi e Obama in California nel 2013, grazie al quale la relazione Cina-Stati Uniti è diventata più “intima”. Potrebbe trattarsi soltanto dei primi passi per rafforzare i processi di engagement, ma comunque indicano una chiara volontà e aiutano a proseguire su questa strada.

Per la Cina come per gli Stati Uniti, la posta in gioco nel loro rapporto bilaterale è enorme, sia dal punto di vista economico, sia da quello strategico. Per entrambi i paesi si tratta della più importante tra le loro relazioni bilaterali. E, anche se è certamente prematuro considerare quest’emergere di una relazione bilaterale sempre più saldamente strutturata e amministrata tra i due paesi come una vera e propria alleanza (in particolare per l’assenza di stretti legami militari), non è affatto fantasioso vedere nella relazione che si sta sviluppando molte delle caratteristiche chiave di una partnership di alleanza. Di sicuro l’attuale leadership cinese insiste sul fatto che il rapporto con gli Stati Uniti rappresenta ancora la sua priorità assoluta e che l’averlo reso così importante rappresenta, finora, il suo risultato principale all’esterno.
Come dobbiamo dunque interpretare la risposta scomposta all’iniziativa cinese sulla Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), con le pressioni di Washington dietro le quinte per convincere gli alleati a non entrare a fare parte di questa nuova istituzione finanziaria internazionale? Siamo di fronte semplicemente a una sfortunata ed eccezionale serie di incidenti, oppure a un’avvisaglia di come negli Stati Uniti verranno affrontate in futuro le relazioni con la Cina?
Gli investimenti infrastrutturali rappresentano una priorità per l’Asia e il Pacifico. Trovare gli 8.000 miliardi di dollari che – secondo le stime della Asian Development Bank (ADB) – mancano per promuovere le infrastrutture dell’area è essenziale per la crescita e lo sviluppo delle economie regionali, attraverso una loro maggiore integrazione e connessione, e per il ruolo di queste economie, principale motore della crescita mondiale nei prossimi anni.
Certo, quello del finanziamento non rappresenta l’unico limite. Ma la quantità dei finanziamenti attraverso le banche di sviluppo multilaterali come la Banca Mondiale e la ADB – già insufficiente rispetto alla domanda – negli ultimi anni è diminuita, proprio mentre si presenta una chiara opportunità di utilizzare i risparmi asiatici per far fronte all’enorme carenza di investimenti infrastrutturali. Finora la Cina, che avrebbe potuto colmare questo gap, è stata tenuta fuori dall’aumento di capitalizzazione delle istituzioni finanziarie globali esistenti.

In questo contesto, la AIIB – discussa durante il vertice dell’APEC in Indonesia nel 2013 e lanciata formalmente l’anno scorso in occasione del summit in Cina della stessa organizzazione – rappresenta un’iniziativa assolutamente benvenuta. Le banche di sviluppo multilaterali esistenti vennero create per ridurre i costi dei progetti di sviluppo e i rischi di questi investimenti. Attualmente però, in parte a causa della loro limitata capacità finanziaria, non stanno fornendo un contributo significativo al finanziamento di investimenti per aggiornare o estendere infrastrutture economiche essenziali.
La Cina è già impegnata in grossi programmi bilaterali di finanziamento allo sviluppo. Potrebbe andare avanti con questi, come fanno gli altri paesi. I cinesi possono finanziare unilateralmente qualsiasi tipo di infrastruttura, ma con questa iniziativa hanno scelto di offrire partnership multilaterali. La proposta della AIIB è completamente diversa dal finanziamento bilaterale allo sviluppo: è aperta alla partecipazione azionaria di qualsiasi governo e di investitori privati; la sua governance e le sue operazioni saranno determinate dai partecipanti; mira a ridurre il divario tra le diverse infrastrutture economiche regionali. L’idea secondo la quale i partner globali della Cina dovrebbero tenersi alla larga da questo processo non ha alcun senso: gli europei infatti hanno aderito, l’Australia potrebbe farlo prestissimo e Giappone e Stati Uniti avrebbero ottimi motivi per accodarsi.

Nel nostro articolo di apertura di questa settimana, Evan Feigenbaum suggerisce che, anche se l’affermazione di nuove istituzioni e accordi regionali in Asia rappresenteranno una sfida crescente alla leadership statunitense nel Pacifico, opporsi a tutti questi processi semplicemente a causa della loro origine è inutile e controproducente. “India e Cina non vogliono continuare a sottostare per sempre, senza intravedere cambiamenti, all’architettura istituzionale costruita dagli occidentali – spiega Feigenbaum -. Né la Cina è l’unico motore del nuovo panasiatismo. Negli anni Novanta, furono i burocrati giapponesi a spingere per una Unione Monetaria Asiatica. E oggi, il coinvolgimento di New Delhi sia nella Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) voluta da Pechino e sia nelle istituzioni dei BRICS prende forma nonostante la crescente ambivalenza indiana nei confronti della Cina, e anche se l’India continua a reclamare maggiori quote e azioni nelle istituzioni di Bretton Woods”.
Feigenbaum propone tre test sugli interessi nazionali statunitensi per capire come gli Stati Uniti dovrebbero rispondere alle iniziative asiatiche. Con quali associazioni o patti panasiatici Washington può convivere e quali invece danneggerebbero gli interessi vitali degli Usa? Quali idee panasiatiche integrano gli approcci statunitensi e quali mirano a soppiantarli? Washington può proporre un’alternativa in grado di perseguire meglio gli obiettivi che l’iniziativa panasiatica mira a raggiungere?

Considerando tutti e tre questi metri di valutazione, Feigenbaum non trova alcuna buona ragione alla base del maldestro tentativo statunitense di far deragliare la AIIB.
Quindi perché la diplomazia sino-statunitense (e l’alleanza Usa) ha funzionato così male su questa questione?
Da un lato, come ha sottolineato il New York Times, “si è trattato soprattutto di un errore statunitense. Da tempo gli Stati Uniti esortano la Cina a esercitare più leadership, ma gli incarichi chiave di Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Banca Asiatica di Sviluppo (ADB) restano riservati a europei, americani e giapponesi. Sul Congresso ricade buona parte della colpa per aver rifiutato di varare una legge che garantisse un sistema di voto più giusto ed equilibrato tra gli Stati membri del FMI, inclusa la Cina. La mossa della Cina di creare la nuova banca di sviluppo fa parte del prezzo da pagare per questo ostruzionismo”.
D’altra parte c’è stata una scorretta e incompleta valutazione delle implicazioni della questione, e le decisioni iniziali sono state prese da persone senza esperienza in materia – non solo negli Stati Uniti, ma anche, servilmente e perfino  in maniera più goffa, in Australia. Si trattava di questioni troppo importanti per essere affrontate da semplici funzionari della sicurezza – al di fuori del loro più ampio contesto strategico -, troppo importante per essere occultate strada facendo.

Se tutto andrà per il verso giusto, questo episodio non turberà, nel lungo termine, la relazione tra Stati Uniti e Cina, e Washington metterà il suo peso a sostegno degli sforzi della Cina di contribuire attraverso la AIIB al bene comune internazionale, proprio come aveva fatto negli anni passati, quando il Giappone decise di fondare la Banca Asiatica di Sviluppo.

Peter Drysdale è il direttore di East Asia Forum

http://www.cinaforum.net/drysdale-aiib-567/ 

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