L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 1 aprile 2015

la distanza della politica dal mondo del lavoro è incolmabile


Infermieri. Ben vengano gli Stati Generali proposti da Cavicchi

Gentile Direttore,
dopo aver letto l’articolo del Prof. Cavicchi del 10 marzo, riguardante il 17° Congresso Ipasvi
tenutosi a Roma, e l’articolo di commento del presidente Massai del collegio di Firenze,
sempre sul suo giornale dell’11 marzo, ho la necessità di far sentire anche la mia voce. Il
presidente Massai a dir il vero mi pare giustifichi una opposizione che non si è vista o quanto meno non si è vista come tale, descrivendo quel congresso come un convegno inutile, rituale e senza contenuti e per giunta ad uso e consumo di quella che lui stesso definisce una “dittatura dolce”. 
 
Mi sono ritrovata appieno nelle parole del prof Cavicchi e mi sconvolge pensare che siano
state scritte da una persona “estranea” alla professione, e non da coloro che avrebbero dovuto rappresentarmi al principale congresso infermieristico. Mi sconvolge ancora di più essermi resa conto che gli infermieri siano dominati da una dittatura che, per quanto dolce, resta una dittatura. Avrei avuto piacere che i miei rappresentanti si fossero adoperati a portare in discussione al congresso la nostra situazione lavorativa, che, le assicuro signor direttore, appartiene a centinaia di migliaia diinfermieri fino a connotare, quasi a marchiare, una intera categoria. 

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un cambiamento del tipo di “utenti”, sempre più
anziani e con patologie croniche e disabilitanti a cui avrebbe dovuto far fronte una strategia
diversa dal punto di vista assistenziale per evitare ricoveri lunghi, inappropriati e soprattutto
che vanno a ridurre la già precaria autonomia dei pazienti. Le Regioni stanno varando leggi di riordino per stare nei costi che colpiscono soprattutto gli ospedali (cioè il numero di posti
letto) ma sono molto lontane dal concepire la necessità di una riorganizzazione del lavoro e
delle risorse professionali per garantire un’assistenza di qualità, e ridurre quindi i costi
riducendo le complicanze. 

Noi infermieri gran parte dell’orario di lavoro lo passiamo a svolgere attività di tipo igienico-
alberghiero che esulano dalle competenze descritte nel nostro profilo professionale. Sia le
norme nazionali, che quelle regionali prevedono la presenza di tutte le figure necessarie
all’assistenza ed al soddisfacimento dei bisogni primari del malato in maniera idonea e
costante nell’arco delle 24 ore, ma di fatto in reparto ci siamo solo noi, e così non potendo
sopperire a tutto lasciamo spesso da parte il nostro lavoro per svolgere quello degli altri,
abbassando la guardia ed erogando un’assistenza pessima che ricade sul paziente. Non
lavoriamo con degli oggetti, bensì con persone, che hanno il diritto di essere assistite in
modo consono, non possiamo arrecargli ulteriori danni o disabilità, non giova a loro, a noi e
neanche all’Azienda che deve sopperire ad ulteriori costi. In 7 ore di lavoro riusciamo ad
essere: ausiliari, OTA, OSS, psicologi, fisioterapisti, piantoni, tecnici di elettromedicali,
camerieri e colf, esiste qualche altra professione così versatile?

Come dettato dal Codice Deontologico, che non citerò nel dettaglio, negli ultimi mesi
abbiamo inviato, insieme ai miei colleghi di reparto, diverse segnalazioni scritte dei nostri
disagi al Direttore Infermieristico, senza aver ottenuto assolutamente niente, non ci è stata
concessa neanche una possibilità d’incontro per discutere insieme, perché questo direttore
che è pagato per occuparsi dei nostri problemi organizzativi e funzionali in seno all’ospedale,
a tutt’oggi non si è mai presentato in reparto, ritenendo, non si sa su quali basi, che i
problemi che noi denunciamo in realtà non sussistano. Cioè che le cose sono esattamente
come devono essere. Comprenderà signor direttore come le parole del prof Cavicchi mi
abbiano particolarmente colpita specialmente quando riporta quelle situazioni nelle quali gli
infermieri, solo perché si oppongono al demansionamento, subiscono ritorsioni di ogni tipo o
sono puniti con i trasferimenti, finendo per essere bollati come dei soggetti “sovversivi”. 

In genere, mi creda direttore, le parlo per esperienza, funziona che coloro che più degli altri si espongono denunciando come è loro diritto le criticità, vengono direttamente o
indirettamente minacciati, e spesso si fa paventare un imminente trasferimento in altra unità
operativa dove in genere peggiorano le condizioni di lavoro, così da creare un clima di
“terrore” tra i colleghi per scoraggiare dissensi, insofferenze, critiche e lamentele. La maggior parte dei miei colleghi di lavoro sono demotivati, fiaccati nell’orgoglio, intimoriti dalle possibili conseguenze della loro protesta e alla fine chinano la testa invocando il buon senso della prudenza. Io sono stanca di vedere tanta mortificazione in persone che, sottopagate, danno il meglio di loro stessi per i loro ammalti. Per questo oggi mi rivolgo a lei, al suo giornale, allo spirito democratico che lo anima, per far sentire la mia voce e lo voglio fare anche per chi non lo può fare. Sono stanca che non venga dato il giusto riconoscimento alla nostra professione, perché è una professione che ho scelto, che mi ha trasformata, che mi ha dato e mi da tanto, che amo profondamente e che nonostante tutte le difficoltà sceglierei ancora. 
 
Perciò mi sento in dovere di “combattere” affinché persone come questi “capetti” (come li
definisce l’autore dell’articolo a cui faccio riferimento), che io non ritengo assolutamente
degni della qualifica di Infermiere, non osino più minacciare noi lavoratori immiserendo
ulteriormente la nostra professione anziché farla progredire come avviene nel resto dei Paesi. 
Noi non ci divertiamo a segnalare a chi di dovere le cose che non vanno. Se le cose non vanno a rimetterci sono i pazienti prima ancora dei nostri profili professionali. Se noi dobbiamo “custodire l’onore dei malati” come ci ha invitato a fare Papa Francesco, noi abbiamo il dovere di pretendere come vuole la deontologia di essere messi nella condizione di svolgere i nostri doveri... almeno fino a quando i doveri delle professioni sono visti come le prime garanzie per i diritti degli ammalati. 
 
Detto ciò, è vero, lo confermo: “Il primo problema dell’infermiere è l’infermiere”. Siamo tanti
e diversi ed è difficile coalizzare tutti, perché come ci dimostrano i nostri dirigenti, molti
guardano solo al proprio orto. Eppure, non possiamo rinunciare a unirci nonostante all’interno della nostra rappresentanza vi siano coloro che usano le nostre divisioni interne per indebolirci nella nostra azione quotidiana e nelle nostre legittime aspirazioni. Non possiamo sottrarci al dovere di unirci come professione nella professione per pretendere che si affermi ciò che sia meglio non per noi ma prima di tutto per chi soffre e sta male.

Ben vengano gli stati generali proposti nella mozione di minoranza proposta dal prof
Cavicchi, proposta che se non ricordo male, è da tempo che egli tenta senza risultato di porre alla nostra attenzione. Ormai nelle condizioni in cui siamo non sono più rinviabili. Dobbiamo dire basta a tutti quelli che fingono di rappresentarci e che ci prendono in giro (perché di questo si tratta) e il cui unico scopo è star seduti in poltrona, avere un briciolo di potere per soddisfare le proprie miserabili vanità, cercando escamotage per raggirare i problemi, evitando così di adempiere ai propri doveri e impendo a noi di fare il nostro. Se penso al congresso Ipasvi mi vergogno di essere così mal rappresentata e mi rammarico del fatto che i suoi dirigenti siano potuti arrivare a ricoprire tali cariche per così tanti anni. 
 
Giunti ormai ad una così bassa considerazione sociale della professione (addirittura il
Presidente Rossi, che personalmente ho sempre stimato, propone non di affiancare, bensì di
sostituire l’infermiere con l’oss!!) è diventato davvero un dovere disobbedire per non essere
corresponsabile di ciò che non può in nessun modo essere più tollerato. Se noi, che siamo la
principale “forza lavoro” del SSN, ci organizziamo con una proposta di qualità della
professione, combattendo prima di ogni altra cosa il demansionamento cronico della
professione potremo sperare di cambiare e migliorare un sistema che allo stato dei fatti è
ormai sempre più esausto, auspicando che quel famigerato lavoro di equipe prevalga sugli
egoismi personali di ciascuno di noi per erogare veramente un servizio di qualità ed
eccellenza. 

Francesca Bufalini
Infermiera 


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