L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 19 maggio 2015

2015 crisi economica peggiore della 2007/08, i derivati sono trattati fuori dal mercato regolamentato

Rischio bolla speculativa, ora le banche vogliono più regole

19 mag 2015  

Il collasso dell’intero sistema nel 2008 non è bastato. A trainare l’economia americana, in ripresa dopo anni, sono infatti strumenti derivati e mercato immobiliare. Proprio come in passato. E i colossi finanziari cominciano a temerne gli effetti. Sono loro stavolta, non i politici, a chiedere normative più forti, direttamente a Bce e Fed
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Illustrazione di Noah Kroese per Investing.com
Sono oltre 20 i gruppi mondiali, da Blackrock a Hsbc, fino alle italiane Generali Ass. e Intesa Sanpaolo che avrebbero presentato, secondo quanto riportato da repubblica.it, alla Banca Centrale europea e alla Federal Reserve statunitense una proposta di “misure prudenziali” volte a ridurre il rischio di nuovi sconvolgimenti finanziari Ovvero, la possibilità che una nuova bolla speculativa faccia vacillare l’intero sistema, che solo a distanza di anni ha cominciato faticosamente a riprendersi. Il documento è stato predisposto dal Davos World Economic Forum e presenta un carattere piuttosto insolito per la condotta quotidiana degli istituti bancari.
La richiesta di una maggiore regolamentazione infatti non giunge né dai politici di turno né tantomeno da associazioni di categoria allarmiste, ma da chi, stranamente, si è arricchito per decenni alle spalle della mano invisibile della legislazione corrente e ha contribuito all’esplosione di una bolla speculativa. Ora però le cose sembrano cambiate e gli stessi istituti, spaventati dalla ripresa intensiva di attività troppo rischiose, hanno colto la palla al balzo per chiedere di essere messe in catene e non rischiare di ricadere nella trappola del facile profitto.
I timori nascono dalla ripresa economica d’oltreoceano, dove non solo gli strumenti derivati, ma anche il settore immobiliare, hanno ricominciato a trainare l’economia con volumi di affari quantomeno preoccupanti, sintomatichi della memoria corta degli operatori finanziari e degli stessi istituti. Sta di fatto che gli enti preposti al controllo della salute di questi ultimi hanno dimostrato di non riuscire a monitorare l’andamento di tutte le banche e talvolta, seppur rispettose della legge, le operazioni avvenute a poca distanza le une dalle altre hanno portato a situazioni critiche, che hanno poi richiesto interventi extra delle principali banche di riferimento. Una bolla speculativa, in questo momento, potrebbe essere fatale.
Sembra che il rapporto non contenga nessuna misura specifica, ma solo linee di indirizzo generali. Douglas Flint, presidente di Hsbc, ha dichiarato a tal proposito che gli enti «sono favorevoli ad aumentare la trasparenza del mercato dei derivati, a evitare il sistema bancario ombra, a controllare come siano limitati gli indici di indebitamento. In generale, le banche sono bendisposte ad accogliere qualsiasi soluzione che faciliti la stabilizzazione del sistema».
Ma il problema finanziario non riguarda solo le banche e la regolamentazione, perché esiste un articolato mondo complementare costituito da asset manager ed altre figure analoghe ugualmente, determinanti nello scenario considerato. È per queste ragioni che nel documento si fa riferimento anche alle difficoltà di manovra delle Banche Centrali, per il momento incapaci di gestire contemporaneamente il monitoraggio, la crescita economica e la riduzione dei rischi di una bolla speculativa. Sta di fatto che dal 2008, nonostante i proclami e i riflettori di mezzo mondo puntati contro, non è cambiato quasi nulla e ora il timore di una ricaduta è quantomai concreto. Per queste ragioni il documento congiunto sembrerebbe un invito a nozze per la politica, in qualche modo incoraggiata ad abbattere quel muro di interessi fino ad oggi invalicabile dando vita a un processo di riforme di carattere transoceanico.
Tuttavia, il legame tra la ripresa economica e la libertà degli istituti bancari è innegabile. Una maggiore regolamentazione, se molto restrittiva, potrebbe comportare ricadute difficilmente prevedibili sull’economia reale, vanificando gli sforzi appena intrapresi dopo anni di austerity. Ancora una volta, dunque, è evidente come l’errore sia stato fatto a monte, quando intervenire sarebbe stato semplice, mentre ora si rischia di distruggere quel poco di buono costruito. Secondo Michel Liès, amministratore delegato di Swisse Re, «non è chiaro se [le misure prudenziali, ndr] saranno efficaci nel ridurre i rischi sistemici o il loro impatto sull’economia reale ma, nel caso in cui fossero concepite in maniera errata, tali misure potrebbero provocare ancora più rischi».
In fin dei conti, il documento si pone come una presa di coscienza ed un’ammissione di responsabilità da parte dei venti istituti. Un invito ad intervenire finché c’è tempo, ma senza la presunzione, o la consapevolezza, di dire cosa sia giusto e opportuno fare. La patata bollente passa alla politica, che difficilmente potrà sottrarsi a cogliere un appello del genere e agire di conseguenza. Non resta che aspettare per vedere se questa possa essere la (s)volta buona.

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