L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 29 maggio 2015

Ci hanno lasciato le regioni, covi di corruzione e ci hanno tolto la possibilità di votare nelle province, imbecilli

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"Governatori", così le Regioni sono diventate la zavorra del Paese

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GOVERNATORI BUCCINI
Il Molise, 320mila abitanti, ha una sede a Bruxelles
Potentati locali, clientele, scandali sessuali, condanne passate in giudicato, poteri che non hanno confini o, se li hanno, si confondono con quelli dell'amministrazione centrale. E poi, immondizia, parentopoli, mutande verdi, inchieste della magistratura. "Governatori - Così le Regioni hanno devastato l'Italia", il libro scritto dall'inviato del Corriere della Sera Goffredo Buccini (edito da Marsilio, 332 p.), disegna un quadro a tinte fosche, soprattutto se guardato alla vigilia delle elezioni regionali.
Buccini ha raccolto le voci di alcuni governatori del passato, saliti alla ribalta delle cronache per episodi o scandali che ne hanno segnato, e macchiato, la carriera politica. Oppure diventati celebri per un esercizio del potere trasformatosi in una consuetudine troppo disinvolta che ne ha bloccato l'ascesa o accelerato il declino.
"Mai più andrei a fare il Governatore, mai più", dice Antonio Bassolino in un passaggio del libro. E ha ben ragione a dirlo. La storia dell'ingraiano Tony Bassolino (ma non solo la sua), passato dall'essere l'amato sindaco di Napoli e simbolo del Rinascimento partenopeo al vituperato presidente della Campania, stritolato nel suo governo tra le pretese e le richieste di non facili coinquilini di coalizione come demitiani e mastelliani, contribuisce a definire l'aspetto che le Regioni oggi hanno assunto: quello della zavorra.
Così rispondendo a Buccini che gli chiede se sull'emergenza rifiuti in Campania, che ha portato al processo in cui è stato assolto, abbia avuto una responsabilità politica, Bassolino sbotta:
"Quando sono stato processato, voi giornalisti di politica non parlavate affatto. Parlavate solo delle accuse processuali. Adesso che c'è una piena assoluzione con belle motivazioni, si dice: guardiamo la questione politica. (..) Ma il problema non sono solo i magistrati quando parlano. Il problema siete pure voi giornalisti. Se mi è consentito: vaffanculo".
Il potere e la sua gestione sono al centro del libro di Buccini. 20 regioni, 20 piccoli stati con competenze che spesso tracimano nell'abuso politico. 20 regnanti con le mani più o meno libere di fare e disfare trame e accordi, prendere decisioni controverse, o semplicemente incanalare consensi, consolidare alleanze, amministrare un potere quasi assoluto.
Un potere che è ben chiaro dove inizia ma non dove finisce. Scrive Buccini che un terzo del lavoro della Corte Costituzionale riguarda contenziosi e conflitti di attribuzione tra lo Stato e le Regioni. Un terzo delle attività dei giudici costituzionali speso per stabilire quale, tra due declinazioni dello Stato, ha esondato dal proprio ruolo e lasciato correre un po' troppo la penna.
Il motivo sta in un numero: le leggi prodotte a livello regionale, complessivamente, sono più di 20mila. Così tante che non possono non invadere il campo di gioco dello Stato centrale, che pure di leggi ne ha approvate fin troppe dalla sua nascita, e spesso le ha anche scritte male. Il risultato è un groviglio di competenze inestricabile, impossibile da sciogliere per lo Stato perché incapace di un intervento livellatore che sani le disparità tra le Regioni.
È questo il punto: troppi centri di potere bloccano il sistema nervoso centrale, e portano alla paralisi dell'amministrazione. Ed è una lettura che prende sempre più corpo anche nel mondo politico, superata com'è la fase del decentramento purchessia e del federalismo, relegata ormai a un'epoca politica ormai conclusa.
Lo dice da tempo, per esempio, il governatore uscente della Campania Stefano Caldoro. Lui guida le fila di chi vuole un ripensamento del sistema Regioni:
"Questo regionalismo è ormai al capolinea, bisogna lavorare sulle macro-aree di funzioni, organi di programmazione e pianificazione, non più di gestione, come, peraltro, era scritto nella prima stesura della Costituzione. Sei o al masasimo otto grandi aree. La nuova pianificazione dovrà cominciare dalla Sanità".
Caldoro non è l'unico. Un passo indietro (o avanti) sul regionalismo di oggi lo vorrebbero anche i governatori del Lazio Nicola Zingaretti e del Piemonte Sergio Chiamparino. Ma che il sistema vada ripensato emerge chiaramente dalle storie dei dieci governatori raccontate da Buccini. Come quella di Rosario Crocetta, "il poeta tragediatore", o di Roberto Formigoni, "il ragazzo che (si) sognava Gesù" che alla legge terrena preferisce quella divina: "Sono un peccatore, non un colpevole". O quella di Giancarlo Galan, finito del vortice giudiziario per "una diga di tangenti", e quella dell'"uomo invisibile" Vasco Errani.
Le Regioni hanno perso credibilità, scrive Buccini:
"Sono fumo negli occhi per sei italiani su dieci secondo l'Istat. Nel 2000 il 44 per cento degli italiani se ne fidava, nel 2008 il 39 per cento, nel 2014 solo il 14 per cento".

http://www.huffingtonpost.it/claudio-paudice/governatori-cosi-le-regioni-sono-diventate-la-zavorra-del-paese_b_7458876.html 

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