L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 16 maggio 2015

Cina, Stati Uniti, strategicamente sono nemici

Il complesso rapporto tra Washington e Pechino

Venerdì, 15 Maggio, 2015

Davide Borsani

La politica estera dell’amministrazione Obama ha avuto fin dal 2009 una chiara costante: il re-engagement verso la regione dell’Asia-Pacifico. Lo si chiami Pivot to Asia o Asia-Pacific rebalancing, gli Stati Uniti, nel corso degli ultimi sei anni, hanno dedicato un’elevata attenzione a uno spazio geopolitico che da un lato, storicamente, costituisce per Washington un’area cruciale per i propri interessi economico-strategici e che, però, dall’altro era rimasto in buona parte sullo sfondo rispetto all’Europa centro-orientale e, soprattutto, il Grande Medio Oriente dopo la fine della Guerra fredda. Con questa rinnovata priorità, le relazioni con la Cina e, di riflesso, il ruolo di questa in un sistema internazionale prevalentemente occidentocentrico hanno acquisito una notevole rilevanza per una presidenza, quella di Barack Obama, che ha voluto fare del multilateralismo una precondizione essenziale per alimentare la leadership americana nel Ventunesimo secolo.

Il rapporto tra Washington e Pechino è straordinariamente complesso. Sia che lo si osservi in termini economici o politici, militari o culturali, è impossibile non notare che esso fluttui regolarmente tra competizione e collaborazione, tra divergenze e convergenze. Risulta difficile trovare una plausibile spiegazione a una simile oscillazione senza ricorrere alla vecchia, ma pur sempre valida, politica di potenza. Da una parte, infatti, gli Stati Uniti sono – e vogliono continuare a essere – una potenza mondiale in grado di esercitare un ruolo perno nel definire le dinamiche del sistema internazionale, dalle Americhe all’Asia passando per l’Europa e il Grande Medio Oriente. Non possono rifuggire, però, che il loro status internazionale sia progressivamente in declino (relativo) e che, perciò, il sistema da loro creato settant’anni fa necessiti oggi di una nuova legittimazione alla luce dell’ascesa di attori internazionali extra-occidentali non più secondari. Dall’altra parte, tra i paesi in crescita, la Cina è quello che ha mostrato – e che mostra tutt’oggi – le maggiori potenzialità per raggiungere in tempi medio-lunghi il rango di potenza globale. Il Dragone, tuttavia, è oggi ancora alla ricerca di una leadership nello spazio geopolitico a lui più prossimo, quello dell’Asia-Pacifico, dove la sua proiezione è messa in discussione dagli stessi corregionali. L’obiettivo di Pechino, nemmeno troppo velato, è di ritagliarsi un "posto al sole" nelle dinamiche internazionali per tutelare i propri interessi, il che, per inevitabile riflesso, non può che scuotere i fragili equilibri dell’attuale sistema.

Il dilemma che l’ascendente potenza cinese pone a quella declinante americana è particolarmente intricato. È opportuno includere Pechino nella (dispendiosa) gestione del sistema internazionale riconoscendole spazi per l’esercizio della sua influenza legittimandone così le aspirazioni di grande potenza? Oppure sarebbe più appropriato contenerla e limitarne la proiezione per evitare che la sua ascesa rischi di destabilizzare prima l’Asia-Pacifico e poi il sistema internazionale stesso? Il dibattito negli Usa è molto vivo. Per il momento, l’amministrazione Obama ha cercato di coniugare i due approcci pur privilegiando, nel complesso, il primo e cercando, quindi, d'incanalare la crescente potenza cinese in un sistema istituzionalizzato, a partire dalle sue fondamenta economico-finanziarie, contenendone le ambizioni ed evitando d'innervosirla inutilmente. È emblematica di una simile volontà la recente National Security Strategy, pubblicata nel febbraio 2015, in cui la Casa Bianca ha affermato da un lato di essere «attenta alla modernizzazione militare della Cina» e di «rifiutare» qualsiasi sua forma di «intimidazione nella risoluzione delle dispute territoriali» regionali, ma dall’altro ha sottolineato che la cooperazione con Pechino è «senza precedenti» e che «gli Stati Uniti ben accolgono la crescita di una Cina stabile, pacifica e prospera» respingendo «l’inevitabilità del confronto».

Delineato il macrocontesto entro cui Washington e Pechino hanno complessivamente operato durante gli anni della presidenza Obama, il biennio appena trascorso ha confermato sia l’importanza del perno asiatico nella politica estera statunitense sia l’oscillazione dei rapporti sino-americani tra cooperazione e rivalità. La prima faccia della medaglia, quella della collaborazione, racconta di due paesi che reciprocamente si riconoscono come fondamentali partner. La Cina è una fonte irrinunciabile di finanziamento per il debito pubblico americano, sempre più gravoso, e a loro volta gli Stati Uniti rappresentano uno dei principali mercati per le merci esportate da Pechino senza il quale l’economia cinese non crescerebbe a un ritmo annuo dell’8%. Inoltre, le recenti (e numerose) crisi che hanno avuto come epicentro la Corea del Nord hanno mostrato una chiara volontà degli Stati Uniti di riconoscere alla Cina una propria sfera d’influenza in Asia lasciando a quest’ultima, in prima battuta, il compito di sgonfiare le ambizioni e i proclami di Pyongyang. Inoltre, l’accordo bilaterale sul cambiamento climatico, firmato nel novembre scorso in vista del summit internazionale previsto a Parigi per il prossimo dicembre, ha mostrato una significativa convergenza tra i due paesi, che vedono nella riduzione delle emissioni di anidride carbonica un comune interesse nel medio-lungo termine. Contestualmente, poi, nell’ambito dell’Asia-Pacific Economic Cooperation, Pechino e Washington hanno firmato un importante accordo per la liberalizzazione del commercio bilaterale in un settore strategico come è quello dell’alta tecnologia. Infine, in seno al Fondo Monetario Internazionale, istituzione dominata in larga parte dagli Stati Uniti, alla Cina è stato riconosciuto un crescente ruolo: la sua quota è passata prima, tra il 2008 e il 2010, dal 3,996% al 6,394% e oggi si assesta al 9,525%.

L’altra faccia della medaglia, quella della competizione, ha visto sorgere numerose divergenze. In primo luogo, nel contesto regionale, gli Stati Uniti hanno annunciato durante la recente visita a Washington del primo ministro giapponese, Shinzo Abe, che il trattato di alleanza nippo-americana del 1960 copre effettivamente le isole Senkaku, la cui sovranità è reclamata proprio da Pechino per motivi nazionalistici e di sfruttamento delle risorse energetiche. La Trans-Pacific Partnership, che l’amministrazione Obama sta negoziando, è volta a creare un’area di libero scambio tra le Americhe e l’Asia che escluderebbe la Cina, la quale in risposta ha (ri)lanciato un progetto parallelo che limiterebbe l’influenza degli Stati Uniti nella regione: la Free Trade Area of the Asia-Pacific. Anche la neonata Asian Infrastructure Investment Bank a guida cinese, cui hanno aderito in modo entusiasta persino gli europei, altro non è che uno strumento per incrementare l’influenza del Dragone a detrimento degli Usa (e delle istituzioni da loro create, come la World Bank) sia nell’Asia-Pacifico sia nell’area che verrà attraversata dalla Nuova Via della Seta, che collegherà Pechino a Rotterdam. Infine, la Casa Bianca si è detta più volte preoccupata per la stabilità della regione asiatica a fronte del costante incremento della spesa militare cinese, che (secondo dati più o meno attendibili) cresce annualmente di circa il 10%. Motivo, questo, per cui paesi come Giappone, Corea del Sud e Filippine, da lungo tempo alleati di Washington, hanno ricercato rapporti militari più stretti con gli americani in funzione anti-cinese.

È oltremodo ambizioso (nonché difficoltoso) immaginare come i rapporti sino-americani si evolveranno nel medio-lungo periodo. Quel che è evidente è che il sistema internazionale, ancor più a seguito della Grande crisi del 2008, stia attraversando un periodo di mutamento portando con sé un’intrinseca fragilità degli equilibri occidentocentrici. Non è ancora emersa una risposta definitiva e inconfutabile alla domanda se la Cina sia destinata a rappresentare una minaccia per gli Stati Uniti o un’opportunità da cogliere per ammodernare l’architettura di un mondo oggi multipolare che non risponde più ai rapporti di forza della Guerra fredda. È vero che, allo stato attuale, come evidenziato da molti, la radicale interdipendenza economica che lega Washington e Pechino sia un fattore non trascurabile nel delineare ipotetici scenari futuri. Ma la dimensione economico-finanziaria, per quanto importante, non può essere sufficiente per predire l’avvenire, soprattutto in presenza di variabili politiche il cui peso potrebbe rivelarsi più determinante. Il passato, infatti, ci ha insegnato che per le potenze in ascesa in cerca di un "posto al sole", non di rado il sentimento nazional-popolare è risultato ben più influente delle ragioni economiche nel condizionare la politica estera. Un semplice monito della Storia, questo, che però, a scanso di equivoci, non necessariamente si dovrà tradurre in realtà per la Cina del Ventunesimo secolo.
Davide Borsani, dottore di ricerca in Istituzioni e Politiche, Università Cattolica del Sacro Cuore. -

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