L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 19 maggio 2015

Derivati, gli imbecilli al governo non vogliono il controllo di quella parte onesta che vuole farlo


La trasparenza scomoda dei derivati sul debito pubblico italiano

I contratti derivati sottoscritti dal Governo per proteggere il debito pubblico dalle oscillazioni dei tassi di interesse si sono rivelati un bagno di sangue per le tasche degli italiani. I parlamentari Cinquestelle chiedono di vedere i contratti, ma il Ministero rifiuta, anche se nessuna legge italiana lo vieta
(Il Ministro dell'Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan - Foto: Getty Images)
(Il Ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan – Foto: Getty Images)
Non è un mistero che l’Italia abbia un debito pubblico record, secondo solo alla Grecia nell’Eurozona per peso sul Pil (132%). Ma che peso hanno in questo “buco” i contratti derivati sottoscritti dallo Stato italiano per proteggersi da rischi come l’oscillazione delle valute o dei tassi d’interesse?
La domanda è importante perchè, negli ultimi dal 2011 al 2014, lo Stato italiano ha subito un aumento del debito pubblico di 16,95 miliardi di euro solo a causa dei contratti derivati sottoscritti da Roma per 159 miliardi. Contratti che avrebbero dovuto proteggere il debito stesso da rischi come l’oscillazione dei tassi di interesse o valutarie. Poco meno di 17 miliardi non è gran cosa rispetto agli oltre 2mila miliardi di euro del debito pubblico italiano complessivo, ma come hanno mostrato i giornalisti di Bloomberg del 23 aprile, mettono l’Italia in testa a chi perde nell’Eurozona in base ai dati Eurostat. Per fare un esempio, i Paesi Bassi, secondi in classifica, perdono circa 2 miliardi, otto volte meno di noi. Anzi, perdiamo più di tutta l’Eurozona messa insieme, mentre alcuni addirittura vedono una riduzione del debito.

Ma nell’affaire dei derivati italiani c’è una parte ancora più inquietante. I 16,95 miliardi sono perdite reali, soldi effettivamente sborsati dai contribuenti italiani, ma le perdite potenziali sarebbero 42 miliardi (6 miliardi in più della finanziaria 2015), qualora Roma volesse chiudere i contratti stipulati con Banca Imi S.p.A., Bank Of America, Barclays Bank PLC, BNP Paribas, Citibank N.A.-London, Credit Suisse International., Deutsche Bank AG, Dexia Crediop S.p.A., FMS Wertmanagement Anstalt Des, Goldman Sachs International, HSBC Bank PLC, ING Bank N.V., JP Morgan Securities PLC., Morgan Stanley and Co.Int.Plc, Nomura International PLC, Societe Generale, The Royal Bank of Scotland PLC, UBS Limited e Unicredit Bank AG.
Di fatto i derivati hanno creato un paradosso. Stipulati per proteggere il debito da pericolosi rialzi, oggi lo stanno addirittura aumentando. Anche perché, come ha fatto notare Luigi Zingales, chiudere questi derivati oggi, quando i tassi sono bassi per il Quantitative Easing messo in atto da Mario Draghi, “sarebbe come vendere azioni nel 1948: un suicidio”.
Quei 159 miliardi di derivati sembrano quindi una pietra al collo degli italiani, che continueranno a bruciare soldi ma che non ci possiamo permettere di chiudere.
Di fronte a queste cifre è comprensibile, e in un certo senso doveroso, che dei membri del Parlamento, in quanto rappresentanti dei cittadini, vogliano prendere visione dei clausole che regolano questi contratti finanziari. Lo hanno chiesto in aula lo scorso 24 aprile 12 deputati del Movimento 5 Stelle tra cui Carla Ruocco e Laura Castelli, che sul tema hanno anche inviato al Ministero dell’Economia e delle Finanze una richiesta di accesso agli atti in base alla legge 241/1990 sull’accesso agli atti amministrativi per conoscere i cosiddetti “termsheet“, gli allegati che definiscono i valori e le commissioni legate ai derivati.
Ai parlamentari, il governo ha però risposto che non intende soddisfare la richiesta per tre ragioni: perché contesta il loro “interesse diretto, concreto e attuale” a conoscere il contenuto dei contratti”; perché la richiesta sarebbe volta a un “controllo generalizzato dell’operato della pubblica amministrazione” in contrasto con l’art. 24 della medesima legge 241 e perché la divulgazione delle condizioni di contratto, secondo la dottoressa Maria Cannata, responsabile della gestione del nostro debito pubblico, rischierebbe di creare turbolenze di mercato come ha ribadito lo stesso Ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan lo scorso 1 aprile.
Sui primi due punti si è pronunciata la Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi (purtroppo solo a voce e senza stendere una relazione scritta), dichiarando che non esiste una norma di legge che vieti al governo di fare piena trasparenza sui contratti in derivati siglati tra Tesoro e banche d’affari.
Sul terzo punto, per molti esperti ed economisti è in realtà sopravvalutato e Laura Castelli, membro Cinquestelle della Commissione per l’accesso (ma che non ha partecipato al voto in materia), spiega: “L’obiezione dell’esecutivo sulla necessità di tenere segreti i contratti per evitare contraccolpi di mercato non è, secondo la Commissione stessa, giuridicamente rilevante”. Ora la Commissione si prepara a inviare due ordinanze, al Tesoro e alle banche controparti, per capire nel dettaglio se e quali ostacoli ci siano alla divulgazione delle clausole.
La resistenza alla trasparenza su questo genere di contratti non è nuova e l’aveva sottolineata già nel 2007, l’allora ministro delle Finanze Tommaso Padoa Schioppa. Gli enti finanziari che propongono questi contratti derivati si sono però sempre opposti a una contro-analisi quantitativa dei rischi dei prodotti trovando terreno fertile nel Ministero del Tesoro, che ha sempre rivendicato il diritto di negoziare in maniera riservata con le banche.
Per alcuni c’è perfino il rischio di un conflitto di interesse del Ministero del Tesoro, che di fatto si trova, da un lato, a pagare commissioni milionarie alle banche erogatrici di derivati, mentre dall’altro deve proporre alle stesse di acquistare i titoli che emette per garantire il debito pubblico italiano.
Uno dei problemi dell’opacità è proprio il proliferare di questo tipo di illazioni di fronte alla quali non si può che pensare alle parole del giudice della Corte Suprema Louis Brandeis: “La luce del sole è considerata come il migliore dei disinfettanti“. Sicuramente un po’ più di luce farebbe bene anche ai “termsheet” dei derivati italiani.

http://www.wired.it/attualita/politica/2015/05/19/trasparenza-derivati-debito-pubblico-italiano/

Nessun commento:

Posta un commento